![]() |
La Vetta d'Italia, estremo confine a nord della nostra Nazione |
1) Prima di tutto vorrei chiederle - visto che alcuni lettori potrebbero non aver idea di cosa stiamo parlando - di ricapitolare i recenti avvenimenti verificatisi in Alto Adige nei confronti degli italiani?
Di
importante negli ultimi anni si è accelerato l’attacco alla
memoria storica degli italiani altoatesini e il tentativo di, in
pratica, eliminare la toponomastica italiana.
Nel
primo caso si tratta del percorso inaugurato dalla Svp, con la
complicità del Pd, finalizzato al depotenziamento dei cosiddetti
“relitti fascisti” – Monumento alla Vittoria e Bassorilievo di
piazza del Tribunale in primis – con l’obiettivo di togliere ogni
valenza simbolica a tali opere.
Per
quanto riguarda la toponomastica, è in corso un attacco gravissimo
contro quella italiana. Attacco che tenta di stravolgere persino
quanto sancito dallo Statuto di autonomia. Recita infatti l’articolo
101 del Nuovo Statuto d’Autonomia che: «Nella provincia di
Bolzano le amministrazioni pubbliche devono usare, nei riguardi dei
cittadini di lingua tedesca, anche la toponomastica tedesca, se la
legge provinciale ne abbia accertata l’esistenza ed approvata la
dizione». Per cui la toponomastica tedesca deve affiancare
quella italiana già esistente, che non può essere toccata. Se
vogliamo essere pignoli, fino ad oggi, in base al succitato articolo,
l’uso ufficiale dei nomi di luogo tedeschi è arbitrario.
Il
16 settembre 2012, il consiglio provinciale altoatesino approvò una
Legge, che, introducendo il bislacco criterio dell’“uso” dei
nomi di luogo all’interno delle varie comunità comprensoriali,
avrebbe, in pratica, cancellato l’obbligo del bilinguismo. Il
Governo contestò, per palese incostituzionalità, tale Legge,
depositando, il 4 dicembre 2012, presso la cancelleria della
Consulta, un’impugnazione doviziosamente motivata, poi pubblicata
sulla Gazzetta ufficiale del 16 gennaio 2013.
La
Corte Costituzionale fissò l’udienza relativa al ricorso
governativo per l’8 ottobre del 2013. Il 31 agosto dello stesso
2013, fu siglato un accordo tra il presidente della Giunta
provinciale altoatesina, Durnwalder, ed il Ministro per gli Affari
regionali, Delrio; anch’esso con chiara impronta
anticostituzionale, poiché vi era contemplata l’eliminazione di
132 toponimi italiani. In seguito a questa intesa, il 26 settembre,
il Governo chiese alla Consulta di rinviare la discussione inerente
alla propria oppugnazione, in attesa di una modifica della Legge
provinciale.
Prima
della eventuale modifica, la commissione dei sei iniziò una
discussione per elaborare una norma di attuazione sulla
toponomastica. Quindi ci fu un nuovo rinvio della decisione della
Corte Costituzionale.
L’Accademia
della Crusca e 48 docenti universitari lanciarono un appello al
Presidente della Repubblica, Mattarella, e al Governo. In questo
appello viene manifestata la preoccupazione dei cattedratici per una
norma di attuazione, e relativa legge provinciale: «che prefigura
la messa in discussione del pieno diritto dei cittadini italiani di
riconoscersi, utilizzare e tramandare il proprio ricco e vasto
patrimonio di migliaia di nomi di luogo in lingua italiana in Alto
Adige, così come hanno fatto finora e per decenni. Tale norma di
attuazione violerebbe gravemente i principi della Costituzione e
l'obbligo del bilinguismo italiano-tedesco sancito da leggi
costituzionali, da sentenze della Corte costituzionale e dall’Accordo
De Gasperi-Gruber del 1946. Un Accordo che è alla fonte
dell'autonomia speciale in Alto Adige, basata sul principio di
assoluta e inderogabile parità linguistica fra i gruppi conviventi».
Il testo prosegue ricordando che «lo Statuto di autonomia
altoatesino definisce con chiarezza il quadro normativo entro cui
riconoscere la potestà legislativa provinciale sulla toponomastica,
ossia “fermo restando l’obbligo della bilinguità nel territorio
della Provincia di Bolzano”».
Il
Quirinale è intervenuto affermando che: «Vuole chiarezza» e
quindi il lavoro della commissione dei sei è stato sospeso in vista
del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. La crisi di
Governo procrastinerà ulteriormente la fine dei lavori della
commissione dei sei. Staremo a vedere.
2)
Perché un tale inasprirsi dei toni e, soprattutto, quale ritiene sia
l'origine di una tale accelerazione da parte dei partiti autonomisti?
A
parte le sparate di qualche esaltato, non vedo un inasprirsi di toni
e pretese, ma, da parte della Svp, il coerente e tenace perseguimento
del proprio progetto che si rifà a quanto approvato dal “Deutscher
Verband” nella riunione di Vipiteno della Dieta tirolese del
1918; ribadito da una delegazione di altoatesini di lingua tedesca
ricevuta dal Governo italiano nel 1920; ripreso
dei
rappresentanti volksparteisti a Parigi durante i colloqui che
portarono all’ “Accordo Degasperi-Gruber”; riproposto con il
progetto di legge d’autonomia esclusiva regionale presentato dalla
SVP nel 1958 al Senato e nel 1959 alla Camera (con cui la Svp
chiedeva la competenza assoluta nel campo della scuola, dell’edilizia
popolare, degli organi per l’assegnazione dei lavori e degli
impieghi, della pubblica sicurezza, delle strutture di risparmio e di
credito e dei segretari comunali. Inoltre reclamava che i
provvedimenti legislativi regionali non avrebbero dovuto essere
sottoposti ad approvazione governativa. Fu tra l’altro richiesto
per il Presidente della Giunta regionale la prerogativa della
responsabilità sull’ordine pubblico, da attuare con l’aiuto dei
reparti della Polizia statale «che dipendono disciplinatamente da
lui per quanto riguarda l’impiego», e con l’ausilio di una
polizia locale da costituire) e così via via fino ad oggi.
