EZRA POUND
L'ULTIMO DEI GRANDI POETI
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EZRA POUND (1913-14)
in un disegno di Henri Gaudier-Brzeska
|
Rielaborato da un ciclo di conversazioni di
Ferruccio Bravi
registrate dal vivo nella sede del
Circolo «Giovanni
Gentile»
di Bolzano (13-21 dicembre 1972).
Si definisce «
perfetto artefice »
della
poesia americana; ma
in lui c’è ben poco di made
in Usa oltre l’atto di
nascita – Hayley, Idaho,
1885 – e la lingua che egli ha
saputo elevare ad
un
livello d’espressione scespiriano non
comune ai suoi conterranei, ad un virtuosismo degno del cesello dannunziano. Docente universitario
di letterature straniere, nel 1907 dovette lasciare la cattedra per
le sue idee e certa esuberanza poco in tono con l’utilitarismo banale e venale
del suo Paese, materialmente ricco e grande quanto povero
e meschino per la prorompente spiritualità del Poeta. L’anno seguente, con
pochi soldi e tanti sogni, migrò verso
il
vecchio mondo
e approdò alla «
terra promessa » dove il Bello e il Pensiero avevano una radicata
tradizione.
In Italia la sua anima irrequieta si placò
con l’aprirsi all’Arte
dei
Grandi, nell’incontro di Dante
e del D’Annunzio, estremi cronologici della più elevata poesia e per lui
massimi paradigmi: dal primo derivò la potenza dell’immagine e
la profondità di
pensiero, dal secondo l’estro audace, l’espressione limpida, il gusto della parola.
Versatilità e cultura sono corredo
indispensabile del genio e dell’artista.
Poeta di vasto sapere e d'ingegno
multiforme, Ezra si è librato nei cieli della poesia con ali leggerissime, senza
tentazioni dottrinarie, senza paludamenti di erudizione: dai versi
suoi, scarni spogli crudi. Come il marmo appena sbozzato, la forma balza
immediata alla luce, compiuta nelle linee essenziali. Il
suo pensiero trascorre da un ramo
all’altro del
sapere, dalla letteratura alla musica, dalla
filosofia alla sociologia, dalla storia alla politica e, ultima
Thule, all’economia.
Come letterato è classico e ad
un tempo modernissimo; ma classico innanzi
tutto, innamorato com’è dei classici conosciuti
alla fonte, nel testo originale,
senza la mediazione della critica.
I maligni definiscono
i
critici artisti mancati che si
rifanno giudicando le opere dei veri artisti. Comunque il Pound non se
ne cura, li lascia trastullare
fra alambicchi e bellurie parolaie, non riconosce altra critica se non quella
in senso lato ed elevato, la critica letteraria della quale lascia robusti
saggi, a cominciare da The spirit of Romance, mirabile divulgazione
della letteratura provenzale e italiana dei primi secoli.
La sua missione si svolge, fra turbinose
scorribande, attraverso i componimenti giovanili apparsi a Venezia (A lume
spento, 1908)
e la sua produzione londinese
(1910-20) in cui emerge nei movimenti
di avanguardia e si impone agli ultimi
Imagists.
La
sua
personalità si delinea decisamente nei Cantos, poema di vasto disegno e dimensione dantesca. È rivoluzionario, ma sempre
ancorato ai clas-sici che sono un tesoro inestimabile: « Sarebbe
un gran brutto giorno – ha lasciato
scritto – quello in cui di nuovo gli uomini li buttassero a mare; finiremmo
in qualcosa di peggio e di altrettanto brutto della Controriforma: un garbuglio
di scarpe di gomma, di cocco, di Y.M.C.A., di Webb. Di lavori di commissioni sulle
teorie sociali, tutto un inferno di oscurantismo… ».
