E'
davvero una strada in salita quella percorsa dall'Italia per
raggiungere l'agognata Unità, dopo secoli e secoli di speranze,
illusioni e sogni infranti sul duro cammino della Storia. E le
difficoltà, le critiche, le insofferenze, nacquero in seno al
Risorgimento stesso, con portavoce molti dei suoi stessi
protagonisti, tanto da una parte che dall'altra. Detta così sembra
una pura ovvietà, eppure al giorno d'oggi fior fiore di
revisionisti – ben accetti solo quando scandagliano a fondo certi
periodi storici e non altri – fanno a gara per aggiudicarsi un
meschino primato: quello di gettar fango sulla propria Nazione.
Peggio ancora trovano spazio e pubblico pronto ad accogliere
acriticamente ogni loro parola, finanche nelle nostre Istituzioni, le
quali dovrebbero bensì tutelare e promuovere un giusto amor di
Patria. Per questo abbiamo deciso, grazie alla nostra puntuale e
preziosa collaboratrice Maria Cipriano, di ricordare a tutti come il
Risorgimento non nasce esente da critiche. Ma un conto è stato
farle, ed oggi studiarle, all'interno di una visione unitaria,
convinta della fondamentale bontà del progetto, un altro è cercare
di far crollare tutto dalle fondamenta, sbraitando di non si sa quali
paradisi perduti e sparando calunnie a raffica, mentre ci sommergono le macerie di una memoria già compromessa dall'indifferenza e dall'ingratitudine dei più.
Sandro
Righini
LA
STRADA IN SALITA
DELL'UNITA'
D'ITALIA
 |
fotogramma "Apoteosi", dal film muto "La presa di Roma" di Filoteo Alberini (1905) |
“Non
pochi dell'eletta schiera dei Mille caddero a Calatafimi, come
cadevano i nostri Padri di Roma, incalzando i nemici a ferro freddo,
colpiti per davanti senza un lamento, senza un grido che non fosse
quello di “Viva l'Italia!”.
G.Garibaldi - Memorie
Ai
poveri ingenui i quali credono che la grancassa anti-risorgimentale
che sta frastornando il popolo italiano sia opera inedita di solerti
ricercatori odierni che abbiano improvvisamente discoperto in vergini
e sepolti Archivi i risvolti misconosciuti di una storia sottaciuta,
bisogna subito far sapere che questi risvolti furono ampiamente e
liberamente espressi e dibattuti allora, mentre i fatti si
svolgevano, e nessun particolare nascondimento, sotterfugio e
mendacità venne adottata al fine di stravolgere le carte della
Storia né da parte del governo di Torino né da parte dei vari
protagonisti, grandi e piccoli, di quelle complesse vicende. Sulla
sola vicenda di Pontelandolfo e Casalduni dell'agosto 1861 su cui in
molti si stracciano le vesti oggi, si levò, allora, un tale clamore
mediatico che infine non si riuscì a capire in modo chiaro come si
fossero svolti veramente i fatti, oltremodo attorcigliati e
coinvolgenti altri piccoli comuni limitrofi della provincia di
Benevento, messa a soqquadro e devastata dai briganti al soldo dei
Borboni in esilio: briganti che la maggioranza delle volte erano
respinti coraggiosamente dalla popolazione in armi, come avvenne
proprio in molti comuni del Beneventano, quali Morcone, Pesco
Sannita, Cerreto Sannita, e molti altri. Morcone ricevette una
menzione d'onore per l'eroica popolazione che accorse compatta al
suono della campane con qualsiasi arma riuscisse a trovare onde
impedire ai briganti l'assalto del paese. In questo clima di guerra
guerreggiata, l'indignazione per le inqualificabili sevizie
perpetrate a Casalduni contro i 43 militari italiani in
perlustrazione di un esercito che la nazione sentiva come proprio,
superò di gran lunga quella per la vendetta sui due paesi, vendetta
che, al contrario di ciò che è propalato attualmente, fu
considerata inevitabile e anche giusta. Ricordiamoci come reagì
l'Italia ai 19 morti di Nassyria nell'anno 2003, e moltiplichiamo
quell'indignazione e quel dolore per mille o diecimila, nell'ardente
e ardimentosa Italia del Risorgimento. Non ci fu nessun occultamento,
dunque: anzi le notizie volavano fin troppo, spesso rivelandosi
gonfiate e distorte. La libertà di parola e di stampa ampiamente
concessa dal Regno d'Italia a una nazione imbavagliata e compressa
ch'era stata per lungo tempo uno stato di polizia, portò a un
proliferare di giornali e giornaletti, perfino scandalistici e
irriverenti, trovando modo di esternarsi non di rado in accuse
gratuite e falsificazioni. Da qui lo spropositato numero delle
vittime di Pontelandolfo e Casalduni, che, come ha detto qualcuno,
“crescono a ogni conferenza”.