3)
Qual è oggi la situazione politica della provincia autonoma di
Bolzano? Quali sono i partiti che riscuotono maggior consenso fra la
popolazione, tanto dalla parte tedesca quanto da quella italiana?
A
livello provinciale, il partito che fa la parte del leone è
naturalmente la Svp, che alle ultime elezioni, nel 2013, ha ottenuto
il 45% dei suffragi e 17 consiglieri su 35. Sino a qualche anno fa la
Svp aveva la maggioranza assoluta dei seggi in consiglio provinciale,
ma ultimamente parte del suo elettorato è stato eroso dai
Freiheitlichen che hanno conquistato 6 consiglieri con quasi il 18%
dei voti. I Freiheitlichen propugnano lo stato libero del “Sudtirolo”
con parità di diritti tra italiani e tedeschi.
Nel
campo tirolese vi è anche il Süd-Tiroler Freiheit, il partito
secessionista di Eva Klotz, figlia del terrorista Georg, che nel 2013
ha ottenuto tre rappresentanti con il 7,2% dei voti.
Seguono
i partiti italiani: il PD con 2 rappresentanti e circa il 6% dei voti
e tutta una serie di micopartitini di destra di centro e di sinistra
che non hanno ottenuto alcun rappresentante; fatta eccezione per
“Alto Adige nel cuore” che ha conquistato un seggio in consiglio
provinciale. Se pensiamo che nel 1993 il Movimento Sociale Italiano
era il secondo partito della provincia con oltre l’11% dei voti,
vediamo come la dirigenza degli ultimi anni abbia distrutto un
patrimonio che i fratelli Mitolo erano faticosamente riusciti a
costruire in oltre quarant’anni di attività.
Oggi
la giunta provinciale è formata dalla Svp e dal Pd, che ha
sostituito la Democrazia Cristiana nel fare da sgabellino al partito
tirolese.
Per
quanto riguarda la situazione nel capoluogo, Bolzano, città a
maggioranza italiana, alle ultime elezioni, nel 2016, il Pd con il
20% dei voti e 9 consiglieri comunali è il primo partito e governa
assieme alla Svp che ha ottenuto il 17% dei voti e 8 consiglieri.
Seguono il Movimento 5 Stelle con 6 consiglieri, la Lega Nord con 5,
Uniti per Bolzano (centrodestra) 4, Alleanza per Bolzano (destra) 2,
due liste civiche con due rappresentanti ciascuna. È da sottolineare
infine l’exploit di Casapound che ha ottenuto quasi il 7% dei
suffragi e tre consiglieri. Anche in questo caso il paragone con il
Movimento Sociale, o la prima Alleanza Nazionale guidata ancora da
Pietro Mitolo, che viaggiava con percentuali attorno al 30%, è
impietoso per chi ha preso in mano il partito negli anni a seguire.
![]() |
I fratelli Andrea e Pietro Mitolo durante un comizio. |
4)
Vorrei porle anche una domanda sulla comunità Ladina, di cui un
tempo si sentiva parlare più spesso e che oggi sembra quasi
scomparsa dalla scena. Come si pone di fronte ai recenti avvenimenti?
Quali sono i rapporti con la comunità italiana?
La
comunità ladina in Alto Adige, con i suoi 20.000 componenti,
rappresenta il 4,53% della popolazione totale altoatesina (censimento
2011). I ladini dell’Alto Adige sono concentrati in Val Gardena e
in Val Badia.
Nei
confronti dei ladini si è sempre operata una politica assimilatrice
che dura ancor oggi, soprattutto attraverso le scuole e i mezzi di
comunicazione. Quello che la Svp ha sempre ritenuto un diritto
essenziale per i “sudtirolesi”, cioè la scuola in madrelingua
come fondamentale per la sua stessa esistenza, la stessa Svp ha
negato ai ladini, a cui ha pure negato la richiesta di una scuola
mistilingue. Lo Statuto autonomistico prevede che nelle scuole ladine
metà materie siano insegnate in tedesco e metà in italiano. Il
ladino è insegnato per due ore settimanali nella scuola dell’obbligo
ed una nella scuola superiore. Nel 1999 la Giunta provinciale
altoatesina si è opposta all’elevazione da una a due ore di ladino
nella scuola superiore.
Gli
stessi insegnati ladini, che in pratica non hanno potuto studiare la
loro lingua, non conoscono il ladino.
![]() |
Donne Ladine posano con i loro costumi tipici |
5)
Secondo il suo punto di vista esiste attualmente un soggetto politico
o un movimento capace di catalizzare il malcontento dei nostri
connazionali al fine di rispondere allo strapotere tedesco?
Purtroppo
no.
6)
E lo Stato, in questa grave situazione, come si sta comportando?
Secondo
me si sta barcamenando tra il solito contrattare i tre voti
volksparteisti in Parlamento e la necessità di difendere, per lo
meno in materia di toponomastica, quanto sancito dallo Statuto e cioè
il totale bilinguismo.
