Il
bosco è l'ultimo rifugio del Ribelle, spiegava mirabilmente Ernst
Jünger in uno dei suoi più
famosi libri. Ma esso non è soltanto un rifugio, è un centro
propulsivo. È il luogo incontaminato onde ricercare e ritrovare il
contatto con le forze originarie, primigenie, le sole capaci di dare
il giusto impulso agli uomini per gettare le basi un nuovo ordine,
laddove si sfaldano le membra di una società morente e predominano
il caos, l'ingiustizia, la tirannia.
La
via della macchia è però una via impervia. Se non attrezzati e
pronti si finisce per esserne inesorabilmente risucchiati. Non si
possono calcarne impunemente i sentieri senza aver ben chiaro il
percorso da fare.
Dovevano
conoscerlo i nostri Carbonari, l'eroica ed umile fratellanza che sta
alla base di tutto il nostro Risorgimento. Eroica perché capace di
sfidare avversari ben più numerosi e forti, incurante di
persecuzioni, sentenze di morte ed esili, protesa al raggiungimento
del suo obbiettivo con la stessa tenace ostinazione che
contraddistingue ogni genuino boscaiolo. Umile perché operante
nell'ombra, schiva di riconoscimenti, riservata e paga di compiere il
suo Dovere senza altro richiedere. Talmente umile ed attenta a non
lasciare tracce, che ancora oggi è assai difficile raccontarne la
storia, visto che il riserbo e la segretezza che da sempre l'hanno
avvolta a mala pena permettono di gettare un timido sguardo su di
essa.
Ci
prova la nostra assidua e fedelissima Maria Cipriano, con questo suo
appassionante articolo. Articolo che stimola il lettore, lo
incuriosisce e lo addentra nel folto di un “mistero storico” su
cui ancora molto vi è da scrivere.
Ma
questo articolo vuol essere anche un augurio e un monito. Per tale
motivo lo pubblichiamo in concomitanza di queste feste solstiziali e
natalizie, unendo così le origini Romano-Italiche e la novità
Cristiana fuse all'interno della Carboneria stessa. L'augurio è che
come dal nero e povero carbone, rigido e apparentemente morto,
risplenda ancora l'aurea e danzante fiamma, luce di nuova vita per
l'Italia intera. Un monito affinché i figli di questa magnifica
terra non dimentichino mai i loro eroici ed umili predecessori.
Sandro
Righini
Che
le luci della Carboneria possano guidare gli italiani di buona
volontà sul cammino della salvezza individuale, e adornare
spiritualmente l'Albero e il Presepe delle antiche tradizioni
Italiche che riportano a Roma, principio e fine dei nostri destini.
Che il Natale dell'Italia e di voi tutti, che amate la Patria e
soffrite per essa, possa essere il natalizio dell'eternità .
M.C.
BUON
RISORGIMENTO

La
sera del 18 agosto 1815, alla presenza dell'arcigno imperatore
austriaco Francesco I, illuso di colonizzare facilmente la
Lombardia, il Veneto e le altre numerose terre vilmente sottratte
alla morente Venezia, venne rappresentata per la prima volta al
Teatro Re di Milano la tragedia “Francesca da Rimini” di Silvio
Pellico, che, come molte altre opere del tempo, celava strofe
sovversive-patriottiche. Quando il primo attore recitò l'apostrofe
all'Italia (Italia mia, combatterò se oltraggio ti muoverà
l'invidia! Polve d'eroi non è la polve tua?) un fremito
attraversò il teatro, la gente cominciò ad applaudire, a gridare, a
levarsi in piedi inneggiando alla Patria, nello sgomento generale
degli austriaci che occupavano sempre impettiti le prime file della
platea: una scena che si sarebbe ripetuta infinite volte un po'
dappertutto negli anni a venire, causando interventi della forza
pubblica, arresti, incidenti, sgomberi di teatri, indignazione negli
occupanti. Il prim'attore fu subito convocato dalla Polizia,
redarguito, minacciato del carcere a pane e acqua, e la strofa
definitivamente censurata.
