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giovedì 22 giugno 2017

LA MISERICORDIA CHE NON C'E' - Maria Cipriano



Michele Amatore (Sulayman al-Nubi 1826-1883)

Pluridecorato, promosso sul campo, insignito del cavalierato dell'Ordine della Corona d'Italia e dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, nonché della medaglia di benemerito della salute pubblica.

Una volta, quando la Chiesa cattolica insegnava le cose che le competevano, e certo non spargeva in giro melliflue perdonanze agli anticristiani di professione né sollecitava le invasioni altrui dal mare né faceva comunella con i comunisti (o ex comunisti che dir si voglia), insegnava, tra l’altro, i 14 precetti della misericordia: sette corporali (dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti) e sette spirituali (consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti), di cui forse i più maturi tra noi si ricorderanno non senza una punta di nostalgia. Erano perlomeno tempi in cui 2+2 faceva quattro e si ragionava secondo la buona vecchia logica aristotelica. Erano. E infatti va da sé che di questi precetti, come di molti altri inerenti il magistero cristiano-cattolico, i nostri giovani non sanno un bel nulla, dal momento che la Chiesa ha da tempo rinunciato a spiegare le cose dello Spirito, preferendo “navigare” nella secolarizzazione, nel relativismo morale, nella confusione post-moderna, nella bolgia materiale e materialista tra un gay-pride e l'altro, e, anziché indicare la strada che porterebbe fuori da questo guazzabuglio, ha contribuito a mescolare i sentieri in un farraginoso ginepraio senza sbocco da cui spira odor di zolfo. E' ormai abbastanza chiaro che, a parte eccezioni, gli ecclesiastici sono schierati col Governo assieme agli altri vertici del residuo Stato e delle forze mediatiche a questo collaterali, per continuare ad allietarci con l'invasione dei migranti.
Questo preambolo serve, a me che sono laica e anticlericale, non tanto per “rimpiangere i bei tempi andati”, quanto per fare una riflessione sui precetti di cui sopra alla luce dei tempi attuali. Genericamente parlando, la misericordia che con facile trasposizione si tenderebbe a riferire ai poveri profughi che fuggono dalle guerre e dalla miseria, in verità va girata agli italiani. Non solo: ma non la riferirei ai migranti per una serie di ovvie ragioni. Va da sé, infatti, che le misericordie corporali e spirituali, cioè quella serie di provvidenze e conforti che la religione cristiana incita a donare ai bisognosi, vanno elargite anzitutto a chi è vicino (infatti il termine “prossimo” ha proprio questo significato), e secondariamente (e non certo obbligatoriamente) a chi è lontano. Se poi chi è lontano viene sospinto apposta laddove nessuno lo vuole e lo desidera, cioè a casa degli altri, e ne viene sospinto a frotte di migliaia al giorno, per secondi fini, cioè per obbedire a un piano mondialista che ha tutto in testa fuorchè la misericordia, i 14 precetti vengono sonoramente a decadere e non hanno più senso, non solo, ma vanno ritirati e negati. Non c’è bisogno di una vista particolarmente lunga per vedere dov’è l’inganno dell'accoglienza, e dove veramente s'intende arrivare con tutte le smancerie sulla lieta convivenza multietnica.
La confusione babelica non evoca affatto ciò che Dio vorrebbe per l’umanità, bensì l’esatto contrario. E girando per l'Italia (per non parlare del resto d'Europa dove esistono vere e proprie enclavi dove domina la sharia, che è contraria allo Stato di diritto nato dall'Illuminismo), soprattutto in alcune città (Brescia, Parma, Reggio Emilia, Prato, etc.) si assiste a una commistione di lingue, usanze, tratti somatici e caratteriali, modi di vestire, regole, usi e costumi, in poche parole a un sovvertimento che qualcuno ha inteso propinarci, e che, più che rientrare nei piani divini, entra piuttosto in quelli diabolici. Inutile che insistano gli “accoglienti” di professione che credono al paradiso dopo la morte come premio alla loro bontà, sul vero significato della stessa che si sbracciano a elargire a tutti tranne che agli italiani. Stendiamo un velo pietoso sulle stucchevoli tiritere che gli emigrati sono una ricchezza, che i cristiani non devono erigere muri, etc. etc. etc, come recentemente ripetuto, nella solita intervista di propaganda, dal nuovo preposito della Compagnia di Gesù e grande amico di papa Bergoglio, padre Arturo Sosa Abascal: anche lui proveniente dall'America latina, anche lui smanioso di accogliere milioni di migranti che potrebbero essere deviati assai meglio dalle sue parti e vedere l'effetto che fa.
Una falsa misericordia, diciamolo subito, che sottrae ai legittimi abitanti miliardi e miliardi di euro (compresi i soldi inviati dagli stranieri ai paesi d’origine e compreso l'altissimo numero di delinquenti stranieri mantenuti a nostre spese nelle carceri), e sta causando un grave disagio sociale, culturale e psicologico nella popolazione già provata dalla crisi, a cui nessuno, in barba alla democrazia ormai andata a farsi friggere, ha mai chiesto il permesso di nulla. Poi, quando questi migranti ogni tanto, inevitabilmente, muoiono in mare, l’insoffribile palcoscenico del buonismo raggiunge la sua apoteosi, e anche l’imbecillità di chi si permette di addossarne la colpa agli italiani.
Ma la bontà c’entra assai poco col buonismo, anzi ne è all’antitesi. Gli scritti della Patristica e della Scolastica, basi dottrinarie del cristianesimo, ci dicono che il cristianesimo, comunque si voglia interpretare il Vangelo e gli Atti degli apostoli, non è l'equivalente del buonismo, ma qualcosa di molto diverso e ben più elevato. Non mescoliamolo dunque alle dichiarazioni esaltate di coloro che credono di fare la volontà del Signore. A tal proposito, proprio il suddetto Abascal, in una recente intervista, ha ammesso che non si sa con precisione cos'ha detto Gesù Cristo. Benissimo. Avrà forse detto ai popoli d'europa di andarsi a suicidare? Nel Vangelo vi è l'esempio del buon samaritano che soccorse amorevolmente il viandante derubato, bastonato e abbandonato sanguinante per strada dai briganti, ma non per questo si presentarono tutti i derelitti bastonati e sanguinanti a casa sua negli anni a venire, tantomeno traghettati in massa da lidi lontani, e solo in Italia ne sono sbarcati già 50.000 dall'inizio dell'anno, e, tra l'altro, non sono né sanguinanti né bastonati e tantomeno denutriti. Lasciamo dunque la misericordia, che è una cosa seria, a chi è misericordioso veramente, e diciamo le cose come stanno, e cioè che si tratta di una una vera e propria invasione di allogeni, organizzata e premeditata su vasta scala, la quale pertanto non risponde a nessuno dei requisiti che la renderebbero destinataria naturale della misericordia, proprio perché non è né spontanea né casuale né temporanea come dovrebbe essere se si trattasse di autentica emergenza, bensì è pilotata, incoraggiata, voluta, strumentalizzata e finalizzata: infatti non finisce mai. Migliaia di uomini delle nostre forze dell'ordine sono giornalmente distolti dai loro normali compiti in difesa degli italiani per far fronte all'immigrazione, la quale si sviluppa per la gran maggioranza dal continente africano, ove le guerre tribali, la miseria, le malattie e la schiavitù ci sono sempre state e non sono certo una novità di questi tempi, cosicchè non c’è una vera causa intrinseca a quest’invasione se non in un piano preordinato, deciso altrove per secondi fini, e dunque estrinseco: inoltre, il 70% di questi migranti non proviene affatto da zone di crisi e di guerra, ma dal Marocco, dalla Tunisia, dal Senegal, dall'Egitto, dal Mali, dal Camerun e dalla Nigeria del sud, ove si conduce una vita tra le più normali dell’Africa.
Chiaro che gli africani si acconciano a quest’arrembaggio perchè l'evoluto occidente che a loro appare opulentissimo è sempre un ambito traguardo. Ma essi non ci pensavano affatto a venire in Europa e a salire sui barconi pagando fior di dollari, prima che il gioco valesse la candela, e cioè che l'europa stessa li spingesse a venire, dando il segnale di via libera e addirittura andandoli a prendere. Adesso, sanno che non solo possono, ma devono venire. Che più sono meglio è. Che troveranno accoglienza, pasti caldi, un lavoro, la precedenza e preferenza rispetto agli italiani, e potranno chiedere il ricongiungimento familiare. Sanno che potranno fare la voce grossa, magari rovesciando cassonetti, spaccando vetrine e lanciando bottiglie se la sistemazione logistica non è di loro gradimento o qualcuno fa loro gli occhi storti. Sanno che potranno delinquere senza che gli italiani si sentano autorizzati a reagire per evitare guai seri con la giustizia che subito salterebbe loro addosso. Le pubbliche autorità, infatti, proteggeranno sicuramente i poveri migranti e accuseranno gli italiani, assieme a una schiera di finti apostoli con cui San Pietro non vorrebbe aver nulla a che fare, schegge della rottamazione di una sinistra, di un centro e di una destra che più non esistono.
Ma: a chi giova tutto questo smanioso affaccendamento simil-francescano? Cui prodest?
Per chi crede che il NWO (nuovo ordine mondiale) sia il prodotto della fantasia dei complottisti, sarà d'uopo interrogarsi sulla sospetta fregola altruista improvvisamente sorta nei capi politici di aiutare e beneficare gente di tutt'altre lingue, etnie e culture a spese degli autoctoni e dell’erario. E siccome noi non ci reputiamo ingenui, intendiamo sfatare una volta per tutte quest’inganno. Scartata la misericordia che non c’è, resta solo un calcolo primario, cui se ne affiancano altri comprimari: il calcolo di distruggere il concetto stesso di identità nazionale, considerata un ingombro sulla strada della globalizzazione che sola potrà garantire il potere mondiale a una ristretta cerchia di persone. Il neoeletto presidente francese Macron ha affermato di trovarsi in piena sintonia con il potente ministro delle finanze tedesco Schauble, secondo il quale bisogna procedere speditamente alla “costruzione dell'europa”, da intendersi come distruzione delle nazionalità per sostituirvi definitivamente organi sovranazionali che esautorino una volta per tutte ciò che rimane dei già pleonastici parlamenti e governi nazionali. E va da sé che i paesi più deboli, non solo economicamente, ma politicamente come l'Italia, dove un'allegra brigata di elettori vota Renzi, la Raggi e simili, ciancia di cose inutili e guarda gli spettacolini propinati dalla televisione, non conteranno letteralmente più un fico secco e saranno servi e succubi della elite economica-finanziaria e dei suoi lacchè che, dopo il fuoco di paglia dell'elezione di Trump, si sono sfregati le mani alla vittoria di Macron, preparandosi a dettar legge in Europa senza più neanche quella copertura di facciata che avevano tenuto finora. Da qui alla distruzione della democrazia parlamentare e dei diritti sociali acquisiti, il tutto unito e cementato dalla compressione della libertà sotto vari pretesti, il passo è breve e ineluttabile. Ecco quel che ci aspetta se non interverranno fattori eccezionali -che sovente nella Storia avvengono-, ma tra i quali escluderei senz'altro il risveglio degli italiani, essendo più facile che sbarchino gli Alieni.
Gli altri calcoli di cui si parla sono tutti secondari e collaterali: arricchire le organizzazioni che campano sulla cosiddetta accoglienza, procacciare manovalanza non qualificata a basso costo, lasciare in Africa le cose come stanno, abbattendo i pochi cenni di risveglio autoctoni che cominciavano a spuntare qui e là, favorire i Sauditi -alleati fissi degli Stati Uniti-, cioè i potentati arabi wahabiti (vale a dire della corrente islamica più estremista) smaniosi di espandere in Occidente la propria influenza economica e religiosa, e di costruire, oltre alle moschee, un gasdotto passante per la Siria che Assad aveva rifiutato; servirsi dei migranti come provvidenziale “bacino d’utenza” della nostrana partitocrazia in miserevole declino, far fronte al calo demografico della penisola, anche se tutti vedono che la famiglia italiana non viene aiutata dallo Stato il quale fa pagare tasse anche sull'aria che si respira, il che porterà via via alla vanificazione della classe media, cellula fondamentale di una società economicamente in buona salute.
Nell'inevitabile sconforto che ne deriva a qualunque lucido osservatore, sarà bene precisare che la Storia cela trabocchetti e sorprese, in altre parole è imprevedibile, il che costituisce l'unica speranza per i pochi che vanamente si dibattono nel tentativo di salvare l'Italia dall'inghiottitoio europeo. E infatti, tanto per cominciare, nonostante le aggressioni cui è stata sottoposta negli ultimi anni, gli innumerevoli suicidi di italiani che non ce l’hanno fatta, e la svendita pressochè totale del patrimonio pubblico e privato nazionale (di cui poco è rimasto), il nostro Paese si regge comunque ancora in piedi, mentre forse era prevista la sua riduzione in miseria più o meno come la Grecia, di cui i buonisti di professione si guardano bene dal parlare, o comunque una sua sensibile e rovinosa caduta economica e morale: poiché non è avvenuta né l’una cosa né l’altra nonostante i ben noti governi pretesi dall'europa, ora il timone si sta spostando verso altre formazioni politiche le quali dovrebbero sostituire il PD in caduta libera di consensi, e che a tutto si aggrappa pur di sopravvivere. Ma i 5 stelle in azione (o inazione) li abbiamo già visti e ci basta. Per quanto riguarda Salvini e la Meloni, che non fanno paura neanche a un pettirosso, più che attaccarsi al decrepito carro di Berlusconi sembra non sappiano fare. Anzi: con questi personaggi si rischia pure la divisione territoriale. Si chiami autonomia, federalismo, autodeterminazione, regionalismo, non ha importanza, perchè con le parole, si sa, si può giocare, ma trattasi di una mira sempre attuale, tuttora rimasta nei sogni di qualcuno. Non a caso il candidato mancato alla presidenza austriaca Norbert Hofer aveva potuto bellamente affermare di “rivolere” l'Alto Adige che lui chiama sudtirolo senza scatenate particolari reazioni, e infatti, nelle condizioni di remissività biologica in cui versa il popolo italiano, c'è d'aspettarsi che una mandria di cretini gli dia pure ragione.
Tempo fa l’Egitto (l’unico paese militarmente organizzato del Nord Africa in grado di condurre una guerra) aveva esortato l'Italia a un intervento militare autonomo nel Mediterraneo contro l’Isis in procinto di occupare Tripoli (prima che il provvidenziale Putin intervenisse), vista la vicinanza con le nostre coste. Ma: abbiamo noi una politica estera autonoma e indipendente come l'aveva il Regno d'Italia? Giammai. E infatti, nel giro di poco, il presidente egiziano venne “azzittito” dalle portaerei francesi e americane che s'affrettarono a prendere posizione in quelle acque, non già per schiacciare l’Isis, ma per non veder contrastato il loro predominio: un predominio del nulla, in verità, sopra un mondo sempre più allo sbando e ingovernabile da chi non lo sa governare, appunto.
Tornando agli immigrati che spesso con poca creanza e gratitudine sgomitano sul nostro suolo, magari parlando arrogantemente a voce alta nel loro incomprensibile idioma, sappiamo che c'è qualcuno che scioccamente li paragona ai nostri emigrati di un tempo. Non c'è bisogno di essere degli storici per smentirlo categoricamente: i nostri emigrati andavano nelle Americhe, cioè in luoghi vergini e sterminati dove c'era bisogno di tutto. Invece dell'accoglienza, trovarono norme severe, degrado e maltrattamenti. Andavano ove c'era fame di popolamento e di manodopera, oppure forte richiesta di competenze qualificate: si pensi alla costruzione della Transiberiana che fu opera di italiani, alla costruzione della capitale svizzera, Berna, ove espressamente le autorità elvetiche richiesero gli italiani per le loro specifiche competenze in materia, o a quella di S.Pietroburgo, ove la zarina volle assicurarsi la ben nota maestria artistica italiana. Secondariamente, la nostra emigrazione in nessun caso potè considerarsi un'invasione, in quanto contribuì grandemente alla storia, alla costruzione e al miglioramento dei paesi ospitanti (basti pensare all'Argentina e all'Uruguay), e senza minimamente godere di alcuno dei proficui vantaggi che il nostro governo elargisce invece a codesti nuovi arrivati caricandone le ingenti spese sulle spalle dei contribuenti italiani ridotti al “fesso che paga”; migranti che, salvo rari casi, non hanno nessuna particolare competenza e non hanno contribuito in nessun modo alla storia e alla costruzione della nazione italiana, la quale rimane per essi un'entità estranea, un semplice luogo geografico ove abitare, e di cui si mostrano sovente lontani dal voler imparare e rispettare la millenaria splendida civiltà. Il fatto che vi sia una minoranza che invece si integra e si vuole integrare, e noi ne siamo lieti, non toglie il problema di base, e cioè che un paese piccolo come l'Italia, privo di materie prime, politicamente debole, impoverito dalla crisi, angustiato da ricorrenti calamità naturali e da molti altri problemi, è costretto a soggiacere da anni a un'intollerabile invasione imposta con tracotanza dal governo ai legittimi abitanti, per “accogliere” la quale si ventila addirittura una futura legge di requisizione forzata di edifici.