Si
sente la mancanza di un esperto della situazione altoatesina che
possa consigliare il Governo. Ultimamente La Svp ha iniziato a
dialogare direttamente con Roma bypassando la comunità italiana
altoatesina.
Almeno
ai tempi della DC le impetrazioni della Svp venivano mediate dai
dirigenti democristiani locali.
7)
Credo si possa individuare l'origine degli attuali problemi con la
fine del secondo conflitto mondiale. Può spiegarci la situazione
geopolitica dell'Alto Adige dopo il 1945?
Dobbiamo
ricordare che, al termine del secondo conflitto mondiale, l’Austria
mirava a riannettersi l’Alto Adige. Questa speranza inizialmente
non era campata in aria, poiché l’Austria godeva delle simpatie di
molte Potenze che la volevano leale, indipendente e anche rilevante
da un punto di vista territoriale in un’Europa che avrebbe dovuto
vedere la Germania smembrata e innocua.
L’Urss,
che aveva occupato la capitale austriaca e messo al governo il
filocomunista Karl Renner, aveva tutto l’interesse di patrocinare
le richieste di Vienna di ottenere l’annessione dell’Alto Adige,
al fine di vedere la propria influenza travalicare le Alpi ed
incunearsi a sud del Brennero quale pistola puntata alla tempia
dell’Occidente.
Da
parte sua, viceversa, il Regno Unito voleva un’Austria forte, filo
occidentale e non mortificata territorialmente per farne un bastione
contro il comunismo. Anche negli Usa vi erano numerose correnti
politiche che sostenevano la causa di Vienna.
Per
quanto riguarda le mire di Parigi, la Francia aveva l’intenzione di
creare uno Stato cuscinetto d’ispirazione cattolica formato dalla
Baviera, dal Tirolo austriaco e dall’Alto Adige. Tale progetto fu
alla fine bocciato dagli americani.
La
speranza di poter vedere l’Alto Adige riunito all’Austria portò
la Svp a rifiutare ogni tipo di collaborazione che avesse come fine
il raggiungimento di qualsiasi genere di autonomia.
L’eventualità
della secessione dell’Alto Adige, però, cozzava pesantemente sia
col fatto che l’Italia era già stata eccessivamente penalizzata
con la perdita dei territori cuneesi ad occidente e delle terre
istriano-dalmate ad oriente sia col fatto che la nascente “guerra
fredda” tra Usa e Urss imponeva la necessità di mantenere il
baluardo rappresentato dal confine del Brennero in mano italiana,
onde evitare possibili aggressioni sovietiche da nord.
Per
L’Italia, inoltre, l’Alto Adige rappresentava un indispensabile,
e quindi irrinunciabile, bacino di fornitura idroelettrica.
8)
Questo complesso quadro generò una serie di “rimpalli”
diplomatici tra Roma e Vienna. Quali furono le richieste avanzate da
ambo le parti?
Roma
cercò di ribaltare la situazione a proprio favore attivando tutti i
suoi canali diplomatici per convincere le Potenze vincitrici a
rivedere la loro simpatia nei confronti delle rivendicazioni
austriache. Inoltre, per convincere gli Alleati, l’Italia manifestò
la volontà di concedere ampie tutele alla popolazione di lingua
tedesca.
L’Austria
però insisteva per riottenere l’Alto Adige. Il Governo provvisorio
austriaco formalizzò, per il tramite della Commissione alleata
viennese, un appello affinché nel Trattato di Pace con l’Italia
fosse inserita una postilla prevedente che la futura appartenenza
territoriale del “Sudtirolo” dovesse essere stabilita da un
plebiscito.
Un
qualsiasi tipo di referendum atto a modificare lo status quo ante in
materia di correzioni confinarie ebbe sempre la più netta e totale
avversione del Governo romano.
Il
2 marzo del 1946 erano iniziate a Londra, dove si riunirono i
sostituti dei Ministri degli Esteri interessati, le discussioni per
cercare di definire la questione del confine alpino.
In
seguito alle manovre austriache che miravano a privare l’Italia di
una parte del suo territorio, il Governo italiano, con una propria
memoria consegnata alle Cancellerie degli Stati Uniti, Unione
Sovietica, Regno Unito e Francia, replicò negando la propria
disponibilità sia pur solo a discutere di qualsiasi tipo di cessione
di suolo patrio, anche se limitato esclusivamente ad esigue
rettifiche della linea di confine.
Il
Governo di Vienna già alla fine di gennaio del 1946 fece pervenire
al Consiglio dei Segretari di Stato una richiesta di sostanziale
annessione, altro che minori rettifiche, della provincia di Bolzano,
che secondo la proposta avrebbe dovuto essere, in un primo tempo,
smilitarizzata e posta sotto il controllo dell’Onu per poi, in un
secondo momento ed a seguito di una consultazione popolare, passare
sotto l’amministrazione austriaca. Tale soluzione avrebbe concesso
alle imprese idroelettriche italiane operanti sul territorio
altoatesino uno statuto speciale e l’assicurazione che lo
sfruttamento delle ricchezze energetiche prodotte sarebbe stato
gestito da società miste italo-austriache. Inoltre, Vienna avrebbe
accordato agli italiani, che avessero deciso di rimanere in provincia
di Bolzano nonostante il suo passaggio all’Austria, uno speciale
status di minoranza tutelata.
Il
primo maggio del medesimo anno (1946), a Parigi, i titolari degli
Affari Esteri respinsero tale istanza, non ritenendola adeguata al
concetto di «minori rettifiche» che le Potenze vincitrici
avevano affermato essere disposte a prendere in considerazione. Tale
pronunciamento censorio nei confronti della richiesta viennese fu
anche conseguenza dei circostanziati ed esaurienti promemoria esibiti
dall’Esecutivo italiano in vista della presa di posizione parigina.