Questa
fu l'Italia che fece il Risorgimento, levatasi a sfidare i potentati
stranieri sfruttatori e gli altri meschini sovrani a loro ascritti e
asserviti assieme ai degeneri italiani che li sostenevano. Un'Italia
che osò insorgere e risorgere proprio quando, con la Restaurazione e
il Congresso di Vienna, tutto sembrava morto, ogni speranza spenta, e
la pietra tombale fissata definitivamente dalle potenze europee e dai
loro sordidi maneggi sul corpo piagato dell'infelice Patria. Fu
allora che dal buio della “foresta percorsa dai lupi”(per usare
una famosa espressione carbonara) un lucignolo fece luce nelle
tenebre, un sentiero si appalesò agli smarriti italiani, una
traccia, un segnacolo di speranza chiamò a sé gli afflitti,
rinfondendo energie, rianimando le forze esanimi e abbattute,
offrendo una metaforica capanna di legno sormontata da una croce (uno
dei simboli carbonari) come riparo, una congrega di fratelli (anzi di
“buoni cugini”, questa l'espressione carbonara) come famiglia, un
insieme di simboli, di formule e di riti (piuttosto modesti per la
verità, quelli carbonari, ispirati all'antica Roma e al mondo
agreste-boschivo) in cui riconoscersi e trovare, come da un sacro
mantra iniziatico e misterioso, come da un'incessante preghiera, la
forza interiore, fisica e morale, per reagire alle forze del male
votandosi al sacrificio di sé, così come Cristo- che è il primo
carbonaro- si votò alla morte. Fu, questa, la Carboneria. Essa non
fu molto altro di codesta disarmante semplicità e chiarezza di
moventi e di traguardi, rigorosi e severi, che attrassero a sé come
una calamita,
nonostante l'arduità estrema dell'impegno richiesto, adepti di tutte
le regioni, arrivando fin là ove pareva impensabile arrivare: dentro
le file dell'esercito borbonico e di quello sabaudo, le due compagini
militari più numerose e più importanti dell'Italia di allora.
In
particolare, la familiarità di rapporti che intercorreva fra il Re
Sabaudo e le sue fedelissime truppe, unita all'affabilità del
giovane erede al trono Carlo Alberto che viveva si può dire in
simbiosi e direi in amicizia con esse, pur stretto nella morsa
soffocante dell'austriacantismo del Re Carlo Felice suo zio,
consentirono di far giungere fino alle sue principesche orecchie il
grido di dolore che da tutta l'Italia si levava, invocante la
libertà, che era liberazione dallo straniero, Costituzione,
unificazione, progresso di leggi e di costumi, limitazione e freno
allo strapotere della Chiesa. Il merito indiscutibile di Carlo
Alberto fu quello di recepire e di ascoltare, ch'era già molto, cose
ch'era inconcepibile anche solo pensare, al punto che la regina
Cristina, moglie di Carlo Felice, sbottò scandalizzata: “Carlo
Alberto dice cose tanto strane,
parla che mi sembra pazzo o ubriaco.”
Sappiamo che per questo fu allontanato da Torino, minacciato d'essere
diseredato, sospeso dalle sue prerogative, forzato a ritrattare per
essere poi riammesso penitente a Corte al cospetto di uno zio furente
che non tollerava neanche si pensassero certe cose, figuriamoci
parlarne!