A questo punto mi sovviene un bell'episodio del nostro glorioso Risorgimento: la storia di un bambino sudanese di 5 anni, fatto schiavo nella tragica tratta degli schiavi che in Africa era la regola e in cui i musulmani d'Egitto avevano la loro parte. Dopo il sanguinoso massacro della sua famiglia, l'incendio del villaggio e una drammatica marcia forzata in catene, l'infelice bambino venne “comprato”, per essere liberato, da un esule piemontese, carbonaro, condannato all'ergastolo e rifugiato in Egitto con molti altri patrioti italiani a seguito dei moti risorgimentali del 1821: il dottor Luigi Castagnone, che sarà poi il suo padre adottivo. Questi gli insegnò a leggere, a scrivere, a parlare italiano, e quindi lo portò con sè in Italia nel 1837, a seguito della grazia concessa da Re Carlo Alberto, salito al trono nel 1831. Qui, il bambino fu educato in varie discipline e battezzato dal Vescovo di Asti Michele Amatore, di cui assunse il nome, facendosi apprezzare per le sue virtù, la sua intelligenza, la sua lealtà, la sua modestia, e ottenendo subito la cittadinanza. Rientrato in Africa da adulto per cercare di aiutare il paese natìo con leciti commerci, poiché l'Italia aveva nondimeno bisogno di aiuto, si precipitò immediatamente a combattere, entrando nei bersaglieri e partecipando a tutte e tre le guerre d'indipendenza nazionale ove si meritò medaglie ed encomi, tra cui la croce di bronzo prussiana. Distintosi anche nella lotta contro i feroci briganti meridionali al soldo dei Borboni, si prodigò dipoi nell'epidemia di colera che funestò la Sicilia nel 1866, quando le autorità del Regno d'Italia coi Carabinieri in testa, incuranti di ogni rischio, rimasero giorno e notte al proprio posto tra i malati (disinfettando, curando, assistendo i moribondi, seppellendo i morti, esortando la gente a prendere le medicine, consolando i superstiti, etc.) mentre molti scappavano presi dal panico e dalla disperazione. In quell'occasione egli ottenne dal Re Vittorio Emanuele II la medaglia di benemerito della salute pubblica. Perfettamente integrato nella Patria adottiva, circondato dalla stima e dall'affetto unanimi, invitato nei salotti per la sua brillante e acuta conversazione, richiesto di consigli, sposò la milanese Rosetta Brambilla, volendo infine trascorrere la pensione (anticipata per motivi di salute) a Rosignano Monferrato in provincia di Alessandria, accanto al padre adottivo, vicino al quale è tuttora sepolto. Il caso di Michele Amatore del resto non era l'unico: altri ragazzi negri si trovavano in Italia a quei tempi, perchè liberati dalla schiavitù che imperversava nel loro continente.
Però, come ognuno può vedere, tutto ciò è l'antitesi di quel che oggi ci stanno imponendo con malagrazia, arroganza e supponenza, perfino accusandoci di essere “razzisti”. Il bambino sudanese del Risorgimento rappresenta il rovescio di ciò a cui siamo costretti ad assistere giornalmente, nell'imperversare di un'accoglienza illimitata, insensata e incontrollata che costituisce una vera e propria violenza contro gli italiani e anche una mancanza di rispetto per i migranti, spinti in massa ad abbandonare la propria Patria. Nè è difficile dedurre cosa penserebbe il nostro Michele Amatore di tutto questo caos che di misericordioso non ha nulla, e dell'aumento esponenziale della meningite in concomitanza con l'arrivo massiccio e irresponsabile di africani dalla cintura subsahariana, che è chiamata non a caso la “cintura della meningite”. Tutto questo non è misericordia, bensì negazione del diritto, della democrazia e del buon senso. Tutto ciò è negazione del Risorgimento.
Ma fino a quando dal basso si continuerà ad abboccare al catto-comunismo in tutte le sue diramazioni riciclate, riscaldate e riesumate, in tutte le sue tentacolari propaggini consumiste, mondialiste, europeiste, buoniste, islamiste, “genderiste”, papaliste e autoritarie che stanno causando danni incalcolabili, finchè non si capirà che tutta una corona di finti antagonisti gira attorno al tavolo delle spartizioni del potere, non si concluderà assolutamente nulla. Se la nuova versione dei comunisti riesumati dalla tomba del crollo del muro di Berlino è altrettanto odiosa e insopportabile della prima, non meno odiosa è la complicità di quella parte non trascurabile d'italiani che finge di non vedere, e sembra anzi gioire della decadenza dell'Italia cui è ben lieta di sostituire un'europa che esiste solo nell'immaginazione adulterata indotta dai media, la stessa che ha bendato gli occhi mentre Renzi regalava un intero tratto di mar Tirreno alla gongolante Francia, provocando vive proteste puntualmente insabbiate.
In questo bel clima, possiamo immaginare cosa significhi “l'educazione alla democrazia” (una curiosa democrazia senza elezioni) introdotta ultimamente nelle scuole dal MIUR (il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, fondato a suo tempo da Cavour per l’elevato fine dell'alfabetizzazione degli Italiani, e divenuto il solito strumento politico in mano ai soliti): significa il pensiero unico sovranazionale. Lo stesso che ha venduto l’Ilva agli indiani, ha smanganellato gli operai delle leggendarie acciaierie di Terni fondate dal Regno d'Italia, e portato agli stipendi più bassi e alle tasse più alte d’Europa. Lo stesso che ha condannato un tale a non mettere piede per 5 anni a Roma perché aveva osato esporre uno striscione contro la Boldrini davanti a Montecitorio. Lo stesso che permette al presidente della regione Lombardia Maroni, che non ha mai mosso un dito contro l'immigrazione e si è seduto eccome alla tavola imbandita del potere, d'indire un referendum del piffero sull'autonomia della Lombardia assieme ai suoi esaltati comparucci veneti, quelli che dicono che il referendum del 1866 era truccato, quando il Veneto aveva votato per conto suo l'annessione al Piemonte, senza che nessuno gliel'avesse chiesto, diciotto anni prima.
Costruire il nuovo in queste condizioni sembra impossibile, anche se dall’Italia, talvolta, è venuto l’impossibile. Ma gli italiani dissidenti e protestanti, a differenza delle altre nazioni d'Europa, non solidarizzano, non si organizzano, non si uniscono, non si conoscono. Non ne hanno il tempo, non ne hanno la forza, non ne hanno il coraggio, e, forse, le capacità. L'area della cosiddetta destra, pur ricca di tante persone valide, è purtroppo ingombra di personaggi ambigui, che anziché fare chiarezza, aggiungono confusione e disorientamento a quello che già c'è, e dunque sono fatalmente inconcludenti. Il risultato è che tutte le nazioni d'europa hanno un partito nazionalista-sovranista tranne l'Italia. Basta guardarsi in giro per concludere che non salterà fuori nessuna rosa di personaggi eccezionali in grado di imporsi sull’apparato pletorico e asfittico di coloro che ci comandano e sull'inconsistenza di coloro che dovrebbero opporsi ma sono più evanescenti della fata Morgana: non nascerà nessun Mazzini, nessun Garibaldi, nessun Cavour e nessun Re che guida gli italiani in battaglia contro il colosso austriaco. Il Risorgimento non si ripeterà in una nazione che l'ha comunque infamato, fosse pure ad opera di pigmei che ostentano la cultura storica che non hanno, e dovrebbero piuttosto parlare dei loro hobbies preferiti nel circoletto di amici al bar dello sport. Prefigurare in queste condizioni il ripetersi del miracolo del XIX° secolo è illusionismo. Il futuro non lo conosce nessuno e si può soltanto vaticinare, ma in definitiva ogni popolo ha il destino che si merita, e però, anche se il popolo italiano attuale si meriterebbe di essere estromesso dalla Storia nazionale per non essersi dimostrato all'altezza degli illustri antenati che tanto fecero per l'Italia, personalmente auspico che sopraggiunga un giorno l'aurora della liberazione e del riscatto per tutti gli italiani di buona volontà, che, almeno, in questa temperie, abbiano conservato la lucerna della fede nei destini ultimi della Patria.
Maria Cipriano