Nell’Italia degli anni ruggenti questo idiota bric-à-brac democratico
rimediava qualche striminzito consenso non solo da frivoli garzoni di barbiere
ma perfino da certi intellettuali da salotto paranoici e snob non meno
di oggi che alla cultura di casa e al richiamo della Roma classica amplificato
dal regime preferivano la voce dell’America.
Voce di sirena d'un paese lontano,
inteso non tanto come una
«
babele di clamorosa efficienza, di crudele ottimismo
al neon che assordava e abbacinava gli ingenui »
ma piuttosto come un « gi-gantesco teatro dove veniva recitato il
dramma di tutti ». Così Cesare Pavese, il quale, prima del
tiepido approdo al Pci, era un patito di Charlot, Tom Mix, Al Capone e Walt Whitman;
e si deliziava di
tutto ciò che sapeva d’America accettandone in blocco il grande Libro. Tutto
il libro, comprese le pagine infami scritte da
Roosevelt e successori (Yalta, Hiroscima, Other losses, Norimberga) e
quelle di recente scrittura
grondanti sangue d'aggressioni e
massacri che gli aspiranti Padroni del Mondo hanno intenzione di perpetuare
fino al globale asservimento dell’umanità.
Alla cupidigia
usuraia, alla barbarie culturale, all’umanitarismo
ipocrita, alla τρυφή democratica, alla schiavitù sotto veste di libertà
posticcia, Ezra oppone la composta bellezza del cultura classica. Apostolo prima che artista, la propone
ai giovanissimi infondendo loro,
attraverso l’opera sua, l’amore
per i Grandi e il culto del Bello.
«Je peux commencer
une chose nouvelle tous les jours, mais finir… » disse una volta, lasciando
intendere che l’Artista colto e versatile rischia
di
dissipare energia senza produrre opera
compiuta e rifinita. Il che, non di rado, accade
a sommi geni come Leonardo. Da un poeta d'inesausto sapere e illimitate
attitudini come il Pound dovremmo aspettarci tante buone intenzioni e scarso
frutto, composizioni concettose e
fredde appesantite da paludamenti
gnomici ed eruditi. Al contrario la sua poesia è agile e fresca, « semplice – direbbe l’Alfieri – per quanto l’uso
d’arte il comporti » ma al tempo stesso è prodigiosamente
ricca di immagini, effetti e prospettive. La
sobrietà fruttifica nei Grandi e inaridisce nei mediocri, si
fa intensità nel maestro e vacuità nell’allievo.
E il Pound ha la tempra del
maestro. Almeno su questo tutti sono d’accordo, perfino
i detrattori che non son pochi. Il suo magistero si esplica pienamente nei Cantos
(1925-1935 con tarde addizioni) dai quali germoglia un nuovo umanesimo che
influenzerà la letteratura
contemporanea, in specie di lingua
inglese. “Ne hanno mangiato e bene”: persino
Hemingway, indirizzato altrove, ne
ha mangiato. Lo stesso Eliot, quanto meno,
lo ha apprezzato nel dedicare al
Pound il capolavoro, The waste land.
Per una diretta
intelligenza dell’arte poundiana rimando alle pagine seguenti ( brani
in inquadrato e Antologia
). Sono
versioni in lingua italiana che rendono fino ad un certo punto; ad
accedere alla magica sfera poundiana si deve leggere il testo originale.
Gli squarci lirici che
seguono sono
d’approccio. Il primo è una evocazione degli Dei ellenici che con timido passo tornano a regnare sul mondo. Vi
si ritrovano accenti e sensazioni dell’ode di Keats An a Grecian Urn, un
inno alla Fede nella Bellezza, «
la sola necessaria alla vita » per il lirico inglese.
Seguono due brani dal LXXVI dei Pisan Cantos:
la
solenne apparizione del paesaggio
fra Serchio ed Arno nel diradarsi
della
foschia autunnale al di là della sua
gabbia di ferro nel
campo
di
Migliarino Pisano e la possente interpretazione d’una delle più ignobili pagine della
nostra storia, il peggio del nefasto 1945 per il
prigioniero e
per
l’Italia che egli amava come nuova
patria 1.