C'è da chiarire che i due sfortunati paesi, al contrario di Morcone,
erano stati espugnati dai briganti, e ciò segnò la loro sorte e li
marchiò ancor prima che si consumasse l'efferato fatto di sangue
contro i militari italiani. Un imprecisato numero di paesani era
finito ucciso al momento dell'espugnazione, corredata da incendi,
saccheggi e violenze, ma il polverone mediatico che scaturì dalla
vendetta di Cialdini impedì di veder chiaro nell'intera vicenda, e
lo stesso Cialdini, travolto dalla collera, non seppe valutare
lucidamente gli antefatti, cadendo nella trappola tesa dai briganti
stessi che sparirono poi sui monti lasciando nei guai gli abitanti,
una minoranza dei quali soltanto li aveva veramente appoggiati.
“Vergogna eterna a Casalduni!” si gridò da più parti. Ma non
tutti gli abitanti di Casalduni avevano accolto i briganti e preso
parte alla barbara uccisione dei militari italiani e allo scempio dei
loro cadaveri fatti a brani, anche se la propaganda borbonica
chiassosamente millantava la ribellione in blocco di ambo i paesi
contro gli “usurpatori sabaudi”. Fu questa presunzione di
responsabilità collettiva a condannare le due cittadine, le quali
non furono comunque rase al suolo, com'è testimoniato dalla presenza
di vari edifici medioevali tuttora esistenti, e i cui abitanti non
furono affatto sterminati, com'è dimostrato dal censimento del
dicembre 1861 e dall'elenco dei morti nelle fonti archivistiche
locali.
Come
si evince da questo solo fatto, il Risorgimento fin dall'inizio fu
inquinato da calunnie, falsità, e e dal gusto della libera ciarla al
vento che non risparmiava neanche i deputati del Parlamento.
Se
si pensa che il padre di Massimo D'Azeglio, il pluriconservatore
marchese Cesare Taparelli D'Azeglio, che coltivava idee ben diverse
dai figli Massimo e Roberto al cui patriottismo si dovette
rassegnare, diresse per anni una rivista che esaltava il potere
temporale dei papi e la supremazia della Chiesa sullo Stato, e che
Don Bosco inviò tranquillamente in faccia al Re le sue minacciose
profezie di morte e di disgrazie per la Famiglia Reale, se ne deduce
che prima, durante e dopo il Risorgimento, furono comodamente e
liberamente scagliati tutti i ben noti strali che oggi gli scrittori
revisionisti fanno passare per farina del proprio sacco dopo
laboriose e indefesse ricerche che avrebbero intrapreso. Quale vero
storico ignorava che personaggi come Giacinto De Sivo il quale
inaugurò l'adagio del “pirata” Garibaldi che conquistò il Sud
grazie alla camorra e ai criminali comuni, passarono la vita a
infamare il Risorgimento e i suoi protagonisti? Quale storico serio
non sapeva e non sa che il Risorgimento fin da principio venne
funestato e perseguitato da un nutrito fronte di nemici? Forse la
classe dirigente dell'ancien regime accettò di farsi togliere di
mezzo senza reagire, senza un lamento? Il papa Pio IX definì il
Regno d'Italia “la negazione di Dio”. L'Unità d'Italia fu
tacciata a più riprese di essere “mostruosa”, “fittizia”,
“diabolica”, “atea”, “sacrilega” e
addirittura “anti-italiana”. Forse che il papa e i suoi
accoliti potevano accettare di farsi sottrarre il potere temporale
senza scagliare anatemi, scomuniche e maledizioni, e senza prima aver
sparato fino all'ultima cartuccia? Tutta la Storia del Risorgimento è
storia di una lotta senza quartiere contro il proprio opposto,
portato avanti da personaggi anacronistici e in mala fede che
facendosi scudo con la religione di Cristo, la legalità
internazionale, la tradizione e altri paraventi, in realtà volevano
difendere gli smaccati privilegi secolari di una situazione abnorme,
e fino all'ultimo cercarono di far fallire l'Unità d'Italia anche
dopo che questa fu realizzata, creando un'onda lunga che ha
attraversato pericolosamente la storia del Regno giungendo fino ai
giorni nostri, ove infine è “esplosa” nelle scomposte e ridicole
diffamazioni che tutti conosciamo. Risalgono ad allora le ciance che
parlano di un Risorgimento di pochi, anticattolico, antipopolare,
ristretto a una elitaria cerchia liberal-massonica, privo della
presenza dei contadini. Salvo poi spiegare la partecipazione di
questi ultimi, le numerose volte in cui avvenne, e proprio nel
mezzogiorno. Peraltro, la presupposizione che le rivolte
anti-austriache dei contadini veneti siano state molto più contenute
di quelle siciliane contro i Borboni, cozza contro la constatazione,
ormai scontata per uno storico avveduto, che gli austriaci erano
particolarmente abili a nascondere la realtà: si sa ben poco delle
fucilazioni sommarie dei contadini veneti e friulani tagliati fuori
dal mondo nel buio delle loro campagne percorse dalla sbirraglia
austro-croata-ungherese assetata di violenze e lasciata libera di
terrorizzare, perché gli austriaci sono sempre stati bravi a far
credere che le popolazioni rurali fossero addirittura fedeli
all'imperatore. Del resto, la lettura delle memorie del generale
austriaco Karl Schonhals, la dice lunga sulla serafica impudenza con
cui erano usi a falsificare la realtà anche di fronte a sé stessi.