sabato 13 maggio 2017

OPZIONI 1939 - 1989



Ritorniamo a parlare dell'Alto Adige e lo facciamo approfondendo un argomento poco conosciuto: le opzioni del 1939.
A seguito dell' Anschluß dell'Austria al Reich tedesco, il governo italiano si trovò di fronte ad una situazione difficile da gestire nella provincia atesina. La popolazione di lingua tedesca, fino al momento ben inserita all'interno dello Stato italiano, cominciò a guardare con interesse verso la Germania di Hitler.
L'Italia, da poco alleata della Germania, per dirimere la questione offrì la possibilità ai cittadini dell'Alto Adige di optare per l'uno o per l'altro Stato.

In occasione del 50° anniversario delle opzioni uscì, nel 1989, un libello a cura del Gruppo di Studio Isarcus, animato dal nostro fondatore Ferruccio Bravi e interamente incentrato sulla questione.
Lo riproponiamo oggi con l'intento di riaccendere i riflettori su quella pagina di storia. Pagina che mette in risalto il differente modo che ebbe l'Italia nella gestione delle minoranze linguistiche e che ridimensiona inoltre diversi luoghi comuni sull'interesse tedesco nei riguardi dei territori alto-atesini. Questa è l'ennesima riprova di come la storia sia ben più complicata di quanto si possa credere. Per concludere vorremmo evidenziare che soltanto pochi anni dopo i nostri connazionali istriani e giuliano-dalmati non ebbero a disposizione alcuna possibilità di scelta: non ci furono opzioni, ma solo la vendetta feroce delle bande titine.
Auguriamo a tutti una proficua lettura