![]() |
Trattati di pace di Parigi, febbraio 1947 |
9)
Ci piacerebbe capire meglio quali furono queste “minori
rettifiche” richieste dall'Austria e
come rispose in merito il nostro governo?
Rinunciato
ad accampare pretese su tutta l’area altoatesina, Vienna si
contentò di reclamare le famose «minori rettifiche» alla
frontiera con l’Italia.
Con
una nota presentata il 10 maggio, esigette l’intera Val Pusteria,
la città di Bressanone e una frazione della Val d’Isarco. Il tutto
corrispondente ad una superficie complessiva pari al 43% dell’intero
territorio e con una popolazione ammontante a circa 75.000 persone.
Questa sua richiesta fu giustificata dal fatto che tali zone erano
attraversate dalla ferrovia Brennero-Fortezza-San Candido che
costituiva l’anello di congiunzione del più ampio collegamento
ferroviario tra il Tirolo del nord e quello orientale, interrotto
dalla porzione che si estendeva sotto la sovranità italiana.
Il
primo giugno del 1946, l’Italia presentò due memorandum
addizionali. Nel primo, il memorandum addizionale A, Roma confutò le
richieste austriache riguardanti le minori rettifiche di confine. Nel
secondo, il memorandum addizionale B furono registrati e
minuziosamente descritti tutti i provvedimenti presi dall’Esecutivo
Degasperi a tutela del gruppo tedescofono dell’Alto Adige. Fu
questo documento a far pendere definitivamente il piatto della
bilancia a favore del Bel Paese.
Al
punto n. 8 del promemoria, fu sottolineato come il Governo italiano
si fosse impegnato per creare una commissione che avrebbe dovuto
elaborare un progetto di autonomia e che la Südtiroler Volkspartei,
pur essendo stata invitata a parteciparvi con propri rappresentanti,
rifiutò di collaborare. Così nella nota italiana fu severamente
stigmatizzato il disimpegno volksparteista: «Il
Primo Ministro e Ministro per gli Affari Esteri, Alcide Degasperi,
incontrò a Roma i leader della “Südtiroler Volkspartei” che
invitò ad unirsi alla commissione per l’elaborazione del progetto
di autonomia. Dopo qualche esitazione il portavoce tedesco rifiutò,
intendendo, evidentemente, con questo mantenere la posizione
rigidamente separatista del partito, notoriamente ispirata da
propaganda straniera, e che va, ovviamente, a scapito degli interessi
della regione che tali portavoce pretendono di rappresentare».
Il
24 giugno del 1946, il plenum dei Ministri degli Esteri, sentite
entrambe le parti contendenti, sostenne nuovamente gli assunti del
nostro Paese e, dopo aver sollecitato Roma a garantire il traffico
austriaco transitante sulla linea in questione, ricusò l’ulteriore
rivendicazione austriaca mettendo la parola fine sulle ultime
aspettative nutrite da Vienna di mettere le mani sull’Alto Adige.
È
in questo contesto, e come una sorta di indennizzo per avere dovuto
rinunciare all’Alto Adige, che iniziarono le trattative tra il
Ministro degli Esteri italiano Degasperi e il Ministro degli Esteri
austriaco per concedere una sostanziale tutela agli altoatesini di
lingua tedesca.
10)
Sappiamo che sta studiando in maniera approfondita il famigerato
accordo Degasperi – Gruber. Può chiarire ai nostri lettori la
genesi dell'accordo?
Il
5 settembre del 1946 a Parigi, durante i colloqui di pace, fu redatto
un accordo per la salvaguardia dei tirolesi dell’Alto Adige.
Accordo che fu firmato dal Presidente del Consiglio italiano Alcide
Degasperi, contemporaneamente titolare della Farnesina, e dal
Ministro degli Esteri austriaco Karl Gruber. Il quale, il 30 agosto
ancora una settimana prima della storica firma, in un promemoria
indirizzato alla Segreteria della Conferenza di Pace, mise le mani
avanti per quelle che sarebbero potute essere, ed in effetti furono,
le future mosse austriache. In tale nota lo statista d’Oltralpe tra
l’altro avvertì che «in mancanza d’accordo il Governo
austriaco dovrebbe essere autorizzato ad appellarsi alle Nazioni
Unite, che dovrebbero decidere su qualsiasi rilevante divergenza di
opinione».
L’Italia
non avrebbe, in nessun caso, accettato neppure di iniziare alcun tipo
di negoziazione basata sull’ipotesi di modifiche confinarie e
avrebbe in tal caso abbandonato le trattative, lasciando i
“sudtirolesi” privi di qualsiasi concordato che avesse
riconosciuto loro qualunque sorta di tutela.
Rinunciata
ogni velleità annessionistica, l’Austria cercò di convincere
l’Italia ad accettare un’autonomia esclusiva per la provincia
bolzanese, escludendo qualsiasi riferimento ad un possibile
allargamento dei confini amministrativi dell’autonomia. Anche su
questo punto Degasperi fu irremovibile e le improbe trattative
portarono ad un testo d’accordo che nel suo art. 2 previde una
formulazione compromissoriamente generica, che sancì come la
dimensione di tale autonomia sarebbe stata determinata in seguito,
consultando anche i rappresentanti della popolazione tedescofona.
Quest’impostazione, non più negoziabile per l’Italia, che
stabilì inoltre come l’intera questione fosse un mero atto di
politica interna italiana da dirimersi interpellando i dirigenti
“sudtirolesi”, fu il massimo che le due diplomazie riuscirono a
raggiungere.