La stolta teoria della ristretta minoranza e dell'assenza dei
contadini e del popolo è ampiamente smentita da molteplici fatti
eclatanti, si pensi solo all'insurrezione di Bologna quando il popolo
inferocito impedì che il podestà Bianchetti si consegnasse come
ostaggio agli austriaci, cacciandoli dalla città; anzi, la rabbia
per le sollevazioni cittadine portava le truppe a scaricarsi
violentemente sulle campagne, dove agivano cellule di fiancheggiatori
e vere e proprie reti di solidarietà e soccorso ai patrioti
fuggitivi. Garibaldi stesso si salvò sempre grazie ad esse. Il
leggendario assedio della gola del Furlo nelle Marche da parte degli
austriaci, ove 700 prodi della Repubblica Romana al comando
dell'eroico colonnello romano Luigi Pianciani (che poi sarà il primo
sindaco di Roma del Regno d'Italia) e di Ugo Forbes (un nobiluomo
inglese diventato garibaldino e sposato a un'italiana) sostennero per
circa un mese l'infuriato urto del nemico, non sarebbe neanche potuto
avvenire senza l'appoggio logistico e morale delle popolazioni
circostanti, pronte a pagarne il prezzo in saccheggi, rapine, stupri
e fucilazioni sommarie. Oggi qualcuno deride quei fatti, dicendo che
la gente non diede alcun appoggio e gli austriaci trovarono la strada
libera. Ma l'incattivito proclama alla popolazione emanato dal conte
austriaco Von Stadion il 4 agosto 1849 da S. Angelo in Vado (che
dista dal Furlo 33 Km.), dimostra l'esatto contrario.
Non
altrimenti sarebbe arduo spiegare la partecipazione al Risorgimento
dei cattolici in abito talare i quali vantarono, fra le migliaia e
migliaia di religiosi, personaggi come l'abate Antonio Stoppani, che
durante le eroiche cinque giornate di Milano infaticabile incitatore
di patriottismo, ideò le famose mongolfiere che servirono a dare ai
contadini il segnale della rivolta nelle campagne. Autore di un
famoso libro inneggiante alle glorie, alle bellezze e ai primati
d'Italia, “il Bel Paese”, dal quale l'industriale Galbani
avrebbe tratto il nome del suo celebre formaggio, lo Stoppani non fu
che uno degli innumerevoli preti-patrioti che con la loro opera
instancabile dettero il più grande lustro al nostro Risorgimento.
Dunque,
ben prima che Antonio Gramsci facesse propria l'idea dell'estraneità
dei contadini e della maggioranza del popolo italiano al Risorgimento
perché così tornava comodo al comunismo che doveva presentarsi
quale esclusivo paladino delle masse popolari, questa fola era già
stata propalata dalla Chiesa e dai Borboni, e valeva quanto valeva
quella degli austriaci che minimizzavano la partecipazione dei
trentini, dei triestini e degli istriani, cercando di ridurre di
fronte al mondo la portata del Risorgimento che stava facendo tremare
i capisaldi dell'Impero asburgico e turbava i sonni dell'imperatore.
Anche quando si ritrovarono sulla testa l'olio bollente gettato dalle
finestre degli Istriani inferociti, anche quando i Triestini scesero
nelle strade inneggiando alla presa di Roma e facendosi sparare
addosso, anche quando il Tricolore cominciò ad apparire nei posti
più impensati, arrivando a sventolare dal balcone del Municipio del
capoluogo giuliano, gli austriaci continuarono a sminuire l'entità
del Risorgimento. Una delle frecce più acuminate e avvelenate
dell'anti-Risorgimento fu infatti quella di non dargli importanza,
imputandolo a esigui gruppi minoritari, diretti da una fantomatica
regia massonica ubicata all'estero. E doveva trattarsi di una regia
che aveva forti propaggini fino in Dalmazia, ove fu certamente per
ordine dei massoni che l'arcivescovo di Zara Giuseppe Godeassi, pur
malfermo in salute, intraprese un faticoso viaggio fino a Vienna
(dopo il quale morì) onde affermare l'italianità di quella regione
contro le pretese slave e le manovre austriache.