Gruppo di Studio Avser



CINQUANT'ANNI DOPO

Finalmente, a mezzo secolo di distanza, si può parlare in modo obiettivo e pacato della tragedia che nel 1939 sconvolse l'Alto Adige. Il termine «tragedia» non è spropositato se si considera l'esperienza dolorosa d'una comunità che decide di abbandonare la terra alla quale era tenacemente legata per andare a vivere, a soffrire e in molti casi a morire in terra straniera. Tragedia, anche se l'esodo dei Sudtirolesi non è da paragonarsi a quello ben più massiccio degli Istriani e dei Dalmati o alla diaspora dei 14 milioni di tedeschi orientali cacciati senza alcun indennizzo: infatti i sudtirolesi che avevano abbandonato il loro paese vi ritornarono e, anziché essere mortificati, ottennero anche speciali diritti e privilegi che non sarebbero mai stati concessi dall'Italia di allora.
Le cosiddette «opzioni» furono conseguenza di un accordo, fra l'Italia fascista e la Germania hitleriana. In base a tale accordo coloro che con brutta e inesatta espressione eran detti «allogeni» (la corretta definizione sarebbe «alloglotti»); potevano esercitare la facoltà di optare fra la cittadinanza germanica e il mantenimento della cittadinanza italiana. Nel primo caso l'optante sarebbe andato a stabilirsi nel territorio del Reich, previo indennizzo, equo, delle proprietà che non potevano essere trasferite; nel secondo poteva rimanere nella sua terra con tutti i diritti e i doveri che competevano ai cittadini italiani.
Tra questi diritti non era contemplata, purtroppo, la facoltà di poter usare la lingua tedesca nella scuola e nei pubblici uffici, poiché in Italia - Stato unitario e non plurinazionale - mancava del tutto una normativa a tutela delle minoranze linguistiche. Anche se il governo fosse stato democratico, l'uso del tedesco nella nostra provincia non sarebbe stato tollerato più di quanto non fosse sotto il regime fascista che lo consentiva nella stampa di almanacchi e giornali locali, oltre che nell'insegnamento religioso. In quel periodo, che la rapidità dei mutamenti ci fa sembrare distante anni-luce anziché cinque decenni, l'apertura ai problemi delle minoranze era scarsissima, anche in paesi di reputata esemplare democraticità. Ad esempio la Francia, paese tuttora rigidamente monolinguistico.
Il nostro Vico definisce acritica e antistorica la tendenza a giudicare con il metro d' oggi gli avvenimenti di ieri. Parlare di «catacombe» e di «diritti conculcati» nel Sudtirolo fra le due guerre è comunque fuori di proposito; è quanto meno eccessivo, anzi suona ridicolo solo che si pensi a certo «collaborazionismo» di vaste fasce della popolazione, solo che si pensi alla professione di fede fascista di importanti famiglie atesine, vuoi per convenienza, vuoi per convinzione, vuoi per tutte e due le cose, come spesso avviene nelle vicende umane.
La parziale adesione al fascismo può anche far sorridere, ma quella ben più massiccia al nazismo lascia seriamente perplessi. Perché in fin dei conti le «provvidenze di regime» (ONMI, colonie marine, etc.) e la carica di podestà non eran cose proprio da buttar via e molti se ne accontentavano al di qua come al di là della stretta di Salorno; ma chi non se ne contentava e guardava ad Hitler come ad un liberatore era del tutto fuori della realtà o fingeva di ignorare ciò che sapeva benissimo.
Concediamo che a quei tempi Hitler non appariva il diavolo oggi dipinto: però il suo sovrano disprezzo per Sudtirolo e Sudtirolesi era più che manifesto. Di certo non tutti gli atesini erano a conoscenza d'un certo articolo in cui il Führer assicurava che avrebbe prontamente fatto arrestare e riconsegnare all'Italia un eventuale emulo di Andreas Hofer; ma molti di loro avevano sullo scaffale della Stube il Mein Kampf, volume allora diffusissimo, anche in edizione italiana di cui circolavano più di centomila copie. Ebbene, in quel volume che molti leggevano come la Bibbia, Hitler aveva espresso in chiare lettere che teneva molto di più all'amicizia con l'Italia che non al riscatto del Sudtirolo.
Diciamolo pure: l'accordo sulle opzioni venne stipulato con una buona dose di cinismo. Da parte fascista si calcolava che ad andarsene, dietro ai diecimila stranieri indesiderati per i quali era sorto il problema, sarebbero state solo poche migliaia di malcontenti e di antifascisti irriducibili; da parte nazista si desiderava invece un'opzione pressoché totale, in vista del recupero delle terre tedesche dell'est dove gli oppressi sudtirolesi sarebbero stati utilizzati ad opprimere a loro volta altre minoranze.
Ufficialmente l'opzione doveva essere libera, con divieto d'ogni forma di propaganda pro o contro. La parte italiana si attenne rigorosamente ai patti, almeno in primo tempo; ma quella tedesca si adoperò fin dal principio per indurre i sudtirolesi a optare in massa per il Reich. Allo scopo servì ogni mezzo, dal terrorismo alla persuasione occulta. I gerarchi nazisti non si vergognarono di esercitare essi stessi quei ricatti psicologici e quei subdoli espedienti elettoralistici che il loro Führer aveva bollato a fuoco nel Mein Kampf come «degenerazione democratica».
I cosiddetti Dableiber, cioè quelli che avevano scelto di restare in Italia, dovevano subire il disprezzo e l'isolamento da parte di parenti e compaesani che avevano optato per il Reich nazista; eran messi alla berlina con epigrammi e canzonette oscene e non di rado si ritrovavano con il fienile incendiato. All'intimidazione si aggiungeva la menzogna spicciola. Fra l'altro si faceva circolare insistente la voce che il regime era intenzionato a deportare nel Meridione e in A.O.I. i sudtirolesi che non fossero espatriati. La diceria correva di bocca in bocca, amplificata da agenti del Reich e anche di paesi terzi interessati a creare motivi di frizione fra i due regimi. A ben poco valsero le smentite a mezzo stampa contro l'arrogante propaganda nazista che imperversava in tutto il territorio.
Quando una delegazione di Dableiber si risolse a chiedere una udienza chiarificatrice a Mussolini, il capo della polizia del Reich, Himmler, protestò con una vibrata lettera presso il collega italiano Bocchini, dicendosi indignato per la violazione dell'accordo sulla propaganda. A tanto si può spingere certa improntitudine.
L'incontro, rinviato all'ultimo minuto, ebbe luogo ad opzioni ormai concluse, quando tutto il latte era già stato versato. Le smentite ebbero scarsa efficacia, almeno fino a quando nella Prefettura di Bolzano, nel febbraio 1940 vi fu un importante avvicendamento: al Prefetto Giuseppe Mastromattei, destinato ad altro incarico, subentrava Agostino Podestà.
Il nuovo Prefetto, giovanissimo, era ben convinto dell'italianità della nostra provincia e la volle, anzi, documentata nei tre poderosi volumi Alto Adige - Alcuni documenti del passato: ma era anche rispettoso delle tradizioni locali e seppe creare dal nulla i presupposti d'un dialogo e di una convivenza senza sospetti. Restaurò di fatto l'autorità dello Stato, togliendo l'iniziativa ai nazisti e smentendo le voci tendenziose della loro propaganda; andò di valle in valle, soffermandosi nei paesi, avvicinando con umanità la gente comune e i notabili, dando loro animo e fugando il dubbio; e protesse i Dableiber dalle violenze degli «Auswanderer», noncurante dei nazisti che lo accusavano di violare i patti.
S.E. Podestà aveva svolto un'opera meritoria, ma purtroppo tardiva e di limitata efficacia, avendo soltanto impedito un ulteriore assottigliarsi del già esiguo numero dei sudtirolesi che volevano restare italiani. I suoi meriti sono riconosciuti anche da autorevoli Dableiber come Friedl Volgger - nelle sue memorie dal titolo Sudtirolo al bivio - e, ora, dagli organizzatori della stupenda mostra «Option-Heimat-Opzioni» che una volta tanto hanno saputo affrontare il difficile tema con raro equilibrio.
La Mostra, aperta dal 18 novembre '89 al 24 febbraio 1990 nei locali del Museo d'Arte Moderna di Bolzano (vecchio Ospedale, in via Sernesi) mette a nudo una realtà che non si può sbrigativamente liquidare attribuendo tutte le colpe ad una sola delle due parti, dimenticando che «la ragione o il torto - come ammonisce il Manzoni - non si dividono mai con taglio cosi netto che ogni parte abbia soltanto dell'uno o dell'altro». Il maggior merito di questa obiettiva rassegna storica è la manifesta volontà di porre finalmente una pietra sopra gli antichi risentimenti. Non si può protrarre all'infinito il conto delle colpe e degli errori del passato, né si può continuare a frugare fra le pieghe della storia per giustificare le colpe e gli errori del presente.
Se proprio si dovrà cercare nel passato, non sarà per trovare alibi - ché per ogni azione, anche la più vergognosa, una giustificazione si potrà sempre allegare - ma per giovarci dell'insegnamento della storia, per penetrare nella logica delle marche di confine di cui bisogna conoscere la problematica, eternamente oscillante da un opposto all'altro: dai moti irredentistici spesso strumentalizzati, alla volontà di assorbire una minoranza allogena o - paradossalmente - non allogena rassegnata a perdere la sua identità; dalla legittima difesa dell'integrità territoriale al cedimento che tende a creare le premesse d'un distacco «indolore» o magari ad una soluzione «europea» che cancellando le identità nazionali dia spazio alle «realtà regionali». Da questo altalenare nasce una instabilità con scelte obbligate per cui spesso la minoranza deve decidersi fra l'esser pecora o lupo e lo Stato fra l'essere «golpe e lione», ovvero non essere né questo, né quello, e quindi non essere affatto. Cosi è accaduto e continua ad accadere in Italia e anche fuori. Son cose che succedono anche nelle migliori famiglie.
C'è chi si straccia le vesti o adduce necessità contingenti e motivazioni remote, a seconda di dove si trovi il tartassato.
Non serve arrampicarsi sui vetri o nascondersi dietro la propria ombra, per amor di tesi. Occorre mettersi nei panni del tartassato, non importa quale, quando e dove: non importa la nazionalità o l'ideologia. Che il tartassato sia il tedesco di Bolzano ieri o quello di Königsberg oggi, sia l'italiano del Ticino ieri o quello di Bolzano, di Fiume, di Zara oggi, noi ci sentiamo dalla sua parte. E se per disgrazia ci fossimo trovati dalla parte dell'oppressore, ne saremmo pentiti, onestamente, o ne avremmo almeno vergogna.
Per questo apprezziamo la pellicola Verkaufte Heimat («Patria venduta») con cui Karin Brandauer ha voluto celebrare la ricorrenza cinquantenaria. Ci piace la regia ci piacciono gli interpreti, e soprattutto ci piace la splendida Christina Mayr a fianco del simpatico Paolo Magagna perché convincenti nel mostrare come con un po' di comprensione e d'affetto reciproco si può costruire la convivenza fra i due gruppi linguistici.


DI CHI LA COLPA

L'Italia avrebbe potuto risolvere la questione atesina con un colpo di spugna, semplicemente «cacciando in blocco gli alto-atesini e confiscando le loro proprietà come aveva già fatto la Polonia nei confronti di centomila tedeschi». Lo disse Hitler nel '32 a un fuoriuscito sudtirolese per richiamarlo alla realtà (Corsini-Lill, 295).
Una soluzione del genere non fu mai progettata nel nostro paese. L'idea di trasferire in massa le minoranze tedesche e slave nelle rispettive nazioni di appartenenza non fu mai seriamente considerata. L'Italia ha sempre respinto rimedi estremi come quelli praticati da altri paesi - la Grecia, la Turchia, la Russia, la Polonia - che eliminarono con l'esodo totale il problema degli allogeni; ha preferito piuttosto seguire l'esempio della Francia che non estromette le minoranze, ma le assimila.
L'assimilazione era la via suggerita da Ettore Tolomei, il quale la intendeva non proprio come la si intende oggi (quando, ad es. un gardenese o un trentino si fa tedesco e taglia le proprie radici), bensì come «viaggio di ritorno»: cioè, come «restituzione» di una identità che le genti latine dell'Alto Adige avevano perduto sotto la lunga dominazione austriaca. Il principio è discutibile, ma non condannabile. Al Tolomei, si deve rimproverare non tanto l'aver accanitamente perseguito questo obiettivo, quanto invece l'essersi acconciato alla soluzione dell'esodo completo quando, nel 1939, i suoi disegni furono scavalcati dai fatti. E attirò su di sé tanto odio, da essere deportato nel campo di Dachau e dannato in memoria.
Nessuno aveva mai pensato seriamente all'esodo prima dell'Anschluß del 1938; ma appena il Regno d'Italia venne a trovarsi a confine con il Reich di Hitler la possibilità d'un trasferimento degli «allogeni» fu più volte ventilata. Le prime avvisaglie risalgono infatti alla primavera di quell'anno: le troviamo in un Memorandum del 24 marzo sottoscritto dal Console generale del Reich Max Lorenz (Corsini-Lill, 275) e in un appunto di poco posteriore (3 aprile) conservatoci nel Diario di Ciano. Il conte Ciano, allora Ministro degli Affari Esteri, non escludeva l'eventualità di «restituire» gli atesini di lingua tedesca alla Germania: a suo vedere, essendo l'Alto Adige terra geograficamente italiana e non potendosi spostare le montagne e il corso dei fiumi, conveniva traslocare gli uomini (Diario, p. Corsini-Lill, 301).
Fra il dire e il fare c'era una buona distesa di mare. Ma qualcuno trovo modo di campare arditi ponti sulla malferma dichiarazione di Ciano. E di campata in campata un autore arriva ad affermare che «il proposito di allontanare la minoranza tedesca è stato tenacemente perseguito da parte italiana e la possibilità di realizzarlo si offerse al governo fascista come contropartita alla sua acquiescenza all' Anschluß ( (Schmitz-Esser, 1, 101) : un mercato tutto da provare e quanto al proposito «tenacemente perseguito» bene obietta altro autore che un progetto del genere, posto che vi fosse, «non ebbe a tradursi mai in una prospettiva concreta d'azione» e «non dette luogo nemmeno ad una tendenza diffusa in seno alle sfere dirigenti italiane, né in quel momento, né durante lo stesso periodo fascista» (Toscano, 199).
E se di necessità l'Italia avesse dovuto adottare un provvedimento d'espulsione, esso non avrebbe comunque colpito una intera comunità, ma solo un limitato numero di individui, al più diecimila cittadini stranieri indesiderati e qualche migliaio di «allogeni» irriducibilmente ostili.
Su questo punto l'Italia, fascista o no, deve essere assolta. E non sembra nemmeno che si possa rimproverare allo Stato italiano di avere abbandonato alla loro sorte coloro che per istigazione nazista gli voltavano le spalle. Osserva il Battisti che, quando una minoranza allevata col veleno del Südtiroler Volksbund fa per un ventennio una vera e propria guerra fredda ad un popolo di 45 milioni essa non può pretendere, in periodo di fascismo e di nazismo, che lo Stato se ne preoccupi più di tanto. «Chi ha messo in crisi l'Alto Adige ed è responsabile delle opzioni è in ultima analisi il Südtiroler Volksbund». Parole decisamente severe, quelle del Battisti, ma aderenti alla dura realtà di allora. Una realtà che in parte sopravvive ancor oggi, ma con soddisfazione di tutti va sfumando per manifesti segni di schiarita.