Se
l’Austria non fu completamente soddisfatta dall’esito delle
trattative, avendo dovuto rinunciare prima alle modifiche confinarie
e poi ad un’autonomia particolare per il solo Alto Adige, anche
Roma ebbe tutte le ragioni per non essere del tutto appagata dalla
soluzione trovata. Infatti, l’abbandono delle rivendicazioni
territoriali di Vienna, avvenuto di fatto con l’accettazione
dell’accordo, non fu statuito con un preciso articolo.
Durante
tutta la trattativa furono sempre tenuti al corrente dei fatti i due
esponenti “sudtirolesi”, il dott. Otto von Guggenberg e dott.
Friedl Volgger che, alla fine, facendo buon viso a cattivo gioco,
avallarono l’accordo raggiunto dalle deputazioni italiana ed
austriaca, ripromettendosi però di considerare in futuro il
contenuto della negoziazione siglata come carta straccia e la sua
applicazione da parte italiana in guisa di travisamento e disattesa
dell’accordo stesso.
![]() |
Karl Gruber e Alcide Degasperi |
11)
Come fu articolato l'accordo? Può sintetizzarne i contenuti?
L’”Accordo
Degasperi-Gruber” previde tre articoli.
1)
Gli abitanti di lingua tedesca della provincia di Bolzano e quelli
dei vicini comuni bilingui della provincia di Trento, godranno di
completa uguaglianza di diritti rispetto agli abitanti di lingua
italiana, nel quadro delle disposizioni speciali destinate a
salvaguardare il carattere etnico e lo sviluppo culturale ed
economico del gruppo di lingua tedesca.
In
conformità dei provvedimenti legislativi già emanati od emanandi,
ai cittadini di lingua tedesca sarà specialmente concesso: a)
l’insegnamento primario e secondaria nella loro lingua materna; b)
l’uso, su di una base di parità, della lingua tedesca e della
lingua italiana nelle pubbliche amministrazioni, nei documenti
ufficiali, come pure nella nomenclatura topografica bilingue; c) il
diritto di ristabilire i nomi di famiglia tedeschi che siano stati
italianizzati nel corso degli ultimi anni; d) l’eguaglianza di
diritti per l’ammissione a pubblici uffici, allo scopo di attuare
una più soddisfacente distribuzione degli impieghi tra i due gruppi
etnici.
2)
Alle popolazioni delle zone sopraddette sarà concesso l’esercizio
di un potere legislativo ed esecutivo autonomo, nell’ambito delle
zone stesse. Il quadro nel quale detta autonomia sarà applicata sarà
determinato, consultando anche elementi locali rappresentanti la
popolazione di lingua tedesca.
3)
Il Governo italiano, allo scopo di stabilire relazioni di buon
vicinato tra l’Austria e l’Italia, s’impegna dopo essersi
consultato.
Le
clausole incluse nel primo articolo esprimono quelle facoltà che
l’Italia si era impegnata a concedere nel libero esercizio della
propria sovranità, quelle del secondo articolo previdero che la loro
messa in opera fosse attuata con la consultazione dei rappresentanti
degli altoatesini di lingua tedesca, infine le clausole contenute nel
terzo articolo riguardano misure di carattere internazionale che il
Governo italiano si era impegnato ad adottare dopo aver sentito il
Governo austriaco.
Fu
dunque prevista la tutela delle caratteristiche linguistiche e
culturali dei tirolesi altoatesini e sancita la completa parità con
le altre popolazioni conviventi in provincia di Bolzano. Non fu al
contrario in nessun modo previsto il ripristino del carattere tedesco
del territorio né esplicitato l’ambito territoriale
dell’autonomia, se non che tale sfera sarebbe dovuta essere
determinata anche con una consultazione dei rappresentanti locali di
lingua tedesca.
Analizzando
in modo obiettivo il secondo paragrafo di siffatta clausola, ed
integrando nella disamina il primo periodo con il secondo, si evince
chiaramente come il significato dell’intesa non avesse
assolutamente previsto una regione autonoma, ma che la struttura
istituzionale dell’autonomia sarebbe stata stabilita solo
successivamente.
Più
avanti sia l’Austria sia la Svp negli anni a venire riproposero la
loro interpretazione del Patto di Parigi che secondo loro avrebbe
previsto l’autonomia esclusiva regionale per il solo Alto Adige.
Appare
lapalissiano come l’Italia, nonostante la formulazione finale non
fosse troppo chiara, come spesso accade in diplomazia, non si era mai
sognata d’impegnarsi a limitare l’autonomia al solo Alto Adige,
avendo sempre respinto ogni rivendicazione in tal senso. Inoltre,
l’equo accordo ottenuto fu ratificato dal Governo austriaco ed
approvato dal gotha politico dei “sudtirolesi”. Pertanto la
configurazione del primo Statuto d’autonomia fu perfettamente
coerente al testo del “Patto di Parigi” e fu il massimo che la
popolazione tedescofona dell’Alto Adige potesse attendersi da esso:
un’autonomia della provincia altoatesina all’interno
dell’autonomia regionale.
I
rappresentanti dei “sudtirolesi” accettarono dunque la formula
compromissoria regionale-provinciale per l’autonomia altoatesina.
Tale compromesso, necessario per non far saltare le trattative, fu
aspramente patteggiato durante i colloqui parigini e furono quindi
false le accuse che in tempi successivi furono indirizzate al povero
Karl Gruber dagli oltranzisti tirolesi, cioè l’addebito di una sua
mancata richiesta di un’autonomia esclusiva per l’Alto Adige.