Da
parte sua l'ineffabile Gramsci, che certo non era uno storico, poté
declamare acriticamente, senza fornire un solo dato statistico
credibile, l'incredibile solfa vaneggiante che: “lo Stato
Italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco
l'Italia meridionale e ha crocifisso, squartato, fucilato, seppellito
vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentavano infamare
con il marchio di briganti.”. Proprio lui che sosteneva una
dittatura massacratrice qual'era quella di Stalin il quale per
davvero sterminò un imprecisato numero di milioni di suoi
connazionali, s'inventò per il Regno d'Italia accuse peggiori dei
borbonici più accesi e dei cattolici più intransigenti i quali
vennero in uggia perfino al Papa: Leone XIII, succeduto a Pio IX,
finì infatti per stancarsi degli slanci estremisti della ben nota
rivista “Civiltà cattolica” proprio perché non risultavano
credibili e venivano puntualmente rintuzzati. E, del resto, il
milione di morti meridionali fatti passare per veri la dice lunga
sui seri metodi storiografici adottati da questi spavaldi
denigratori. D'altra parte non si capisce come in simili condizioni
il Regno d'Italia avrebbe potuto tranquillamente fare, come fece, il
censimento nel dicembre 1861 (quindi nel pieno dei presunti
massacri), censimento che come tutti sanno è operazione assai lunga
e complessa, e richiede l'attiva collaborazione della popolazione,
che fu elogiata dalle autorità proprio per questo.
Dopo
Gramsci, tutta l'”intellighenzia” di sinistra che forse non aveva
letto un solo articolo della legge Pica contro il brigantaggio, la
camorra e la protomafia (una brevissima legge di soli 7 articoli e
altre norme correlate dove non c'era nulla di mostruoso, ma
temporanei provvedimenti d'emergenza), continuò a sparare basso
contro il Risorgimento. Lo scrittore Carlo Levi, confinato dal
Fascismo a Eboli in provincia di Salerno, descrisse nel suo celebre
libro “Cristo si è fermato a Eboli” un mondo contadino a detta
sua amorfo e passivo, tradito dal Regno d'Italia, che solo il
socialismo e l'antifascismo avrebbe potuto salvare. Ma questo mondo
votò compatto per il Regno d'Italia nel 1946.
Il
marxista Franco Molfese, vicedirettore della Biblioteca della Camera
dei deputati, nel 1966 pubblicò un libro sul brigantaggio,
presentandolo come lotta sociale dei contadini meridionali traditi da
Garibaldi e dai Savoia. Salvo poi esimersi dal dimostrare
l'indimostrabile, e cioè in che modo i presunti contadini avrebbero
ottenuto da Francesco II e dal Papa le terre che chiedevano o altre
rivendicazioni sociali, e perché mai le stesse lotte non avvenivano
nelle Marche, in Umbria, nel Lazio, in Toscana, etc. Lì erano tutti
felici e contenti?
I
fatti, che sono la Storia, ci dicono invece che fu dai moti
legittimisti per la restaurazione dei Borboni diretti dai comitati
borbonici clandestini, guidati da preti fanatici, militari borbonici
sbandati e nobili possidenti nostalgici, che si passò nel giro di
poco al brigantaggio (che dunque nasce esattamente da quelli), e non
per rivendicare alcunché di sociale che avesse a che fare con la
lotta di classe vagheggiata dal Molfese (i briganti taglieggiavano,
rapinavano e sequestravano chiunque, anche i poveri parroci di
campagna, e, anziché rivendicare diritti, calpestavano quelli altrui
accumulando tesori e fregiandosi di titoli altisonanti), ma
semplicemente perché i moti legittimisti non si dimostrarono
abbastanza numerosi né abbastanza organizzati né così spontanei
come si voleva far credere, tant'è che nel giro di poco si
sgonfiarono (a Isernia un appassionato discorso di Garibaldi in mezzo
alla folla placò infine gli animi dei popolani più ostili),
lasciando il posto alla guerriglia criminale brigantesca che,
finanziata e diretta da Roma ove Francesco II si era rifugiato presso
il Papa, terrorizzò, devastò e funestò quelle contrade col preciso
e unico intento d'impedire lo stabilizzarsi di un governo regolare e
rendere la vita impossibile al Regno d'Italia. Le acrobazie del
Molfese per dare a tutto ciò la dignità di una rivolta sociale dei
contadini in lotta contro i proprietari, la quale sarebbe all'origine
delle leggi liberticide e repressive del Regno d'Italia, sono, per
l'appunto, acrobazie ideologiche che nulla hanno a che fare con la
Storia, tant'è che se ne convinse infine anche lui, rivedendo il suo
giudizio sul brigantaggio e concludendo che aveva sbagliato a
definirlo una lotta di classe. Tra le rivolte contadine per
l'occupazione delle terre che si verificarono soprattutto in Sicilia,
e i moti legittimisti filoborbonici e il brigantaggio anti-unitario
conseguente, non esiste un rapporto di causa-effetto.
Come
si sa, solo negli ultimissimi anni la sinistra si è improvvisamente
convertita al Risorgimento con un'opera di rivalutazione e recupero
delle sue memorie. Quali le ragioni di questa “folgorazione”?