LA CONDOTTA DELL'ITALIA

Roma e Bolzano non erano in sintonia neanche al tempo del fascismo. Cosi, nel '39, a Roma si auspicava una larga opzione per l'Italia che smentisse l'asserita disaffezione di gran parte della comunità di lingua tedesca, mentre a Bolzano si sperava in un esodo massiccio che liquidasse in modo risolutivo il problema d'una convivenza impossibile.
Vivere accanto non è lo stesso che vivere insieme ed è umano che ciascuno desideri che l'altro tolga l'incomodo. Non si può negare che molti di noi intendessero le opzioni come l'occasione d'oro per chiudere il problema una volta per tutte e deplorassero poi la revisione degasperiana come una iattura che avrebbe riaperto la piaga. È una mentalità parallela a quella dell'alloglotto irriducibile che intende l'autonomia come il mezzo più spiccio per cacciare dal «sacro suolo sudtirolese» chiunque vi parli ancora italiano, non importa se vi sia nato o stabilito da tanti anni. Possiamo rallegrarci comunque che certo oltranzismo, dalla nostra come dalla loro parte, sia in fase di superamento.
Tornando alle opzioni va detto che malgrado la diversità di vedute la condotta italiana fu lineare, nella capitale come nel capoluogo atesino, almeno a livello d'autorità. Se un peccato vi fu, esso fu il peccato di sempre: una ingenuità a volte imperdonabile, per non dire colpevole, alla quale faceva riscontro la malizia dell'interlocutore.
Autorità e stampa fecero il possibile per rassicurare quanti intendevano restare tranquilli a lavorare nella loro terra, smentendo decisamente la voce di un trasferimento in altre province o nell'A.O.I. Ad una «chiarificazione» in tal senso pubblicata dal Prefetto Mastromattei nel periodico «Atesia Augusta» (5 agosto '39) seguì, parecchi mesi dopo, la nota «allocuzione» del Capo del governo. Era questa l'attesa risposta all'indirizzo che l'avvocato Max Markart aveva rivolto a Mussolini durante l'udienza concessa ad una delegazione di optanti per l'Italia (Option, 265).
Il dott. Max Markart fu l'ultimo sindaco di Merano democraticamente eletto nel 1922. Nominato Commissario straordinario per l'amministrazione del comune, fu poi podestà fino al 1935. Come altri alloglotti era stato inserito nella vita pubblica come elemento idoneo e maturo, secondo l'intendimento di Mussolini («Istruzioni di M. al Prefetto Ricci», 15 gennaio 1927. - R. De Felice, Mussolini, il fascista, 500).

Il Battisti definisce la dichiarazione di Mussolini «franca e univoca, ma tardiva» (2, 35): in effetti fu espressa quando i nazisti, che la sapevan lunga, avevano già tratto ogni possibile vantaggio dalla scarsa informazione di Roma. «Il lupo sa i fatti dell'agnello meglio dell'agnello» soleva dire il Tolomei, a sottolineare la cronica incompetenza romana sulle faccende alto-atesine.
L'indirizzo del Markart e la risposta di Mussolini ci persuadono che da parte italiana l'esodo in massa non era affatto desiderato e nemmeno previsto. Fin verso la chiusura delle opzioni l'ascendente delle sirene naziste su gran parte dei sudtirolesi fu decisamente sottovalutato: a richiamare i nostri alla realtà non servi neanche l'eloquenza delle cifre che sul finire del '39 assegnavano una schiacciante maggioranza agli optanti per il Reich.
Chi scorre il testo dei due documenti - qui riprodotti in appendice - coglie appena un'eco di quella realtà, un'eco fievole, sommersa dal martellare della retorica del tempo. Si respira, nelle parole dell'uno e dell'altro, un clima di normalità e di sicurezza pur giustificato da una solida economia e da grandi opere pubbliche; vi si sente soprattutto una sconfinata fiducia nel futuro. Chi non credeva, allora, nel promesso avvenire di «tranquillità, ordine, benessere»?
Eravamo al 21 marzo 1940 e nessuno sentiva ancora l'appressarsi del principio della fine: ancora poche settimane e tutto, opere e progetti, ideali e speranze, tutto sarebbe stato travolto dalla guerra.







IL CONTEGNO DEI NAZISTI

Voci di un'annessione dell'Alto Adige alla Germania nazista furono diffuse nei mesi che seguirono l'«Anschluß», ossia l'annessione dell'Austria al Grande Reich, proclamata il 13 marzo 1938. Incidenti si verificarono nella nostra provincia fra cittadini germanici ed esponenti del partito fascista, stando ad un rapporto del Federale di Bolzano in data A ottobre 1938 (Corsini-Lill, 272). Fra l'altro il capostazione di Corces e suo figlio furono aggrediti e feriti da elementi nazisti, a loro volta affrontati da fascisti provenienti da Merano e dintorni: nello scontro furono sparati anche colpi d'arma da fuoco e dalla parte germanica ci scappò il morto.
Le voci, sparse a scopo provocatorio, erano manifestamente infondate, e a smentirle poteva bastare la solenne dichiarazione di Hitler: «È mia incrollabile volontà ed è anche mio testamento politico al popolo tedesco, che consideri intangibile per sempre la frontiera delle Alpi eretta fra noi dalla Natura». La dichiarazione era stata resa pubblica a Palazzo Venezia il 7 maggio 1938 e i due dittatori, notoriamente astemi, l'avevan resa solenne levando il calice (Corsini-Lill, 268). L'inviolabilità del confine rappresentava la premessa al «Patto d'Acciaio» stretto di lì ad un anno a Berlino, a coronare quell'alleanza con l'Italia che da tempo era nei progetti di Hitler.
La dichiarazione fugava ogni sospetto, ma lasciava insoluto il problema sostanziale, quello d'una comunità in parte ostile all'Italia e istigata di continuo. Occorreva allontanare dall'Alto Adige gli agenti provocatori e su questo punto anche Hitler era d' accordo: si sarebbe ripresi i diecimila cittadini germanici residenti nella nostra provincia e con loro anche qualche migliaio di Querulanten. Cosi Göring chiamava i sudtirolesi che scalpitavano più degli altri.
Sarebbe stata una epurazione da poco, senza lacerazioni né drammi. Ma gli stessi agenti provocatori ne trassero lo spunto per dare corpo a una presunta volontà nostra di cacciare tutta la minoranza alloglotta.

Nella storia non mancano esempi di popoli sradicati dalle loro sedi e ve ne furono di recente soprattutto nei paesi slavi, da Stalin in poi. Altre deportazioni erano state pianificate e portate addirittura davanti alla Società delle Nazioni: fra esse, nel 1927, la balorda proposta di trapiantare gli altoatesini nel Ticino e i ticinesi in Alto Adige allo scopo di italianizzare questo e intedescare quello (L. Lichtenstädter, Südtirol und Tersiv, Monaco 1927) E non fu l'unico progetto di barattare il Ticino: si veda A. Garobbio, Gabriele D' Annunzio e i «Giovani Ticinesi», edizione nostra, Bolzano 1989, 88-89.
Un disegno altrettanto bizzarro e crudele fu il ventilato insediamento degli optanti per il Reich nella Borgogna, occupata dai tedeschi nel 1940: le città di Besançon, Chalon, Dôle, Pontarlier e Auxonne avrebbero preso il nome di Bozen, Meran, Brixen, Bruneck e Sterzing, la popolazione francese sarebbe stata cacciata e le spese di trasferimento sarebbero state sostenute dalla Francia sconfitta. Era la proposta di Hitler ad un Memorandum 18 giugno 1940, inoltrato da certi sudtirolesi che proponevano invece il baratto del Sudtirolo con Nizza e Savoia da assegnare all'Italia (Option, 270).
Lo sradicamento dei popoli è una barbarie altrui, inconsueta nel nostro album di famiglia. Un raro episodio di casa nostra è la deportazione degli Apuani che risale a oltre duemila anni fa. Gli Apuani erano predoni sanguinari, guerriglieri irriducibili, «gens semper victa semperque rebellans»: Roma fu riluttante nel decidere, il Senato discusse a lungo finché si risolse ad accogliere la proposta del proconsole Bebio Tanfilo, un oriundo etrusco che andava per le spicce e si assunse l'incarico di trasferirli tutti nel Sannio. Fu una dura necessità imposta da una situazione senza sbocco. Ne parla diffusamente il Pais nella sua Storia di Roma.

La vicenda degli Apuani deportati nel Mezzogiorno doveva esser presente nella mente di Mussolini quando affermò, ancor prima che si parlasse di opzioni, che il problema dei sudtirolesi «si risolverebbe molto più facilmente se essi abitassero in Puglia». Era una battuta innocente legata alla ovvia «constatazione che i problemi della minoranza sudtirolese erano resi più gravi dalla sua contiguità fisica con gli Stati di omogenea nazionalità» (Corsini-Lill, 298) ; ma qualcuno la ingigantì e cosi nacque la diceria, che i nazisti fecero circolare insistente, d'un trasferimento oltre il Po di tutti i sudtirolesi che non avessero optato per la Germania (Option, 155). Si parlò anche di una «lista nera», fatta compilare dal prefetto Mastromattei, nella quale erano elencati ventimila nomi, un primo scaglione destinato al trasferimento giù per l'Italia o addirittura in Etiopia (Toscano, 68).
Queste e altre voci correvano di bocca in bocca e gli agenti nazisti le indirizzavano ai loro fini lasciando intendere che una opzione totalitaria per il Reich avrebbe dimostrato la volontà dei sudtirolesi di restare «buoni tedeschi» ; di conseguenza essi non sarebbero dovuti nemmeno partire, perché la Germania stessa sarebbe venuta da loro. Questo gioco subdolo coglieva l'alleato italiano del tutto impreparato, trasformando cosi quella che poteva essere una ritirata in una vittoria della diplomazia del Reich (Battisti, 2, 31-32).
Per non essere intralciati nell'opera di propaganda, i nazisti volevano ridurre al silenzio le ultime voci d'espressione tedesca ancora libere nella provincia, i due fogli cattolici «Volksbote» e «Dolomiten». Ci riuscirono solo ad opzioni concluse: il «Volksbote» sospese infatti le pubblicazioni il 18 ottobre 1941 (Volgger, 79) e il «Dolomiten» dopo l'armistizio badogliano, con l'occupazione germanica. Fu introdotto un organo d'obbedienza nazista, il «Landeszeitung» (poi «Bozner Tagblatt» che usci fino al '45 (Brunner, Cavini).