Ritorno
G uarda, ritornano.
Oh guarda le trepide
movenze e l’incedere tardo,
il passo turbato e l’incerto
ondeggiare.
Guarda, ritornano,
uno per uno,
spauriti, come nel sonno;
come neve che indugi
e mormori al vento
quasi volgendosi indietro.
Questi, gli “Alati-di-terrore”
inviolabili.
Terra di Pisa
La città nascosta
s’innalza, bianco avorio fra le nebbie.
Qua le radici affondano lambendo
l’orlo del fiume. E sugli stagni il sole
’di
settembre sorride. Limpidezza
che fluttua come fluttuano le vette
dei pioppi lungo il fiume. Solo i pali
del mio recinto immobili si stanno.
Con gli occhi tuoi, fratelli della quiete
e dell’acqua e dei salici e dell’alba,
guardami, Driade…
Olocausto
U n uomo, no, non si era mai veduto
nei secoli, due volte crocifisso.
…E lui che costruire
voluto avrebbe la città fiorita
dalle audaci terrazze scintillanti
presso alle stelle, lui, vinto, sereni
e miti sguardi, non sdegnosi e inquieti
presso a morte volgeva….
…Presente!
…Egli sconvolse degli schiavi
il mercato, le sabbie trasformò
in fertili campagne, agli aguzzini
sporchi fece assaggiare la sua frusta.
crocifisso, due volte crocifisso!
Vittima consacrata. crocifisso…
Credo quia absurdum. credo nell’Italia
e nella sua impossibile rinascita!
La concisione e
la ricchezza dei motivi creano
immagini stupende; nel
brano che voglio intitolare Olocausto (‘vittima consacrata’ al
sacrificio supremo in nome di un principio superiore) meglio non si poteva rendere l’epilogo del dramma italiano
e il dissolversi d’una incomparabile civiltà dopo
la
soppressione fisica dell’Uomo che l’aveva espressa: pochi
versi incandescenti che valgono assai più di tutta la produzione
apologetica – centinaia di volumi e migliaia di colonne di giornale – apparsa
da allora ad oggi. E mai invocazione di italiani degni di tal nome si è levata
all’altezza di
quel
mistico « Credo quia absurdum »,
di quel sublime atto di Fede che presagisce la resurrezione.
E zra sa comunicare con mirabile efficacia il
senso del passato, in specie nell’imitare e rielaborare motivi medievali alternati a immagini e reminiscenze
tratte, con sagace eclettismo, dalle
lette-rature classiche e orientali
( Personae,
1926). Il
Medioevo, di solito rappresentato statico ed opaco, è
animato nei suoi versi da sciolta vivacità e singolare vigore espressivo. Ne
è tipico esempio Altaforte,
un canto guerresco che di slancio
esaurisce a
fondo le risorse d’una
struttura rigorosa, condizionata dalle ostiche regole della sestina provenzale. Della
sestina sono ben noti lo schema asperrimo e i rigidi canoni fissati da Arnaldo Daniello
che l’ha ideata: sei stanze di sei endecasillabi
con ripetizione della parola finale d’ogni verso
della prima stanza nelle successive, in
modo costante e vario, più una terzina di commiato con successione
articolata delle sei parole a chiusura di sei emistichi.
In questa forma
di canzone si erano cimentati con un certo successo, fra
i nostri, solo i grandi trecentisti. Non è da meno Pound, il
fabbro perfetto, nel rifondere
e
saldare insieme concetti
e parole del trovatore Bertrando dal Bornio, espressi nella sua lingua con freschezza d’acqua sorgiva. La sua sestina è un suggestivo monologo
al livello di certi squarci scespiriani in cui la voce del personaggio sovrasta
e annulla quella dell’ambiente.