Fatta salva la tardiva resipiscenza in buona fede di singole persone
dell'ex area comunista per le quali il Risorgimento è stato una
felice scoperta, c'è da dire che la presa di posizione ufficiale
della sinistra è andata di pari passo con le iniziative patriottiche
del presidente Ciampi (che rivestì la carica dal 1999 al 2006),
saltate fuori, però, proprio quando si stava dando mano alla
mondializzazione forzata dell'Italia richiesta dai poteri forti
sovranazionali. Il Risorgimento sembra dunque esser stato
rispolverato, in sacra unione con la Resistenza con cui in verità ha
poco da spartire, per opportunità politica: cioè per attutire,
mascherare, sviare, e in qualche modo compensare la “svendita”
della sovranità nazionale che, iniziata allora, è andata avanti
speditamente fino ai giorni nostri e tuttora è in via di esecuzione.
Non a caso si tratta di una riscoperta piuttosto fragile e
contrastata, dal momento che le balle anti-risorgimentali mai come
ora sono riapparse all'orizzonte, e, quel che è peggio, vengono
credute e fatte passare per vere anche grazie a indiscutibili apporti
mediatici di televisioni, giornali, case editrici, giornalisti, e,
perfino, gente di spettacolo e delle istituzioni soprattutto locali.
Cucinate per una platea di bocca buona che crede a tutto ciò che le
viene raccontato nella fluorescenza mediatica, hanno così ripreso
magicamente forma e vita le grossolane accuse delle “piastre d'oro
turche” che Garibaldi avrebbe intascato dalla Massoneria inglese (o
internazionale o scozzese o canadese o americana, dipende dall'estro
degli scriventi), piastre d'oro che non esistevano nemmeno
(esistevano le piastre d'argento), e, anche fossero esistite,
avrebbero potuto essere spese solo in transazioni commerciali con la
Turchia, cioè con l'impero ottomano, la cui moneta era tutt'altro
che ambita. Poiché, more solito, le fonti della maldicenza
anti-risorgimentale non sanno spiegare né provare adeguatamente le
accuse, si limitano a starnazzare che le “piastre d'oro”
sarebbero servite a Garibaldi per corrompere gli alti ufficiali
dell'esercito nemico affinché non combattessero, a testimonianza di
quale fosse la considerazione in cui venivano tenuti dai cantori di
Francesco II allora e, oggi, dai loro discendenti. Non varrebbe la
pena perder tempo dietro a queste sciocchezze, a smentire le quali
basta il fatto che i borbonici, al netto delle spontanee e
prevedibili diserzioni che colpirono l'esercito napoletano ancor
prima dello sbarco di Garibaldi, combatterono invece fino all'ultimo,
fanaticamente asserragliati nelle fortezze di Gaeta, Castellammare,
Messina, Capua e Civitella del Tronto, non solo, ma perfino la logica
temporale ci dice che Garibaldi non avrebbe potuto contattare o far
contattare gli alti ufficiali nemici nel breve lasso di tempo da
quando, nell'aprile del 1860, decise l'impresa dei Mille (verso cui
era titubante, bisogna ricordare) a quando i borbonici fuoriuscirono
da Palermo nel giugno dello stesso anno, “senza combattere”,
com'è stato insulsamente detto da qualcuno (stavano infatti
distruggendo l'intera città con tutti gli abitanti e i monumenti).
Non solo: ma risulta ridicolo che il nostro Eroe si portasse dietro i
soldi della corruzione da usare una volta sbarcato, quando non si
sapeva nemmeno se sarebbe riuscito a sbarcare. Logica vuole che la
corruzione fosse stata messa in atto prima, dai “servizi segreti”
sabaudi pilotati da Cavour, ma ciò contrasta con una tal congerie di
fatti da rendere improponibile questa tesi. Cavour non era uomo da
agire avventatamente, e sarebbe stato un rischio investire in
anticipo fior di quattrini in un'impresa dai dubbi risvolti, stante
l'assenza totale di garanzie da ambo le parti, che ben poco si
conoscevano. Chi poteva assicurare i piemontesi che i capi borbonici
avrebbero obbedito? E, per converso, chi poteva assicurare i capi
borbonici che i piemontesi avrebbero pagato? In ogni caso Cavour mai
avrebbe dato i soldi della corruzione in mano a Garibaldi, perché
questi li avrebbe spesi certamente per tutt'altro. Figuriamoci se
veniva incaricato l'eroe in camicia rossa di simili missioni!
Andando
dunque a scavare in questa mirabolante fandonia, si scopre che essa
fu partorita nel 1862 da quella fucina inesauribile di calunnie
anti-risorgimentali che era la rivista gesuita “Civiltà
cattolica”. Incurante che le bugie portano dritti all'inferno, la
rivista la mutuò a scoppio ritardato da una fonte anonima austriaca
del 1860 (“Gli avvenimenti d'Italia del 1860 Cronache
politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi” ed.