Va detto che in ogni circostanza, e non solo in Alto Adige, il contegno dei germanici nei nostri riguardi fu scorretto, per non dire ignobile. I tedeschi, e anche certi italiani, mettono quel contegno sul conto del tradimento badogliano. Concediamo che il voltafaccia dell'8 settembre – non per l'armistizio in sé, ma per il modo come fu chiesto e per il rovesciamento di fronte che ne seguì - giustifichi una reazione anche brutale; ma non è ammissibile che debba giustificare tutto, anche la condotta arrogante e sleale tenuta dai nazisti prima di quel tradimento. Per tale condotta, secondo alcuni, avremmo avuto diritto di uscire al più presto da quella funesta alleanza; altri convengono che ci si dovesse togliere quella camicia di Nesso l'8 settembre, in obbedienza al Re; altri ancora sostengono, e sono nel giusto, che ogni obbligo morale nei riguardi dell'alleato è venuto meno alla fine d'aprile del '45, allorché la parte d'Italia che non aveva tradito fu tradita nel modo più infame dal generale nazista Wolff.
È storia, questa, ancor oggi incandescente e dovrebbe essere appresa innanzitutto da certi nazistelli di casa nostra che, lontani nel tempo e nello spazio, proclamano permanente e indissolubile la «fedeltà al camerata germanico» e rinfacciano a noi, e solo a noi, di non essere stati ai patti.

La slealtà e la tracotanza dei nazisti non sono finite con la catastrofe del '45. Chiusa la parentesi dell'occupazione militare era sperabile un mutamento di condotta nei riguardi dell'Italia, soprattutto dopo che l'Italia aveva riaperto le porte, generosamente, a coloro che se n'erano andati bestemmiandola. E invece no: altri tedeschi, raccogliendo l'eredità nazista, e armati della stessa malafede, hanno rimesso a nuovo gli stessi argomenti, le stesse imposture.
Cosi nel lontano 1946, la delegazione austriaca alla Conferenza della pace non trovò di meglio che motivare la richiesta di «restituzione del Sudtirolo» con gli stessi argomenti e le stesse menzogne di marca nazista: dal «plebiscito» alla favola della minacciata deportazione oltre Po. E ancora per anni, ricalcando la mistificazione nazista, si continuò a gabellare per plebiscito l'adesione massiccia dei sudtirolesi al Reich di Hitler. Ora la saggezza si fa strada e anche la storiografia sembra orientata ad una onesta revisione, al disopra dei condizionamenti politici e delle passioni di parte.

INCERTEZZE NELLA CHIESA

Fra la scarsa informazione del Governo italiano e la disinvolta intraprendenza nazista si colloca la condotta incerta e non proprio coerente delle autorità religiose in tutto il periodo delle opzioni.
Non c'era identità di vedute fra il Vaticano e le Curie di Trento e Bressanone, né fra queste e il clero che conosceva un po' meglio la realtà, essendo in assiduo contatto con i fedeli fortemente condizionati in senso politico.
Hitler non era ancora satanizzato, ma la Chiesa di Roma aveva già preso le debite distanze da lui, ben sapendo che nei riguardi del Cattolicesimo il dittatore tedesco era assai meno tenero del dittatore italiano, noto a quei tempi - per definizione pontificia - come «Uomo della Provvidenza».
Mons. Geisler, vescovo di Bressanone, assunse invece una posizione di equidistanza che in fondo privilegiava il nazismo. Giudicava che nel Reich, per il quale moltissimi si accingevano ad optare, il pericolo per la Fede sarebbe stato «non cosi grande (...) e non più grande che in Italia» (Corsini-Lill 324). Il contegno di Monsignore fu loiolesco: egli seppe dissimulare il suo pensiero fino all'ultimo, fino a quando gli toccò di optare, ed optò per il Reich di Hitler. Prima di firmare si tolse l'anello pastorale dichiarando che come tedesco sceglieva il Reich e come pastore andava col proprio gregge. Questo avvenne il 25 giugno 1940, cinque giorni prima della definitiva chiusura delle opzioni il cui termine, per il clero, era stato prorogato al 30 giugno di quell'anno (ivi, 325).
Meno tortuoso, il vicario generale mons. Pompanin non nascondeva un certo trasporto per il nazismo e «chiudeva le sue lettere con un sonante «Heil Hitler» 26 (ivi, 390).


Esplicito e lineare fu invece il vescovo di Trento, mons. Celestino Endrici, che andava rinfrancando contro ogni timore di trasferimento al sud quanti intendevano restare cittadini italiani.
Parroci e cooperatori non avevano fondati risentimenti contro l'autorità civile italiana, la quale, instaurando il regime concordatario, aveva dato, si una limatina agli emolumenti del clero locale: ma aveva però portato la pace religiosa anche in Alto Adige, ed è quel che conta, o dovrebbe contare. E aveva consentito l'uso del tedesco nella liturgia della parola e nell'insegnamento del Catechismo, con grave disappunto del Tolomei.
Il teorico dell'assimilazione avrebbe voluto che l'uso dell'italiano non si arrestasse alla soglia della chiesa, ma penetrasse dappertutto, come si conveniva in uno Stato unitario; e continuava a rivangare l'ormai nota cronistoria delle lotte sostenute dai ladini sotto l'Austria, la quale, pur essendo uno stato plurinazionale, aveva tentato con ogni mezzo di toglier loro l'insegnamento religioso in lingua italiana per imporre la lingua tedesca.
Con esemplare coerenza, i curatori d'anime atesini optavano per l'Italia in altissima percentuale: circa l'80% nei decanati brissinesi, più del 90% nei decanati atesini della Diocesi di Trento fra i quali Bolzano e Merano (ibidem). Quel 10% in meno fu determinato dalla posizione ambigua di mons. Geisler (Unterkircher).
Nel complesso il comportamento della Chiesa era stato responsabile e l'Italia, per allora, poteva accontentarsi. Nondimeno, la scarsa conoscenza dei fatti soprattutto in determinati ambienti del P.N.F. portò a deplorevoli malintesi che sfociarono in un'aspra polemica fra «L'Osservatore Romano» e «Il Regime Fascista», organo del partito diretto da Farinacci. Un articolo da questi pubblicato il 24 gennaio 1940 dà la misura della disinformazione di allora: si elogiava mons. Geisler per la sua moderazione e si rimprovaravano i preti, specie i più giovani, accusati di essere i più scalmanati optanti per il Reich. « a nulla è valsa – concludeva l'articolista – l'opera autorevole ed ardua del vescovo di Bressanone: i parroci dai pulpiti, dai confessionali, dalle sacrestie hanno svolto un'opera completamente opposta». Testuale. La verità sarebbe affiorata di lì a cinque mesi, con sorpresa degli ambienti politici nostri e dello stesso Vaticano.

IL PREFETTO CHE CAPIVA L'ALTO ADIGE

Di Agostino Podestà, Prefetto di Bolzano durante i due primi anni di guerra, possiamo parlare come di un amico. Fu lui ad incoraggiare, negli anni '60 i nostri primi tentativi di recuperare l'italianità atesina sul piano della cultura.

Con l'avvento del regime autonomistico i difensori dell'Italianità culturale si erano rifugiati negli spazi, sempre più ristretti, concessi dalla stampa locale. Ne furono estromessi negli Anni 50, quando Taulero Zulberti fu allontanato dal quotidiano «Alto Adige» e furono soppressi i periodici «Bolzano Nuova» e «Der Standpunkt». Il nuovo corso non fu indolore, ebbe anzi risvolti drammatici (Maria Leveghi, direttrice amministrativa del «Der Standpunkt», fu stroncata da un ictus). Se da un lato il potere e la stampa da esso controllata privilegiavano la cultura tedesca, dall'altro l'opposizione si concentrò attorno ad un periodico italiano di raccolta, «La Vetta d'Italia» (* 19 marzo 1960), nel quale confluirono collaboratori di estrazione politica diversa, ma di segno nazionale, ed anche elementi politicamente non impegnati (fra i primi: Andrea e Pietro Mitolo, Maurizio Lorandi, Flora Leveghi, Delfino Ardizzone, Waldimaro Fiorentino, Carlo Casali, Luigi Montali; fra i secondi; Ferruccio Bravi, Italo Manfrini, Ida Zucchelli e altri). La «Vetta» usci dapprima quindicinale, ma in seguito, per crescenti difficoltà economiche, diradò sempre più l'uscita (attualmente è trimestrale) senza peraltro lesinare lo spazio alla documentazione dell'italianità atesina nel passato. Otto anni dopo, ampliandosi l'attività culturale, sorse il nostro «Centro di documentazione storica per l'Alto Adige» (* 12 ottobre 1967), rifuso nell'attuale «Centro di Studi Atesini», con sede in Bolzano. Riuscimmo a raccogliere adesioni fra gli studiosi, della vecchia generazione, quali Carlo Battisti, Nicolò Rasmo, Giorgio del Vecchio, Aurelio Garobbio, Guido Canali, Paolo Drigo, Carmelo Trasselli, tutti più o meno conosciuti per importanti lavori sull'Alto Adige e sui problemi dell'Arco alpino. S.E. Podestà incoraggiò la nuova iniziativa culturale sostenendola moralmente e materialmente. Era l'anima del Centro, l'uomo che infondeva coraggio e speranza negli inizi difficili. La sua prematura scomparsa, sul finire del 1969, fu evento tristissimo per tutti.