Il personaggio è il castellano di Altaforte
nel Périgord: Bertrando,
il bardo che secondo un’antica
biografia provenzale « amava la guerra per la guerra. Cantò di Madonna Battaglia come S. Francesco
di Madonna Povertà, o come i rimatori più dolci cantarono delle donne care al
loro cuore » 2. Vissuto dal 1140 ca. al
1215, esaltò
con passione le lotte cruente e
implacabili; « pensava
e si affannava a dimostrare con i suoi sirventesi che l’uomo è disonorato nella pace […] sempre volle che fossero in guerra insie-
me il padre, il figlio e il fratello l’un contro l’altro »
3. La sua fama di attizzatore di contese influenzò Dante, il
quale loda il cantore d’armi per la sua liberalità e lo
colloca al posto d’onore fra i poeti del suo tempo, ma non esita a
cacciarlo nell’Inferno fra i seminatori di discordia. E
per contrappasso lo condannò a incedere decapitato, tenendo per i
capelli la testa recisa dal busto, pendula come una lanterna 4.
Così passò Bertrando dal Bornio,
destinato dal Divino Poeta alla nona bolgia e di lì
tratto, sette secoli dopo, da un poeta moderno che l’ha restituito
vivo e più che mai pungente di lingua, caustico nel vituperare i baroni di
Provenza, la vigliaccheria, la
pace. Le
espressioni e le invettive del redivivo
sono
quelle dei suoi migliori sirventesi, delle
più oltracotanti canzoni di sfida,
quali A Peregors, pres
del muralh e Quan vei pels
vergiers desplegar 5.
In
Altaforte Bertrando rivive e ci parla con
l'immediatezza dei suoi canti guerreschi.
Della sestina
presento, nell’inquadrato a fronte, una traduzione che nel mio intento è fedele
per quanto lo conceda il rigore dello schema e la successione obbligata della parola-rima.
Mi assolve il
Pound che definisce il tradurre «
impresa ingrata, o
almeno soggetta ad essere ingrata o infelice ».
Peraltro – si è già accennato – i
suoi componimenti mal si acconciano ad esser volti in altra lingua.
Resta
qualcosa da dire sul tema. Mi rendo conto, coi
tempi che corrono, della scarsa simpatia che Altaforte può incontrare, non dico fra
le torpide
masse – che non leggono mai e si informano come vogliono i demagoghi e i
capezzatori – ma anche fra
le classi strigliate, salde
al mito della pace ad ogni costo.
Il pacifismo di maniera, bolso
di vieta retorica e fine a se stesso,
è ormai fenomeno patologico, endemico; narcosi d’una
società senza
carattere e senza valori sull’orlo dell’abisso
mondialista, della tirannide planetaria.
Altaforte
Loquitur
en Bertrans de Born
Dante
mise quest’uomo nell’inferno
perché era seminatore di
discordia.
Ecco, giudicate!
Scavando,
l’ho tratto fuori nuovamente!
La scena è al suo
castello, Altaforte. Papiols è il suo giullare.
Il ‘Leopardo’, la divisa
di Riccardo Cuor di Leone.
A ll’inferno! Nel mondo tutto appesta la
pace.
Vieni, cane bastardo,Papiols vieni! Alla
musica!
Io non
vivo che quando cozzar sento le spade.
Ma se
vedo stendardi di vaio e d’oro opposti
Nella
battaglia e i campi farsi al sangue vermigli
Il mio
spirito esulta, ebbro di folle gioia.
Nell’ardor dell’estate
provo una immensa gioia
Quando l’ira
celeste vince l’abietta pace
Col
balenio dei fulmini nel nero ciel vermigli
E
ruggiscono i tuoni, per me divina
musica,
Ed
ululano i venti fra le nuvole opposti
E lacerando l’aria cozzan di Dio le spade.
conceda ancor l’inferno d’udir cozzar le
spade,
Eccitati
destrieri nitrir pazzi di gioia,
Tinnir petti chiodati l’un contro l’altro
opposti.