Ma,
prima di arrivare a Carlo Alberto, prima di arrivare al fatidico
1848, e al passaggio epocale del Ticino da parte delle truppe
piemontesi che dette la svolta tanto attesa alla Storia d'Italia con
le indimenticabili giornate della 1a guerra d'indipendenza (guerra
che fece accorrere in Piemonte l'incaricato inglese a supplicare il
Re sabaudo di desistere da quella pazza impresa contro l'Austria che
era un suicidio), ebbene, prima d'allora, la Carboneria ne aveva
fatta tanta di strada da sé sola, con il coraggio e la temerarietà
che le erano proprie. Passando di fallimento in fallimento, cadendo e
inciampando davanti al Golia che aveva davanti, rialzandosi ogni
volta, incurante dei dolori e delle fatiche, di mille spietati
interrogatori tesi a estirpare i suoi riposti intendimenti, essa,
dilagando da una parte all'altra della penisola senza che alcuno
potesse fermarla, pose le premesse inamovibili della Vittoria
smuovendo le acque stagnanti, mettendo in subbuglio tutte le Polizie,
sbalordendo, impaurendo, esasperando i suoi cacciatori che, armati di
tutte le armi, mai riuscirono a spuntarla contro le due armi
infallibili della sua fede e della sua segretezza. Una fede e
una segretezza a tal punto pervicacemente conservate, al contrario
della Massoneria che amava mettersi in mostra, che un alone di
mistero, di paura, un senso di timore come di fronte a un arcano
dissepolto da ignote profondità, ancor oggi suscita soggezione in
chiunque per davvero voglia indagare a fondo i suoi meandri e le sue
introvabili origini. Di cui poco o nulla si sa, e, quel poco, è già
bastante a presentarci una società segreta rigorosamente autoctona,
italico-Romana di sangue e di suolo, nonostante si sia tentato di
spacciarla per una filiazione della Massoneria, da cui profonde
differenze la dividono, anche se non di rado, proprio a testimoniare
il buio in cui brancolavano i segugi dell'assolutismo, le due società
venivano confuse, sembrando logico che la Carboneria non potesse che
esser gemella della Massoneria, la quale era ben nota ai governi, e
verso essi sempre innocua e deferente, cosicché alcuni dicevano che
per accidente se n'era staccata una costola, disobbediente, che aveva
come scopo la sovversione violenta dell'ordine costituito. Ma questo
era semplicismo storico, una scorciatoia presa da chi non sapeva
darsi ragione dell'improvviso emergere di un fantasma in carne e ossa
che predicava con irriducibile ostinazione l'indipendenza e Unità
della Patria: la Patria rappresentata come l'addolorata Madre che “ha
per manto il mare e per scettro altissimi monti”, di cui i
carbonari riproponevano le desolate raffigurazioni che nel corso dei
secoli, dalla caduta di Roma, ne erano state date, di vedova
derelitta di Cesare, coi figli orfani e calpesti. Ora questi figli
però inspiegabilmente risorgevano dandosi nomi Romani e
presentandosi con un pugnale in mano, cospiratori e occulti
pianificatori di trame rivoluzionarie, per attuare senza tante
perifrasi quella che poteva definirsi a tutti gli effettilotta
armata, vera e propria insurrezione. Questa fu la Carboneria.
Avverso cui si scatenò una spietata caccia all'uomo in tutta
Italia. Avverso la quale i sovrani e le Polizie si tennero in
contatto reciproco con continui abboccamenti e riunioni, onde venirne
a capo, ma il capo non si trovava. Per ragioni di sicurezza, infatti,
la veneranda e sacra congrega patriottica da cui nacque il
nostro glorioso Risorgimento, una volta raggiunta una certa
estensione territoriale, il che avvenne quando dal mezzogiorno,
ov'era nata, dilagò nello Stato Pontificio, preferì frammentarsi,
mentre, per facilitarne la strada, altri raggruppamenti minori
sorgevano a sua imitazione, il che compromise la sua originaria
struttura gerarchica unitaria che non resse al moltiplicarsi delle
“vendite carbonare” praticamente in ogni
luogo, rendendo la comunicazione sempre più difficile, complicata e
rischiosa. Se da una parte ciò compromise l'efficacia concreta dei
risultati rivoluzionari a livello nazionale, dall'altro generò un
labirinto localistico in cui i segugi dell'ancien regime non
riuscirono mai a trovare né l'entrata né l'uscita, nonostante essi
stessi fondassero società segrete rivali di stampo retrivo da
opporre a quella, dove gente senza scrupoli, spesso veri e propri
criminali, avevano ricevuto ordini precisi di uccidere e disperdere
anche solo i semplici sospetti di appartenere a “quell'infame
setta”, versando “fino all'ultima goccia di sangue di
quei rettili” senza riguardo alcuno al pianto dei vecchi, dei
bambini e delle donne.