Il Prefetto Podestà fu un italiano alquanto atipico per i tempi dei quali parliamo e più vicino alla mentalità dei tempi nostri. Oggi i prefetti sono avviliti ed esautorati; ma se Bolzano avesse un Podestà (intendo: un Prefetto con i poteri di allora) la pacifica convivenza sarebbe una realtà invece che una tela tessuta di giorno dalla buona volontà di alcuni e disfatta di notte dall'insipienza d'altri.
Un italiano atipico, era Agostino Podestà, e fatto apposta per smentire i luoghi comuni del razzismo fisiologico e ideologico: alto, occhi e carnagione chiara, misurato nel gesto, sobrio nella parola. Come Alto Commissario per le opzioni frequentava il console germanico piccolo e bruno, e a vederli insieme chiunque avrebbe detto che era lui, Podestà, il rappresentante della «razza eletta», il tedesco sognato da Hitler. Dopo l'8 settembre una pattuglia della Wehrmacht in rastrellamento lo colse nei pressi di Verona. L'ufficiale che lo interrogava non voleva credere che fosse italiano. Era certo che quel bell'esemplare «ariano» fosse una spia inglese; ma poi, chiarito l'equivoco per una provvidenziale testimonianza, lo lasciò andare con tante scuse. E fece malissimo, perché il prigioniero era un pesce grosso, da giorni braccato dai nazisti, e il suo nome spiccava in cima alla lista nera diramata a tutti i comandi del settore. L'incauto ufficiale se ne sarà accorto quando ormai l'eccellente ricercato era lontano e al sicuro. Son cose che succedono quando gli eventi incalzano e la piccola burocrazia militare non riesce a tenere il passo.
Agostino Podestà era colto, signorile e umano. Si può essere tutto questo e anche fascista? Era stato volontario delle CC.NN. in Africa Orientale ed era il fiore all'occhiello per il regime di allora che dopo breve «rodaggio» l'aveva mandato a Bolzano. Era il più giovane prefetto d'Italia.
Quando assunse l'incarico la sede della Prefettura era al terzo piano del Palazzo del Governo, presso la stazione ferroviaria. Quel severo edificio neorinascimentale sarebbe poi diventato il primo dei tanti palazzi della Provincia Autonoma sorti come funghi nei dintorni e un po' in tutta la città.
I poteri di Sua Eccellenza erano ampi e discrezionali. La burocrazia non era elefantiaca e impastoiata come ora, per ipertrofia di organi e clientele politiche; pertanto le questioni si risolvevano sul tamburo, con procedura estremamente semplice. Il discorso vale, ovviamente, per le questioni «d'ordinaria amministrazione», perché i problemi cronici, connessi a situazioni sclerotizzate dal tempo, sottintendono tutt'altro discorso.
Il più grave di questi problemi riguardava i rapporti fra i due gruppi linguistici. A quei tempi ci si guardava in cagnesco, peggio di oggi. Ed era molto difficile trattare con l'allogeno plagiato dai nazisti e incattivito, se non da altro, dalla prospettiva di dover lasciare la sua terra. Eppure S.E. Podestà, con le sue qualità umane, fece breccia nell'animo degli atesini di lingua tedesca, li tranquillizzò sulla loro sorte e riusci a convincere molti di loro che avevano ben scelto restando cittadini italiani. In qualche sudtirolese diffidente la sua cordialità insospettiva. Il Volgger vedeva in lui una sorta di flautista di Hameln (pag. 73), ma ha dovuto poi riconoscere che «ha risparmiato molte sofferenze. Per questo dobbiamo essergli grati fino alla morte ed oltre». (pag. 75).
Podestà era l'uomo giusto al posto giusto; ma arrivò tardi, quando ormai il dramma delle opzioni era prossimo a consumarsi, e la sua opera fu breve, Breve, ma non per questo dimenticata dagli atesini, alcuni dei quali, ormai vecchi, ricordano ancora con affettuosa riconoscenza il giovane prefetto venuto «di lontano».
La sua sollecitudine verso il gruppo di lingua tedesca non lo distolse dall'incoraggiare il nostro gruppo. A dare agli atesini di lingua italiana la consapevolezza di vivere non in terra altrui, ma nella propria patria, pro-mosse la monumentale opera Alto Adige - Alcuni documenti del passato che attesta la presenza italiana in territorio atesino nei secoli scorsi.

Quest'opera fu stampata in tre volumi, a tempo di primato, nel 1942. Vi lavorarono studiosi giovani ma preparati, quali Nicolò Rasmo, Antonio Zieger, Guido Canali, Carmelo Trasselli, Guglielmo Barblan e vari collaboratori di lingua tedesca fra i quali il conte Teodorico Wolkenstein, della insigne famiglia cui appartiene Osvaldo - il più grande poeta atesino - e varie personalità politiche ed ecclesiastiche di grande rilievo.
La pubblicazione ebbe successo, malgrado il boicottaggio nazista. Non è esatto, come riferisce una pur autorevole fonte, che «l'opera non fu mai pubblicata ed è assolutamente introvabile» (Battisti). Ne furono invece dotati a suo tempo i principali istituti di cultura, dagli Archivi di Stato alle biblioteche di Bolzano e di Trento. Molti privati ne sono in possesso e alcuni esemplari, messi a disposizione da S.E. Podestà, furono diffusi dal nostro Centro una ventina d'anni fa assieme a parecchie copie del Sofisti e dello Zallinger (edizione italiana e tedesca) due pubblicazioni, queste, che furono effettivamente tolte di circolazione, ma per volontà di Degasperi e della Volkspartei.

L'OMBRA DI HITLER

Non soltanto le opzioni, ma ogni evento verificatosi nella nostra provincia fra il 1938 e il 1945 è spesso interpretato in modo unilaterale e distorto e quindi utilizzato a fini politici.
Così, con estremo semplicismo, si vuoi far credere che Hitler volesse annettersi l'Alto Adige abbandonato ai tedeschi l'8 settembre. Lo sostengono molti altoatesini per dare colore di «patriottismo» alla loro entusiastica adesione al nazismo e lo si sostiene anche da parte degli autonomisti italiani, da Degasperi in poi, per accreditare una versione addomesticata dei fatti che è stancamente ripetuta ad ogni tornata elettorale, ed è questa: i fascisti avrebbero consegnato l'Alto Adige ai nazisti, e gli alleati Liberatori l'avrebbero ceduto alla ricostituita Austria se, a salvare la situazione, non fosse intervenuto il progetto autonomistico.
Per la verità nessuno consegnò ai nazisti l'Alto Adige: perché quando esso fu occupato militarmente dai tedeschi i fascisti non c'erano più e non c'erano più nemmeno le autorità badogliane, fuggite di gran carriera all'indomani dell'8 settembre. Non occorreva farselo consegnare, l'Alto Adige: bastava prenderselo.
Quanto ai Liberatori, essi eran si propensi a liberarci anche dell'Alto Adige, ma preferirono lasciarcelo perché cosi esigeva la logica di Yalta: non si poteva aprire una breccia al Brennero nell'evenienza, probabilissima, che l'Austria dovesse cadere sotto la Russia di Stalin.
Questo è ammesso anche da storiografi politicamente condizionati (Corsini-Lill, 418).
Si è detto e ripetuto a suo tempo che Degasperi salvò l'Alto Adige; non è esatto, è esatto invece che egli trasse vantaggio dalla situazione per attuare quel progetto autonomistico che era nei suoi voti già prima del 1919.
E purtroppo quell'autonomia che doveva essere una panacea, un rimedio a tutti i nostri «mali di frontiera», ha mortificato i sentimenti nostri senza premiare in termini di libertà i concittadini di lingua tedesca. È noto come questi siano strettamente controllati da quella Volkspartei che fino a qualche tempo fa è stata il partito unico per eccellenza. Ed è pure noto, per quanto ci riguarda, che le concessioni al gruppo di lingua tedesca vanno ben oltre gli obblighi previsti nell'Accordo di Parigi.
La gestione dell'autonomia è nelle mani di partiti che si dicono «democratici», ma l'ombra di Hitler continua ad aggirarsi inquieta fra noi. Hitler: «l'uomo pieno di qualità e di buona volontà, votato al risorgimento tedesco». L'ha scritto Acherer, un nazista di Bressanone che a suo tempo optò per il Reich. L'ha scritto in una «confessione giovanile» pubblicata tre anni fa con i soldi nostri amministrati dalla Provincia autonoma di Bolzano.
Certe simpatie striscianti o palesi per il nazismo e certi luoghi comuni trovano appoggi e finanziamenti pubblici, ma nessuno si cura di far conoscere ai residui nostalgici optanti per il Reich cosa pensasse il dittatore tedesco del Sudtirolo e della «redenzione» di esso. Colmiamo questa lacuna riproducendo in appendice il più importante passo del Mein Kampf in argomento. Il passo è riprodotto in ristretto, per ragioni di opportunità oltre che di spazio; ma chi ne ha voglia può andare a leggersi il testo integrale ne La mia battaglia che dovrebbe pur trovarsi in qualche biblioteca, stante che il solo Bompiani, a suo tempo, ne diffuse una ventina di edizioni e nel dopoguerra è stato ristampato in tre edizioni dall'editrice «Sentinella d'Italia» di Monfalcone.
Altre dichiarazioni del Führer, pure qui riportate, non si discostano sostanzialmente da quelle del Mein Kampf e son tutte coerenti con l'ultima, la più solenne, resa a Palazzo Venezia il 7 maggio '38 sulla intangibilità del confine al Brennero. Si potrà obiettare che alla dichiarazione del '38 non ne seguirono altre ugualmente risolute e che, consumato il tradimento dell'8 settembre, il Führer annesse di fatto l'Alto Adige al Reich facendolo governare da Franz Hofer, suo uomo di fiducia, al quale aveva conferito poteri sovrani. Certo, ma non si può negare che l'occupazione fu essenzialmente militare; e che nell'Alto Adige ebbe corso la moneta italiana, mentre nell'Italia «liberata» erano imposte le Am-lire; e che la sovranità italiana in Alto Adige, nel '43-45, è ribadita da una importante sentenza (Cassazione Civile, Sezioni Unite, sentenza 18 giugno 1953, n° 1829, in causa Augustin contro Cassa di Risparmio di Bolzano). Tale è il tenore della sentenza: benché il controllo germanico sulla Zona militare delle Prealpi fosse «più esteso e più penetrante che altrove, i tedeschi non vollero escludere, né esclusero di fatto nella Zona» i poteri civili della RSI «da essi formalmente e senza riserve riconosciuta».
Anche dalla nostra parte c'è chi ha interesse a dar corpo a inconsistenti Decisioni annessionistiche di Hitler: il corsivo è il titolo d'una pur seria e documentata opera del Toscano in cui quelle «decisioni» non sono confermate in modo persuasivo. Nessuno può affermare che Hitler volesse annettere l'Alto Adige al Reich, o piuttosto - dopo l'infedeltà dell'alleato - tenerlo in pegno, perché chi ha questioni non tratta mai a mani vuote. Nessuno può dire quali fossero le intenzioni del Führer, ma più d'uno pretende di conoscerle e trae conclusioni su misura per le proprie tesi. E pone la domanda retorica: «Ma se la Germania nazista avesse vinto la guerra?» Già, però la storia non si può scrivere con i se.
La storia bisogna scriverla con rigorosa aderenza alla realtà dei fatti, fatti accaduti e non ipotizzati. E va scritta anche nel rispetto delle buone regole e del contenuto dei documenti.
Non scrive storia colui che, pur di far prevalere il suo punto di vista, altera la verità e si comporta da pirata: tipico esempio il Ritschel che utilizza contro l'Italia documenti a noi inaccessibili e non controllabili, pescandoli fra le carte del trafugato archivio Tolomei e nei verbali d'incontri diplomatici che per gli altri restano segreti. Il volume del Ritschel è del '66 ed è in argomento l'ultima delle opere tendenziose di qualche rilievo. Ora però, a cinquant'anni dalle opzioni, tira un'altra aria: gli animi vanno placandosi, i condizionamenti politici vengono meno, la competenza e l'obiettività tendono a prevalere sulle passioni di parte. (sic! ndr)