Meglio un’ora di lotta che un secolo di
pace
Di crapule, di vino, di lazzi osceni e
musica!
Non
c’è vino che valga quanto il sangue vermiglio.
A mo il sole che sorge color sangue vermiglio
Dai raggi che nell’ombra balenan come
spade.
Prorompe travolgente dal mio petto una
musica
E si
colma il mio cuore d’una sublime gioia
Quando così lo vedo sdegnar l’immonda pace
col
suo vivo splendore alle tenebre opposto.
L’uom che la guerra fugge, l’armi temendo opposte
E
il cozzar delle lame, sangue
non ha vermiglio
Marciscan
pure i vili nella femminea pace
Lungi da dove i prodi incrociano le spade.
Per la
morte di tali baldracche urlo di gioia
E
nell’aria diffondo
selvaggia la mia musica.
Papiols, vieni, Papiols! Su,
diamoci alla musica!
Non c’è suono che valga vibrar di colpi
opposti
Non c’è grido che valga urlo guerrier di
gioia,
Quando gomiti e lame sangue stillan
vermiglio
E si avventa il ‘Leopardo’ contro le nostre spade.
Maledetti in eterno color che gridan ‘Pace’!
Ch' io senta ancor la musica delle sonanti spade!
ch'
io veda schiere opposte, vasti campi vermigli!
Al mondo non è gioia finché regna la pace!
Altaforte è sì un inno alla guerra per la guerra,
suscita, sì,
orrore per la strage, ma
butta all’aria gli altarini di chi invoca la pace per la pace, a costo della
peggiore ingiustizia, a vantaggio dell’aggressore che, con
dorati pretesti – le “ingerenze umanitarie”, le “crociate
democratiche per mandato divino”),
funesta con stermini, distruzioni,
rapine e schiavitù le terre altrui ricche di materie prime.
Altaforte aiuta a capire una verità che i pacifisti
fingono di non capire: l’uomo è lupo all’uomo (lo
disse Plauto e altri l’hanno ripetuto),
l’innata aggressività e il
connaturato istinto di sopraffa-zione dell'uomo rendono fittizio e precario il beneficio della
pace.
Quando poi
questa parola mai con le carte in regola (di qui le invettive dannunziane: femmina
da conio /
che per ruffian s’avea
qualche Bonturo e serpe
viscosa inviata alla tristezza degli uomini) vuol dire apatia, accidia
e viltà, invocarla è rifiutare la lotta anche nel senso più nobile; è rinnegare
le parole stesse del Giusto venuto sulla Terra
«non per portare la pace, ma la
spada ».
Note:
1
Versioni da: «
La Vetta d’Italia
» Bolzano, 14
dicembre 1963-IV/21 ( Ritorno
e Due volte crocifisso,
a corredo della prima puntata de Il
« Fabro Perfetto
» di
F. B.); ivi,
29 febbraio 1964-V/4 ( in
Terra di Pisa di Vittorio Vettori che include anche una robusta pagina
da Mamma marcia del
Malaparte sui tesori pisani di natura e d’arte sfregiati «
dalla stupida ferocia dei vinti e dei
vincitori »).
2 Camille Chabaneau, Les biographies des troubadours, Tolosa 1885, passim.
3
Riferimento storico, non del tutto fondato,
ai suoi intrighi contro i dinasti inglesi, in specie Enrico II nella cui corte
creò un clima da Tebaide.
4 Citazioni
dantesche:
«
[…]
Per che è manifesto in ciascuno
modo quelle ricchezze iniquamente avvenire; e però Nostro Segnore inique le
chiamò […]
invitando e confortando li uomini a
liberalitade di benefici, che sono generatori d'amici. E quanto fa
bello cambio chi di queste imperfettissime cose dà, per avere e per acquistare
cose perfette, sì
come li cuori de' valenti
uomini! […]
E cui non è ancora nel cuore Alessandro
per li suoi reali benefici? Cui
non è an-cora lo buono re di Castella, o il Saladino, o il buono Marchese di
Monferrato, o il buono Conte di Tolosa, o Beltramo dal Bornio, o
Galasso di Montefeltro? Quando de le loro messioni si fa menzione, certo non
sola-mente quelli che ciò farebbero volentieri, ma quelli prima morire
vorreb-bero che ciò fare, amore hanno a la memoria di costoro
». – Conv. IV.
xi. 10-14.