Il
fatto che le insurrezioni carbonare, pur generando un gran clamore e
un grande allarme, non giungessero mai a segno, essendoci sempre
qualcosa che le intralciava, non indebolì la Carboneria, che anzi si
fortificò da esse, moltiplicando i suoi adepti, propagandosi nei
luoghi più impensati, e soprattutto avvicinando il popolo, che
cominciò a simpatizzare e collaborare, fiancheggiando le azioni,
facendo da supporto, da aiutante, da trasportatore di ordini e
messaggi cifrati, nascosti nei cesti della biancheria, dentro le
stalle, nelle gerle, dentro fodere cucite, e, perfino, nelle scarpe.
I messaggi della sovversione carbonara eccitavano gli
animi, riscaldavano il cuore, accendevano la fiamma
del patriottismo e della libertà dando corpo di realtà a
traguardi considerati prima impossibili. Era tutto un popolo fatto di
nobili, preti, notai, dottori, professori, impiegati, artigiani,
studenti, ufficiali, soldati, commercianti e contadini, che mettendo
a repentaglio i beni e la vita e a rischio le famiglie, cospirava per
l'Italia, giurando di abbattere i tiranni e cacciare gli stranieri
dal sacro suolo, e, quanto più s'ingrossava, tanto più spargeva
fiducia e speranza attorno a sé, cosicché chiunque poteva imparare
ad amare la Patria, sentendosi accresciuto di stato, risorto a una
coscienza nuova, poiché la Carboneria era fratellanza di sangue e
discendenza Romana, e dunque anche uguaglianza e progresso
sociale, riscatto ed emancipazione dalla miseria.
Il
21 maggio del 1817 Gioacchino Papis, maestro dell'Alta vendita di
Ancona, segretamente scriveva al conte Cesare Gallo di Osimo, maestro
dell'Alta Vendita di Macerata: “Siate dunque attivo giacché
se mai l'occasione è stata propizia, lo è certamente in questi
tempi in cui la ben giusta indignazione popolare ci favorisce, e le
notizie che ci pervengono ci assicurano di riuscire nell'intento.”
Chiaramente intendeva riferirsi a un'insurrezione, che questo era
lo scopo della Carboneria: la ribellione a mano armata.
Mentre
i massoni, finemente vestiti, tutti ordinati coi loro candidi
grembiuli, ligi a rigidi riti formali, non muovevano un dito, paghi
di stare nel loro Tempio aristocratico e conservatore, aulico e
astratto, simbolicamente perfetto, staccato dal mondo, ove parlar di
teorica pace e fratellanza sotto l'egida del grande architetto
dell'universo, i carbonari erano invece nel mondo, vestiti dei suoi
umili panni, in continuo movimento e patimento dei suoi dolori e
delle sue diuturne prove, immersi fino al collo nella lotta. Un
Maestro terribile attendeva gli iniziati per avvertirli della
durezza delle prove a cui sarebbero andati incontro al fine di poter
raggiungere i gradi più alti (le luci) del firmamento carbonaro.
Mentre i massoni disdegnavano ciò che non rientrava nelle loro
asettiche simmetrie, guardandosi bene dal gettarsi nella mischia e
mescolarsi al popolo straccione e ai suoi bassi problemi, i carbonari
erano invece asimmetrici e rivoluzionari, arrischiandosi in continui
assalti per sradicare la coriacea impalcatura dell'oppressione,
pagando di persona, ammirati dal popolo, che spesso assisté alle
retate della polizia a loro danno, le quali non si contano e di cui
non si ha nemmeno compiuta notizia. Proprio l'insurrezione di
Macerata del 1817 cui si riferiva il Papis, si risolse in un
disastro: prevenuti dalle spiate di informatori che quasi sempre per
miseria, fame o alla vista di orride torture si vendevano, i
rivoltosi raccoltisi nottetempo alle porte della città si
ritrovarono soli, senza il concertato raduno di forze dalla città
stessa e dalle contrade vicine. Uno dei convenuti per rabbia sparò
due colpi di fucile contro la sentinella, che dette subito l'allarme.