LE NORME

Il trasferimento obbligatorio nel Reich per i cittadini germanici ed ex austriaci residenti in Alto Adige e la possibilità di opzione per i c.d. «allogeni» delle province di Bolzano, Trento, Belluno e Udine erano previsti dall'Accordo di Berlino del23 giugno 1939.
Per gli «allogeni» in particolare, la Legge 21 agosto 1939, n° 1241, prevedeva la libera scelta fra la conservazione della cittadinanza italiana, col diritto di restare nelle sedi storiche d'appartenenza, e l'acquisizione della cittadinanza germanica, con l'obbligo di stabilirsi nel Reich, previo equo indennizzo dei beni non traslocabili.
Le Norme d'attuazione per il rimpatrio dei cittadini germanici e per l'emigrazione degli «allogeni» furono firmate a Roma il 21 ottobre 1939 dal Prefetto di Bolzano, Giuseppe Mastromattei, e dal Console generale del Reich in Milano, Otto Bene.
La dichiarazione di volontaria rinuncia alla cittadinanza italiana era resa, accertati i requisiti, nelle mani del Prefetto (art. 2 della Legge), ovvero nelle mani del Ministro dell'Interno se la cittadinanza era stata acquistata per Decreto Reale (art. 3). L'opzione per il Reich comportava l'esenzione dal servizio militare nel Regio Esercito (art. 4) e l'estensione della perdita di cittadinanza a tutto il nucleo famigliare (art. 5).

LE OPZIONI IN CIFRE

Secondo il comunicato ufficiale del 31 XII 1939 il diritto di opzione sarebbe stato esercitato da 266.985 abitanti dei territori interessati, vale a dire: la Provincia di Bolzano nei confini amministrativi di allora, i distretti di Egna (TN), Ampezzo (BL) e Tarvisio (UD). Risultato ufficiale: 185.985 optanti per il Reich, 81.000 per l'Italia. Le cifre di parte tedesca sono alquanto diverse, specie per il numero degli optanti per il Reich che sarebbero stati più di duecentomila (211.799, secondo Franz Huter, interessato a far passare per plebiscito una scelta tutt'altro che serena e libera). Unico dato abbastanza attendibile per buona approssimazione è il numero degli optanti per il Reich che raggiunsero le nuove sedi entro il termine fissato per il trasferimento (31 XII 1942): 78.000 secondo fonte italiana, 74.500 secondo fonte tedesca. Le cifre e includono circa 10.000 stranieri di lingua tedesca, circa 7.000 ladini e un numero imprecisato, ma notevole, di trentini intedescati.

L'INDIRIZZO DI MAX MARKART

«Duce!
I cittadini italiani di tutte le vallate dell'Alto Adige porgono a voi il più devoto saluto di quella parte della popolazione che a norma della convenzione italo-germanica conserva la cittadinanza italiana e, pieni di fiducia, pongono di bel nuovo il loro destino nelle vostre mani paterne.
Noi sappiamo, Duce, come vi stia a cuore la nostra provincia di confine, nella quale la natura ha creato il più imponente baluardo, il vallo alpino del Littorio.
Il ritmo fascista dei lavori ha trasformato la nostra provincia. Le numerose e poderose forze idrauliche sono state sfruttate. Sono stati eretti grandiosi stabilimenti industriali; i frutteti della zona di Merano e Bolzano hanno raggiunto la più elevata coltura e forniscono frutta di qualità inarrivabile in tutto il mondo; in mezzo alle bellezze dei nostri monti e delle nostre valli, l'industria alberghiera ha creato impianti modello di prim'ordine per il turismo, fonte principale della nostra vita economica.
Al nostro più profondo ringraziamento per le provvide cure di voi, Duce, nell'interesse della nostra provincia, uniamo oggi la preghiera che voi, Duce, vogliate anche in futuro dare la nostra piena e paterna cura e il vostro aiuto alla nostra laboriosa popolazione.
Noi siamo fermamente convinti che le difficoltà del momento verranno superate e vi promettiamo di servire fedelmente la terra da cui deriviamo, di essere fedeli e leali verso la Patria che protegge e promuove il nostro lavoro, grati di essere cittadini di uno Stato a cui la provvidenza nelle ore storiche della Patria ha dato il nostro amato Duce».

LA RISPOSTA DI MUSSOLINI

«Camerati! Signori!
L'udienza che oggi ho il piacere di accordarvi avrebbe dovuto aver luogo molto tempo fa. Ma io decisi di rinviarla a dopo il 31 dicembre 1939, cioè a dopo l'ultimo giorno fissato per le opzioni, perché non volevo in alcun modo influire sulle vostre decisioni e su quelle degli altri vostri comprovinciali.
Sono passati tre mesi, durante i quali gli accordi del 23 giugno 1939 e i successivi hanno cominciato a trovare leale e pratica applicazione.
È forse superfluo ricordarvi che gli accordi del 23 giugno 1939 rappresentano la conseguenza logica di eventi storici, come il viaggio del cancelliere germanico a Roma e delle definitive parole da lui in quella memorabile circostanza pronunciate. Parole che ebbero un suggello ulteriore nel Trattato di alleanza fra Germania e Italia.
Le frontiere alpine, che ben prima degli uomini furono segnate da Dio per delimitare il corpo fisico dell'Italia, non dovranno mai più essere ragione di possibile controversia, ma costituire invece la linea di congiungimento di due Stati, dei due popoli, delle loro grandi civiltà e delle loro affini, moderne Rivoluzioni.
In seguito a tali accordi gli abitanti dell'Alto Adige di lingua tedesca e desiderosi di farlo, avrebbero potuto trasferirsi oltre frontiera. Cosi è avvenuto e tutto procederà in ordine sino all'esaurimento della questione.
La vostra coscienza vi ha dettato la decisione di rimanere cittadini italiani, decisione che mi è naturalmente molto gradita.
Ora accade che qualche voce si faccia ancora clandestinamente circolare sulla sorte che attenderebbe coloro i quali hanno deciso di conservare la loro cittadinanza italiana.
Ho voluto convocarvi qui per farvi nella maniera più esplicita e solenne questa dichiarazione.
Voi rimarrete tranquillamente nelle vostre residenze abituali, continuando nelle vostre occupazioni consuete; e nessuno ha mai pensato o penserà di allontanarvi dalle vostre case per mandarvi in altre parti del Regno o dell'Impero.
Queste mie dichiarazioni sono dirette alla vostra intelligenza e al vostro cuore. Ad esse sarà data la necessaria diffusione nella vostra terra, perché rappresentano una categorica affermazione, la quale, come sempre accade nella politica del governo fascista, i fatti pienamente confermeranno.
Il Governo fascista continuerà a fare tutto il possibile per assicurare alla fedele e leale popolazione dell'Alto Adige tranquillità, ordine e benessere».

Mussolini

Roma, Palazzo Venezia 21 marzo XVIII


IL DISPREZZO DEL FUHRER

1922. - «Noi non dobbiamo per un sentimento sia pure umano di fratellanza verso 200.000 tedeschi trattati bene, dimenticare che altrove vi sono milioni di tedeschi veramente oppressi (...) Noi dobbiamo dichiarare apertamente e sinceramente all'Italia che per noi la questione dell'Alto Adige non esiste e non esisterà mai più. E tali dichiarazioni lealmente mantenere e dimostrare veraci coi fatti».

(Da un discorso del 17 novembre 1922 pronunciato a Bad Ems e riferito in una relazione del delegato italiano della Commissione Interalleata per la Renania Tedaldi, per cui v. anche Ingram Beikircher. - Dichiarazioni del genere alienarono ad Hitler le simpatie della destra conservatrice, inasprita anche dal fatto che, almeno allora, il NSDAP - Partito Nazional-Socialista Operaio cercava proseliti di preferenza nei settori della sinistra tradizionale)

1923. - «I nostri occhi devono essere rivolti al Reno: Strasburgo è per il sentimento tedesco una città sacra assai più che Bolzano e Merano».

(Obiezione ad una lettera di Kurt G.W. Ludecke, pubblicata dal «Corriere Italiano» il 16 ottobre 1923. Tali sentimenti furono confermati dieci giorni più tardi a Leo Negrelli giornalista di detto foglio che si pubblicò a Roma nel 1923-24).

1925. - «Si, Alto Adige. Se qui mi occupo di questo problema è anche per chiamare alla resa dei conti quella svergognata canaglia che, contando sulla stupidità e sulla smemorataggine di nostri larghi strati, osa simulare un'indignazione nazionale che ai nostri imbroglioni parlamentari è più estranea di quanto sia estraneo ad una gazza il concetto di proprietà.
Faccio notare che io sono uno di coloro che dall'agosto 1914 al novembre 1918 presero posto là dove si difendeva anche questo territorio: cioè nell'esercito. In quegli anni combattei anch'io, non perché il Tirolo del Sud andasse perduto, ma perché esso fosse, come ogni altro paese tedesco, conservato alla patria. Quelli che allora non combatterono furono i predoni parlamentari, tutta la canaglia politicante dei partiti (...) Chi oggi crede di poter risolvere il problema dell'Alto Adige con proteste, dichiarazioni, cortei ecc. o è un briccone, o è un piccolo borghese tedesco.
È più facile chiacchierare oggi per il recupero del Tirolo del Sud di quanto non lo fosse un giorno combattere per la sua conservazione. Ognuno fa quello che può allora noi versammo il nostro sangue: oggi costoro fanno andare il becco (...).
Se un giorno dovremo versare il sangue tedesco, sarebbe delittuoso versarlo per duecentomila tedeschi quando sette milioni di tedeschi languono sotto il dominio straniero».

(Mein Kampf, Capitolo XIII, Ed. Bompiani, 311 - Nel Capitolo VI, (Bompiani 120), col suo abituale piglio aggressivo, H. aveva definito la questione atesina una montatura ebraica tesa «ad appoggiare la lotta contro un sistema che appunto a noi Tedeschi deve apparire, nella situazione presente, come l'unico raggio di luce in un mondo che tramonta».
E per finire; al termine di un comizio sul tema dei territori tedeschi irredenti, come riferiscono Ingram Beikircher e Valther il futuro Führer avrebbe esclamato, volgarmente ma efficacemente, «l'Alto Adige va a fare nel ....»