Cecchini-Venezia), che accennava in modo vago a tre milioni di
franchi francesi cambiati in oro in una banca di Genova alla vigilia
della partenza dei Mille. Come si evince da questi particolari, la
maldestra fonte austriaca cercava di accusare francesi e piemontesi
(da qui l'accenno alla Banca di Genova) a causa dei quali l'Austria
aveva perduto la 2a guerra d'indipendenza un anno prima, di essere i
mandanti e i finanziatori dell'impresa di Garibaldi, mentre lo Stato
Pontificio, non potendo accusare i francesi da cui era protetto,
guardandosi bene dall'irritare il suscettibile imperatore Napoleone
III e la sua cattolicissima moglie spagnola, dirottò l'accusa sui
massoni inglesi (o presbiteriani scozzesi), fantasmi buoni per tutte
le stagioni e verosimilmente molto larghi di manica nell'elargire in
giro grosse somme di danaro.
In
verità, stando alle informazioni di Vittorio Vecchi, figlio di quel
Candido Vecchi che fu grande amico di Garibaldi e partì coi Mille da
Quarto (i Vecchi erano proprietari di quella Villa Spinola
prospiciente il mare nella quale si radunò parte dei Mille prima
della partenza), nella cassa dei Garibaldini c'erano 1800 napoleoni
d'oro, che è come dire 450.000 euro in moneta francese: troppo poco
per corrompere gli alti ufficiali borbonici. La moneta francese non
significa poi che si trattasse di un finanziamento del governo
francese (che era all'oscuro dell'impresa), ma semplicemente che si
trattava di danaro chiesto a qualche Banca francese, non potendosi
per ovvi motivi rivolgersi alle banche piemontesi, non appoggiando il
Piemonte ufficialmente l'impresa dei Mille. Ciò permise anche di
disporre di una moneta molto richiesta (a quel tempo la Borsa di
Parigi era la più importante del mondo), che poteva essere scambiata
anche in un Regno come quello delle Due Sicilie ove le monete d'oro
non avevano corso legale. Non potendo accusare i francesi, garanti
dell'incolumità di Roma papale, e dovendo in qualche modo spiegare
l'oro di cui parlava la fonte austriaca, i clericali di Civiltà
cattolica pensarono alle lire d'oro turche - circolanti nell'impero
ottomano - chiamandole volgarmente “piastre”, un termine usato
talvolta come sinonimo di moneta in senso generico.
Dunque,
i moderni detrattori del Risorgimento non avendo scoperto un emerito
nulla (i famosi documenti dei finanziamenti massonici a Garibaldi
sbandierati da uno studioso che nel lontano 1988 affermò di averli
trovati a Edimburgo beato chi li ha visti), continuano a declamare
questo nulla come fosse la verità, favoriti dal fatto che il
Risorgimento, proprio perché materia per specialisti, quando viene
strapazzato dalla smania di sfatare una presunta “vulgata”,
rischia di diventare una barzelletta, e dunque la balla delle piastre
d'oro turche vale quanto quella di Mussolini che nell'aprile del 1945
s'allontanò da Milano a bordo di una spider rossa sparando sulla
folla.
Nel
loro mondo pieno di contraddizioni, i fantasisti
dell'anti-Risorgimento, ognuno a proprio estro, estraggono dal
cappello a cilindro di volta in volta quelle che secondo loro sono le
prove inconfutabili dell'inconsistenza e malignità del medesimo,
come i Diari privati politici-militari dell'ex ammiraglio Persano
conte di Pellion, pubblicati a più riprese dal 1869 in poi.
Ammesso e non concesso che questi Diari possano essere usati come
arma contro il Risorgimento, possiamo immaginare lo stato d'animo
dell'ex ammiraglio Persano dopo essere stato degradato, radiato dalla
Marina e privato anche della pensione a seguito della sconfitta
navale di Lissa contro gli austriaci nel 1866. Immaginiamo quale
ineccepibile valore storico potrebbe avere lo sfogo di un uomo
travolto dalla collera, che dalle stelle fu precipitato alle stalle.