Riuscirono a fuggire nei campi ove c'era sempre pronto un riparo, ma
il giorno dopo, alla vista delle migliaia di volantini inneggianti
all'insurrezione sparsi con la complicità di tutte le contrade lungo
un'ampia porzione di territorio, scattò furibonda la reazione della
Polizia: centinaia e centinaia furono gli arrestati, di ogni ceto e
provenienza, tra cui il Papis medesimo e il conte Gallo, condannati a
morte, poi all'ergastolo, e infine, per l'amnistia del nuovo Papa,
liberati dopo tredici anni di ferri trascorsi nel lugubre forte di
Civita Castellana in provincia di Viterbo. Li attendeva, fuori,
l'asfissiante sorveglianza della Polizia o l'esilio.
Proprio
lo Stato Pontificio, nelle cui 20 provincie (5 legazioni governate da
un cardinal legato e 15 delegazioni governate da un monsignore
delegato) la Carboneria velocemente dilagò, aveva conosciuto, ancor
prima dell'insurrezione fallita di Macerata, processi sommari con
centinaia di esecuzioni pubbliche di carbonari lasciati a penzolare
dalle forche in bella vista sotto il “paterno” governo del Papa e
del suo fido esecutore il cardinale Agostino Rivarola, detto “il
prete della morte”, le cui brutali repressioni sono passate alla
storia.
Un
delitto era anche solo sussurrare “Viva l'Italia”. Proibita la
stampa, la parola, l'associazione, la libera circolazione, la censura
imposta ovunque, la tortura una regola comune. Scriveva il pio uomo
monsignor Luigi Martini, una volta al sicuro nella pace del
Regno d'Italia che a lui doveva sembrare un paradiso: “Un gesto,
una parola, un atto imprudente, un'inimicizia occulta potevano a ogni
momento nuocere a un cittadino onesto, e la polizia e i suoi sbirri
pedinarlo, chiudergli l'accesso agli impieghi, entrare in casa
sua a qualsiasi ora, intercettargli la posta, arrestarlo e
trattenerlo in carcere come e quanto volessero, insultandolo,
angariandolo, e impedendogli anche la visita delle persone più care,
oppure intimargli di lasciare il luogo natìo entro 24 ore.”
Martini ebbe il torto di trattare i cospiratori con umanità, di
comprenderli nel loro ardente amor di Patria, considerandolo non in
disaccordo con la religione, ebbe il torto di assistere amorevolmente
i condannati, definendo la loro morte un martirio. Sospettato e
allontanato dagli austriaci nonché fortemente inviso a molti membri
della Curia, la resa dei conti con la Chiesa non tardò a colpirlo
anche dopo l'unificazione d'Italia, quando fu allontanato dai sui
uffici e messi all'indice i suoi scritti. Era il destino comune a
tutti gli uomini di Chiesa che, seguendo la lezione di San Tommaso
d'Aquino, intendessero conciliare l'amor di Patria con la religione
cristiana.
Eppure
proprio questa fu la caratteristica della Carboneria, il contenuto
psicologicamente vincente che attrasse gli italiani di allora: il
connubio fra Cristo e la
Romanità.