I
circoli austriaci più oltranzisti e la Svp si stavano però
preparando a violare lo spirito del trattato appena sottoscritto, che
per loro fu considerato unicamente un primo piccolo passo verso
l’autodecisione. Gruber, pur avendo disatteso le più estreme
aspirazioni volksparteiste, il pomeriggio del 4 settembre 1946
convocò l’ambasceria “sudtirolese” per ragguagliarla
sull’ineluttabilità del testo dell’accordo raggiunto,
sull’impossibilità d’inserire la conciliazione nel Trattato di
Pace se non fosse stata tempestivamente ratificata, e soprattutto per
tranquillizzarla. Infatti, affermò che la non chiarezza e la
difficoltà interpretativa dello scritto avrebbe permesso agli
altoatesini in futuro di denunciare l’interpretazione, la lettura e
l’applicazione da parte italiana dell’Accordo stesso.
Un
Karl Gruber dunque con due facce, una per gli italiani ed una per gli
estremisti irredentisti del suo Paese e della Svp.
12)
Ritiene che l'accordo Degasperi – Gruber sia all'origine degli
attuali contrasti in Alto Adige?
Una
delle prime conseguenze dell’Intesa raggiunta fu il rientro degli
optanti, molti di loro si erano compromessi con il nazismo alla cui
ideologia erano rimasti nostalgicamente legati.
Per
quanto riguarda l’origine dei contrasti in Alto Adige, non penso
che sia stato l’accordo in sé a generala, ma la fallace
interpretazione data sia dai “sudtirolesi” sia dall’Austria e
il cedimento dei Governi italiani succedutisi. L’accordo fu in
qualche imposto dalle potenze vincitrici in cambio del mantenimento
della frontiera al Brennero. Penso che, quindi, l’Italia fu
costretta a sottoscriverlo.
Per
gli altoatesini di lingua tedesca qualsiasi intesa raggiunta è
sempre stato solamente il punto di partenza per ulteriori pretese.
Un
avvertimento sul carattere pretenzioso della nomenclatura politica
“sudtirolese”, fu lanciato agli italiani già il 12 gennaio del
1946, quando le Grandi potenze non avevano ancora deciso il destino
dell’Alto Adige, da Gruber nel corso di una conversazione avuta con
il nostro consigliere d’Ambasciata a Vienna Maurilio Coppini.
Gruber affermò: «Conosco i miei
conterranei, essi sono l’elemento più duro e più tenace della
Terra. Quanto maggiore sarà la libertà che loro concederete, tanto
più essi ne useranno e ne abuseranno, se volete, per chiedere ed
insistere di ritornare a far parte dell’Austria. Tutte le autonomie
che voi italiani accorderete loro, con tutta la buona volontà di
creare una collaborazione con loro, saranno altrettante armi che essi
rivolgeranno contro voi stessi. A poco a poco, nell’ambito della
legalità, che voi stessi avrete ricostituita, della libertà, che
voi avrete concessa agli altoatesini, la situazione degli italiani in
Alto Adige sarà insostenibile».
13)
In Alto Adige esplose nel dopo guerra una violenta stagione di
terrorismo, oggi quasi dimenticata o sottaciuta. Puoi ricordarci a
grandi linee la storia di quei difficili anni macchiati di sangue?
Il
“Manuale dell’Alto Adige” distribuito dalla Provincia
autonoma di Bolzano nelle sue “note di storia”, tratta il
periodo sanguinoso degli attentati terroristici separatisti -
caratterizzato da centinaia tra attentati, attacchi a colpi di armi
automatiche, dissimulazione di mine antiuomo, bombe nei treni e nelle
stazioni -, che vide ben diciotto morti e decine di feriti,
minimizzandolo e citando solo la “notte dei fuochi”
dell’11 giugno 1961 giustificando, inoltre, gli attentatori che,
poverini: “Cercavano comunque di non colpire vite umane”.
È liquidata così dalla “verità ufficiale” una stagione di
lutti, e di sangue versato da decine di Servitori dello Stato caduti
o feriti per opporsi non a un gruppo di fanatici isolati, ma a
organizzazioni strutturate militarmente che poterono contare su
protezioni, coperture e complicità oltre Brennero.
Il
15 maggio del 1955 a Vienna, all’interno del Castello del
Belvedere, il Governo austriaco firmò con le Potenze occupanti,
Francia, Regno Unito, Stati Uniti ed Unione Sovietica, a coronamento
delle trattative riguardanti il ristabilimento di un’Austria
indipendente e democratica, un “Trattato di Stato” (denominazione
ufficiale: “Staatsvertrag betreffend die Wiederherstellung eines
unabhängigen und demokratischen Österreich, gegeben zu Wien am 15.
Mai”; “Trattato di Stato per la re-istituzione di
un’Austria indipendente e democratica, firmato a Vienna il 15
maggio 1955”), che ristabilì un’Austria libera, sovrana e
neutrale dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale e
l’occupazione militare da parte delle Nazioni vincitrici.
Da
quel momento in Austria vari circoli politici, tollerati se non
sostenuti e favoriti dalle autorità governative, iniziarono ad
operare, sia politicamente sia col terrorismo, per ottenere
l’annessione dell’Alto Adige.
Mentre
ufficialmente il Governo di Vienna negoziava con l’Italia
un’eventuale modifica dello Statuto - che andasse nella direzione
di una ancora maggiore autonomia per l’Alto Adige e che da parte
austriaca mirava ad un sostanziale superamento dell’“Accordo
Degasperi-Gruber” con la scusa che lo stesso sarebbe stato non
ottemperato dall’Italia - un’“alta fonte viennese”
organizzava le azioni terroristiche, scegliendone modi e tempi in
modo da boicottare le trattative tra Italia e Austria.