L'Unità d'Italia che era cominciata per lui con i migliori auspici
fin dalla 1a guerra d'indipendenza, e poi durante tutto il corso
dell'impresa dei Mille fino alla capitolazione di Ancona, fra gli
unanimi elogi, le decorazioni, l'apprezzamento anche dei colleghi
borbonici, le sue capacità diplomatiche e militari, il suo
cattivarsi persino la stima di Garibaldi, naufragava pochi anni dopo
nella disgrazia di una sconfitta militare che il Re, il Governo, la
classe intellettuale e la nazione non gli perdonavano. Anche gli
affetti domestici gli vennero a mancare nel giro di pochi anni, in
quanto la moglie e il figlio (pure lui ufficiale di Marina) gli
premorirono. L'amarezza, il dolore, la solitudine, la miseria, cui
recava conforto solo il buon Re Vittorio in via del tutto riservata,
non furono certo leniti da alcune polemiche che i Diari sollevarono,
chiamando in causa fatti e persone. Per questo ogni storico sa che i
Diari, come le Lettere, come i racconti riferiti da terzi, sono fonti
da valutare con cautela, storicamente claudicanti, che da soli non
possono costituire prova esauriente di nessun fatto storico, e spesso
sollevano solo polveroni. Inutile poi che si faccia dire a questi
Diari più di quel che vogliono dire, forzandone alcune parti,
tacendone altre e scollegando i fatti tra loro. I tanto sbandierati
“soldi della corruzione” dati da Cavour all'ammiraglio Persano
inviato in missione a Napoli nell'agosto del 1860, prima dell'arrivo
di Garibaldi, dovevano servire a finanziare una sollevazione
filosabauda in città che facesse da contrappeso all'entusiasmo
generale che aveva invaso il meridione per l'eroe dei due mondi, dove
i garibaldini in Calabria ormai avanzavano quasi senza combattere.
Sollevazione che, incoraggiata soprattutto dai vertici della Marina
borbonica che ad essa intendevano condizionare il pronunciamento
ufficiale a favore di Vittorio Emanuele, fu ritenuta invece dal
saggio e avveduto marchese di Villamarina (ambasciatore del Regno di
Sardegna nel Regno di Napoli) inutile, controproducente e rischiosa
per la presenza ancora in città del Re Francesco II e delle truppe a
lui fedeli, e quindi abbandonata quando ormai era stata approntata
dai suoi solerti organizzatori, tra cui primeggiava l'impaziente
Nicola Nisco di Benevento. I fatti diedero ragione al marchese.
Garibaldi entrò trionfalmente a Napoli a settembre senza sparare un
colpo, dopo che Francesco II se n'era andato, e fu così evitato un
bagno di sangue alla città. A questo proposito, i liberali
napoletani, capeggiati da Antonio Ranieri, indirizzarono al marchese
di Villamarina un caloroso attestato di gratitudine per la preziosa
opera svolta in quella fase così delicata.
Sull'onda
dello stesso filo, è da valutare un altro cavallo di battaglia
lanciato al galoppo dagli aedi anti-risorgimentali nelle loro
cantilene: le “letteracce contro Garibaldi” che Giuseppe
La Farina, inviato semi-segreto di Cavour in Sicilia durante
l'impresa dei Mille, spedì al medesimo. Pubblicate successivamente a
puntate, con chiari intendimenti politici, sul giornale torinese
l'”Opinione”, onde smorzare i travolgenti entusiasmi per l'Eroe
che potevano vanificare i piani moderati di Cavour con grave danno
per tutta l'impresa della riunificazione, queste lettere sciorinavano
una serie di accuse che nelle intenzioni dello scrivente e del suo
mandante dovevano gettare sospetti e discredito sulla dittatura
isolana dell'Eroe in modo da affrettare il più possibile
l'annessione al Piemonte, di cui l'ex mazziniano La Farina era
diventato strenuo assertore (da tempo lui e Cavour cooperavano in una
strategia comune). Come si sa, qualcuno si è buttato a corpo morto
su queste lettere scrivendoci sopra la diffamazione dell'impresa dei
Mille. Poteva risparmiarsi la fatica! Tanto più che, come si è
detto, l'epistolario in sé non è a priori una fonte documentale
attendibilissima proprio per lo stato d'animo soggettivo, emotivo e
transitorio da cui facilmente è animato qualsiasi scrivente,
figuriamoci il La Farina, le cui lettere non sono difficili da
interpretare per uno storico: egli non poteva certo elogiare il modo
di governare di Garibaldi in Sicilia, il mescolamento delle classi
sociali, l'abbozzo di “democrazia popolare”, i “cittadini
armati autogestiti”, l' “assoldare i bambini abbandonati dagli 8
ai 15 anni a tre tarì al giorno” per farli sentire socialmente
utili, il suo “liberare dalle carceri molti detenuti”, il suo
accogliere, perdonare e remunerare un po' tutti, anche i borbonici
pentiti, il suo distribuire danaro a destra e a manca con quello
spirito generoso della “Comune” che gli era congeniale e, in
piccolo, avrebbe replicato nell'isola di Caprera con la “comunità
garibaldina”, destando l'ammirazione dell'anarchico Bakunin. Ovvio
che il La Farina considerava tutto ciò anarchia, disordine,
velleitarismo, improvvisazione, sperpero di pubblico danaro e
infrazione delle leggi. Ovvio che aveva raccolto le proteste di
coloro che, anche con ragione, vedevano nel popolo straccione,
analfabeta e potenzialmente violento assoldato da Garibaldi un immane
pericolo e desideravano il ritorno alla normalità. Ma pretendere da
un uomo come Garibaldi, che quel popolo bistrattato amava e da cui
era riamato, l'instaurazione di una puntigliosa amministrazione con
uffici e scrivanie, era come pretendere la luna del pozzo. E Cavour,
che in fin dei conti conosceva le buone intenzioni e la lealtà
dell'eroe, nonché le circostanze eccezionali in cui si trovava a
operare, si servì delle lettere del La Farina solo per portare acqua
alla sua politica: e infatti, opportunamente sfrondate dei
particolari più estremisti cui nessuno avrebbe prestato fede, solo
per questo le fece pubblicare.