«
Circa que sola,
si bene recolimus,
illustres viros invenimus vulgariter
poetasse, scilicet
Bertramum de Bornio arma, Arnaldum
Danielem amorem, Gerardum
de Bornello rectitudinem; Cynum
Pistoriensem amorem, ami-cum eius rectitudinem ».
– De Vulg. Eloq., II.II.9.
« Io vidi
certo, ed ancor par ch'io 'l veggia,
un
busto sanza capo andar sì come
andavan
li altri de la trista greggia;
e 'l
capo tronco tenea per le chiome,
pésol
con mano a guisa di lanterna;
e quel
mirava noi e dicea: "Oh me!".
Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran
due in uno e uno in due:
com'esser
può, Quei sa che sì governa.
Quando diritto al piè del ponte fue,
levò 'l
braccio alto con tutta la testa,
per
appressarne le parole sue,
che fuoro: "Or vedi la pena molesta
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi
s'alcuna è grande come questa.
E perché tu di me novella porti,
sappi
ch' i' son Bertram dal Bornio, quelli
che
diedi al re giovane i ma' conforti.
Io feci il padre e 'l figlio in sé ribelli:
Achitofèl
non fé più d'Absalone
e di
Davìd coi malvagi punzelli.
Perch'io partii così giunte persone,
partito
porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo
principio ch'è in questo troncone.
Così
s'osserva in me lo contrapasso" ».
Inf.,
XXVIII.118-142.
5 Fra le più riconoscibili fonti d’ispirazione di Altaforte, si
annotano le seguenti in libera versione italiana:
A Perigors sotto le mura,
sì, e ad un tiro di mazza soltanto,
io verrò armato su Baiart
e se ci trovo l’obeso pittavino
vedrà se la mia spada taglia,
ché della sua testa farò un pastone
di cervello e di
piastre di maglia […].
Tutti i
giorni risuolo e ricucio i baroni
e li rifondo
e li riscaldo per farli
muovere.
Ma non ne vale la pena:
non
sono che pappemolli, hanno una tempra scadente,
peggiore
del pessimo ferro di S. Leonardo.
Per cui è uno scemo chi
se ne affanna.
Tutti i
giorni contendo, duello, difendo
e porto avanti e indietro la battaglia;
e si distrugge e si brucia la mia terra,
si mescola il grano con la paglia:
non ho nemico, ardito
o codardo, che
non mi attacchi […].
* * *
Mazze e brandi, elmi
colorati
e scudi tranciare vedremo
al cominciar della
mischia…
e quando sarà entrato
nella zuffa,
ogni uomo ardito non
pensi ad altro
che a fracassar teste e
braccia;
un morto val meglio d’un
vivo sopraffatto.
[…] Mi
piace veder per i campi
tende e padiglioni rizzati
e provo gran gioia, quando schierati in campo
vedo destrieri e
cavalieri in armi […].
Non
tanto mi piace mangiare
e bere e giacere,
quanto il sentir gridare
‘Addosso!’ e nitrire
dalle loro testiere i
cavalli
e gridare ‘Aiuto! Aiuto!’
e vedere
i caduti trafitti da
spezzoni di lancia
e da banderuole che escon
dal costato.
[…] Baroni, mettete
in pegno
castelli, borghi e città
prima che ci facciano guerra,
e tu, Papiols, fammi il piacere,
corri da ‘Sì-e-no’
e digli che qui
c’è troppa pace […].