La
cospirazione armata contro l’Italia può essere divisa in tre
tempi.
Il
primo, caratterizzato da attentati dimostrativi compiuti dal
cosiddetto “gruppo Stieler” dal nome del capobanda, Hans
Stieler, tipografo del “Dolomiten”. La banda fu appoggiata
e finanziata da Eduard Widmoser, capofila del “Berg Isel Bund”
un’organizzazione irredentista tirolese che mirava al ritorno
dell’Alto Adige all’Austria.
Il
secondo tempo fu rappresentato dalla “Notte dei fuochi” e
da altri attentati compiuti in Alto Adige nel 1961/1962. In sole 24
ore furono compiuti 47 attentati, dei quali 26 a strutture di
sostegno delle linee elettriche aeree dell’alta tensione sulle
pendici dei monti intorno alla conca di Bolzano. Durante la “notte
dei fuochi” trovò la morte il lavoratore dell’ANAS Giovanni
Postal.
Alla
fine di luglio del 1963 iniziò il terzo tempo dell’aggressione
armata contro la presenza italiana in Alto Adige, che si caratterizzò
per l’abbandono dei vantati fini dimostrativi ed il passaggio ad
azioni sempre più efferate e finalizzate alla ricerca della
carneficina.
In
questa fase agirono le cellule di Innsbruck e di Monaco del “Bas”,
il “Befreiungsausschuss Südtirol”, cioè “Comitato
di liberazione dell’Alto Adige” che nacque con l’obiettivo
di staccare l’Alto Adige dall’Italia per riunirlo al Tirolo
austriaco.
Il
Bas fu fondato nel 1956 da Sepp Kerschbaumer, un piccolo commerciante
idealista di Frangarto ed ex dirigente locale della Svp, dimessosi,
infatti da “Orts Obmann” perché amareggiato da quella
che, da parte della “Stella Alpina”, considerava una
politica arrendevole ed accondiscendente. Kerschbaumer raggruppò una
decina di estremisti intorno all’idea di “smuovere la
popolazione con atti dimostrativi”.
All’interno
del Bas emersero quasi subito delle profonde divergenze tra la
fazione idealista del movimento terrorista, facente capo allo stesso
Kerschbaumer, secondo la quale il BAS si sarebbe dovuto limitare ad
azioni dimostrative non cruente nei confronti delle persone, e quella
più militarista e propensa a scatenare una vera e propria guerra
civile. Alla lunga, prevalse la seconda posizione che, per circa un
decennio, fece dell’Alto Adige il terreno su cui vere e proprie
bande armate organizzate militarmente, con appoggi finanziari e
politici provenienti dai circoli oltranzisti e neonazisti di Monaco
ed Innsbruck, scatenarono una guerriglia caratterizzata da centinaia
tra attentati, attacchi a colpi di armi automatiche, dissimulazione
di mine antiuomo, bombe sui binari ferroviari, nei treni e nelle
stazioni.
La
cellula tirolese fu guidata dal “triumvirato” composto da Günther
Andergassen, Kurt Welser e Luis Amplatz, mentre quella di Monaco fu
diretta dal neonazista Norbert Burger e dal fanatico Peter
Kienesberger. Fu quest’ultimo gruppo che compì gli attentati più
efferati.
Ricordiamo
le vittime civili e militari dei terroristi separatisti:
Giovanni
Postal, operaio dell’ANAS.
Vittorio
Tiralongo, carabiniere.
Luigi
De Gennaro, carabiniere.
Palmerio
Ariu, carabiniere.
Bruno
Bolognesi, guardia di finanza.
Salvatore
Gabitta, guardia di finanza.
Giuseppe
D’Ignoti, guardia di finanza.
Gaspare
Erzen, dipendente della ditta di facchinaggio della stazione
ferroviaria di Verona.
Herbert
Volgger, guardia di finanza.
Franco
Petrucci, guardia di finanza.
Martino
Cossu, guardia di finanza.
Armando
Piva, alpino.
Francesco
Gentile, carabiniere.
Mario
Di lecce, paracadutista.
Olivo
Dordi, sabotatore paracadutista.
Filippo
Toti, guardia di Pubblica Sicurezza.
Edoardo
Martini, guardia di Pubblica Sicurezza.
Ricordiamo
anche la guardia di finanza Raimondo Falqui - assassinato nel 1956 a
bastonate da un gruppo di valligiani avvinazzati e riempiti d’odio
antitaliano dalla propaganda austriacante – e il sindaco di
Caldaro, Giuseppe Petri, ucciso il 4 novembre del 1946 per aver
issato sul pennone del municipio la bandiera italiana.
![]() |
Uno dei tralicci abbattuti nel '61 ad opera dei separatisti "sudtirolesi" durante quella che passerà alla storia come la Notte dei Fuochi |
14)
E' vero che molti dei protagonisti di quella triste stagione sono
ancora a piede libero, ricoprono ruoli politici e continuano
addirittura a fare propaganda anti-italiana?
Molti
terroristi si rifugiarono in Austria, che concesse loro asilo
politico. In particolare gli ergastolani Siegfried Steger, Sepp
Forer, Heinrich Oberleiter, e Heinrich Oberlechner, cioè i
cosiddetti “quattro bravi ragazzi della valle Aurina” e
Alois Larch, condannato a 28 anni di reclusione per la strage di
Malga Sasso e graziato nel 2007.