Non, si badi bene, tra la Chiesa e la Romanità, bensì fra Cristo e
la Romanità, che è cosa ben diversa: un legame inedito al quale
sarebbero da dedicare ulteriori approfondimenti di studio e di
analisi, cui per ragioni di spazio mi è d'obbligo soprassedere, e a
cui posso solo accennare, essendo, questo legare il Cristo alla
Romanità, uno strapparlo alla Chiesa, un suo liberarlo dalla Chiesa
e dai racconti canonici della Chiesa. I complicati intrecci,
piuttosto ardui da sbrogliare, delle misteriose origini della
Carboneria e del suo mitico
fondatore San Teobaldo,
raccontate in diverse varianti da studiosi diversi, non sono ancora
stati convintamente chiariti dagli storici, cosicché,
ai giorni nostri, correttamente la storiografia ammette quasi
all'unanimità di non sapere quando, come, e dove nacque la
Carboneria né chi fosse San Teobaldo. Noi conosciamo solo qualche
brandello di questa storia, possediamo qualche documento (molti sono
da considerarsi apocrifi), qualche racconto fatto da terzi (non
sempre attendibile), i resoconti di Polizia: ma non basta. Sappiamo
che la Carboneria fu antifrancese e nondimeno i francesi, nei pochi
decenni in cui furono in Italia, cercarono di appropriarsene ai loro
scopi, anche dopo la caduta di Napoleone, poiché essa parlava di
libertà, di giustizia e di indipendenza, e dunque essi volevano
farla apparire come cosa loro, in modo da non intaccare il potere
francese in Italia e anzi rafforzarlo, onde insediare un Bonaparte
come Re d'Italia: un piano che non riuscì. Sappiamo poi che
Carboneria e Massoneria non coincidono, anche se alcuni simboli
(pochi, per la verità) sembrano copiati da quest'ultima, e nondimeno
sappiamo che un certo numero di massoni uscì dalla Massoneria per
entrare nella Carboneria, ove si predicava e faceva tutt'altro: il
sacrificio e il martirio per la Patria, come ampiamente dimostrato
con le sue immani sofferenze dal conte Federico Confalonieri, ex
massone. Sappiamo anche che Teobaldo è con ogni probabilità una
figura storica (nella storia ufficiale se ne conoscono non meno di
una trentina), ma le troppo facili biografie che ne sono state fatte,
che lo collocano ora qui ora lì, in questa o quell'altra epoca, non
risultano punto attendibili. Sappiamo anche con ragionevole certezza
che le vendite carbonare erano una realtà e non solo un'immagine
metaforica, dunque trattavasi di una congrega nata nei boschi siti in
luoghi impervi privi di strade ove si usava l'accetta per farsi largo
(e l'accetta è infatti simbolo sacro della Carboneria), ove si
lavorava il carbone e lo si rivendeva in apposite baracche, dette
vendite, il che avveniva nel mezzogiorno, in particolare in Calabria,
e infatti Teobaldo è nome molto antico di origine greca. Questo
sappiamo, che è poco per uno storico. Si può supporre- come io
suppongo- che il Teobaldo in questione sia fuori dalla storia
ufficiale: che fosse un fuggitivo, un uomo colto, facilmente un
religioso, perseguitato per motivi politici e religiosi che trovò
rifugio in tempi remoti con altri compagni presso gli umilissimi
carbonari. Da qui il sovrapporsi di riti e simboli (i simboli cristiani
e romani accanto a quelli del lavoro tipico dei carbonari), da qui la
connotazione fortemente mistica e altresì politica della Carboneria,
volta alla salvezza e al riscatto della derelitta Patria da tiranni e
stranieri.
Ma
ciò che sappiamo, e più di tutto conta e riempie i nostri vuoti,
ciò che sappiamo con assoluta certezza e ci riempie di orgoglio e di
forza, è che la via del Risorgimento è lastricata del sangue e del
sacrificio dei carbonari. Prima di Mazzini e di Garibaldi (che
peraltro da giovani furono carbonari anch'essi), prima di Carlo
Alberto e di Cavour, prima delle tre guerre d'indipendenza e delle
grandi insurrezioni che conosciamo (di Milano, di Palermo, di
Bologna, di Napoli, di Venezia, di Messina) sono il sangue e i
patimenti dei carbonari che hanno fatto l'Italia, è stato il
coraggio dei carbonari a preparare con la sua accetta la strada nella
buia foresta percorsa dai lupi, e su questo sangue coscientemente e
volontariamente versato a imitazione di Cristo, su questo sangue
spesso ignoto e dunque più sacro e prezioso ancora, su questo sangue
purissimo di tanti sconosciuti italiani di ogni ceto, età e
provenienza, poggia l'Unità d'Italia, ciò che siamo, ciò che
dobbiamo essere e continuare a essere, a dispetto di ogni reietto
invasore e traditore: una roccia per sempre.
Maria
Cipriano