In
Austria i “4 bravi ragazzi” si rifecero una vita. Steger
lavorò come macellaio a Starnberg in Baviera e poi traslocò a
Telfs, in Tirolo, paese della moglie. Anche Forer seguì la moglie
che gestiva alberghi in Tirolo. Oberlechner invece aveva scelto la
Baviera. Oberleiter, infine, si rifugiò a Hohenroth in Germania.
Larch,
dopo avere ottenuto la grazia, tornò a Lana, il suo paese, e fu
accolto in pompa magna dagli Schützen locali.
Oberlechner
morì, nel 2006, ad Innsbruck.
C’è
infine da sottolineare che in Alto Adige sono state dedicate due
strade a terroristi. Una, a Sepp Kerschbaumer, a Frangarto e l’altra,
a Franz Höfler, a Lana.
15)
Esiste, a suo parere, la remota possibilità che italiani e tedeschi
riescano un giorno a trovare un giusto compromesso per una pacifica
convivenza all'interno dello stato italiano o ritiene sia del tutto
impossibile, con il riproporsi in un prossimo futuro di scenari ben
peggiori degli attuali?
Non
credo che si possano ripetere gli scenari degli anni sessanta anche
perché non penso che eventuali aspiranti terroristi possano
riottenere gli appoggi che hanno ricevuto in quel periodo. L’Austria
nel 1992 ha concesso la quietanza liberatoria, riconoscendo che
l’Italia ha ottemperato all’“Accordo Degasperi-Gruber”. Non
credo che convenga alla SVP tirare troppo la corda, perché non si
può escludere (anche se lo ritengo poco probabile) che un futuro
Governo italiano, a seguito delle continue richieste di nuove
competenze, possa rivedere in senso restrittivo lo stesso Statuto
autonomistico.
È
bene ricordare, malgrado che gli austriacanti affermino il contrario,
che non esiste nessun ancoraggio internazionale né per il
“pacchetto” né tantomeno per lo Statuto di autonomia. Infatti,
le elargizioni concesse da Roma con il secondo Statuto sono
ufficialmente libere concessioni date dall’Italia. L’unico atto
che è ancorato internazionalmente è l’“Accordo
Degasperi-Gruber”. Vienna, quindi, potrebbe solamente, se dovesse
ritenere che eventuali modifiche dello Statuto siano in contrasto col
“Patto di Parigi”, adire alla Corte di giustizia dell’Aja in un
ricorso esclusivamente giuridico. Corte, che dovrà valutare
unicamente se, eventualmente, l’“Accordo Degasperi-Gruber” sia
stato superato da parte italiana. Niente di più, niente di meno.
Infatti,
l’unico strumento internazionale negoziato tra Italia e Austria,
alla fine degli anni sessanta in vista del “pacchetto”, fu
la modifica della “Convenzione europea per la soluzione pacifica
delle controversie”, che attribuiva alla corte dell’Aja la
competenza di dirimere tali contrasti, in modo che la Corte stessa
potesse interessarsi anche delle questioni sorte prima del 1957.
16)
Quale potrebbe essere, sempre a suo parere, una soluzione valida per
sanare questi contrasti e fare in modo che gli Italiani tornino a
sentirsi a casa propria dalla stretta di Salorno fino alla Vetta
d'Italia?
Finché
non cambierà l’atteggiamento della nomenclatura politica
“sudtirolese” - che, come già accennato, mira pervicacemente
all’applicazione del programma della Dieta di Vipiteno del 1918 –
il risanamento dei contrasti, e il fatto che gli italiani possano
sentirsi a casa propria dalla stretta di Salorno fino alla Vetta
d'Italia, rimarrà una pia illusione.
Ritengo,
in ogni caso, che realisticamente non si possa arrivare alla denuncia
dell’“Accordo Degasperi Gruber”, ma che un Governo italiano
“con le palle” debba ridisegnare un nuovo Statuto autonomistico
che applichi realmente il “Patto di Parigi” così come fu inteso
e accettato da Degasperi nel 1946. Denunciando, quindi tutte le
erronee interpretazioni subite dai Governi italiani degli anni
sessanta che portarono all’attuale autonomia.
Questo,
naturalmente, provocherebbe la piccata reazione della Svp e
dell’Austria, per cui l’Italia stessa potrebbe rivolgersi alla
Corte dell’Aja per sottoporre ad un giudizio giuridico il nuovo
Statuto. Una presa di posizione favorevole della stessa Corte di
Giustizia Internazionale potrebbe tacitare sul nascere le proteste.
C’è
inoltre da dire che la Dichiarazione Universale dei Diritti dei
Popoli (proclamata ad Algeri il 4 luglio 1976), per quanto riguarda
le minoranze prevede che «quando un
popolo rappresenta una minoranza nell’ambito di uno stato, ha
diritto al rispetto della propria identità, delle tradizioni, della
lingua, del patrimonio culturale»
(art. 19) e che «i membri delle
minoranze devono godere senza discriminazione degli stessi diritti
che spettano agli altri cittadini e devono partecipare in condizioni
di uguaglianza alla vita pubblica».
Un’eventuale
riforma statutaria, se rispettasse questi canoni, (nella Carta di
Algeri non si parla né di poteri legislativi ed esecutivi autonomi
né di altri previlegi) sarebbe certamente approvata a livello
internazionale. Anche tenendo conto che l’art. 21 della stessa
Dichiarazione di Algeri afferma che «L’esercizio di tali
diritti deve realizzarsi nel rispetto degli interessi della comunità
presa nel suo insieme e non può autorizzare lesioni dell’integrità
territoriale e dell’unità politica dello stato, quando questi si
comporti in conformità con tutti i principi enunciati nella presente
Dichiarazione».
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.