In
un evento di portata gigantesca qual è stato il nostro Risorgimento
sarebbe del resto impossibile non trovare scontri politici, rivalità,
divergenze, antipatie personali, ed anzi, tutto considerato, ce ne
furono molto poche. Guai se gli storici si lasciassero fuorviare in
modo acritico dai documenti senza adeguatamente analizzarli. E
dunque, anche le invettive epistolari del La Farina, illustre
patriota siciliano che per l'Italia aveva patito esilio, rovina
economica, incarcerazione del padre e del fratello tredicenne,
condanna dei cognati a 24 anni di lavori forzati, e tanto aveva
contribuito all'impresa dei Mille, non vanno prese alla lettera ma
giudicate tenendo conto del clima di fortissimo coinvolgimento
emotivo di tutti i protagonisti del Risorgimento, ognuno dei quali
era ansioso di agire per l'Italia, e di poterlo fare meglio di un
altro. Con lo stesso metro, per fare un esempio, vanno considerate le
pungigliose acredini del patriota toscano Francesco Domenico
Guerrazzi il quale trovò da ridire perfino sugli arredi dello studio
del conte di Cavour durante una visita, la cacciata e addirittura
l'arresto dei patrioti mazziniani a Venezia decretato da Daniele
Manin per non contrastare la politica del Piemonte cui la maggioranza
dei patrioti Veneti aveva fatto adesione, alcune frasi infelici del
generale La Marmora che suscitarono l'ira dei Triestini e degli
Istriani, e decine d'altri episodi di contrasti e incomprensioni, da
giudicare nel clima convulso degli intensi accadimenti che
precedettero e seguirono l'Unità d'Italia, a cui tutti i patrioti
anelavano dare il proprio contributo, talvolta esagerando o
sbagliando. Basta soffermarsi sopra una soltanto delle impulsive
accuse rivolte dal La Farina al governo dittatoriale di Garibaldi in
Sicilia, per accorgersi di quanto le falsità ed esagerazioni sparse
da lui a piene mani gli sono perdonate solo perché giustificate da
un esacerbato stato d'animo personale, unito alle difficili
circostanze oggettive in cui Garibaldi si trovava a operare, con la
guerra ancora in corso e migliaia di problemi da risolvere, il che
faceva sì che le cose fossero tutt'altro che perfette come
pretendeva il La Farina: il quale tace sulle molte provvidenze
attuate da Garibaldi per i poveri, sui suoi Decreti, addirittura
accusando l'illustre medico cremonese Pietro Antonio Ripari,
aggregato all'impresa dei Mille, il cui curriculum patriottico era
lungo come un treno, di voler dare fuoco alla biblioteca del Collegio
dei Gesuiti di Palermo, il che è la più manifesta delle fandonie
che potesse cucire. Chiaramente egli vedeva i garibaldini come un
pericolo per la tenuta dell'intero progetto unitario, temeva il loro
radicarsi sul suolo siciliano, il loro sganciarsi dall'asse con
Torino, il loro prendere strade anarchiche indipendenti dal patto con
la Monarchia sabauda. L'amore delle folle per Garibaldi, i gran
festeggiamenti per le strade di Palermo al suono di più bande
musicali dopo la partenza dei borbonici (il La Farina trovò da
ridire anche su queste), l'allegrezza generale, tutto indisponeva il
novello “Catone censore” che avrebbe voluto riportare l'ordine e
la razionalità. Fu invece congedato in malo modo da Garibaldi, il
quale tra l'altro non gli perdonava di aver sostenuto Cavour nella
dolorosa cessione di Nizza e la Savoia, e fin da subito gli fece
capire che gli preferiva Crispi. Ma il buon medico Ripari, che
nonostante l'età si prodigava incessantemente per i feriti e i
malati, concedendosi solo poche ore di precario riposo, non dette
fuoco proprio a nulla. I Gesuiti furono sì espulsi dal Collegio
perché questo fu trasformato in un ospedale, ma tutti i volumi,
pergamene e codici minati sono arrivati sani e salvi fino ai giorni
nostri, così come il Collegio medesimo, che a tutt'oggi ognuno potrà
ammirare nel suo elegantissimo chiostro e facciata barocca, come uno
dei tanti pregevoli palazzi del capoluogo siciliano.
Del
resto il La Farina continuò a inviare lettere maldicenti anche da
Napoli, prendendo a bersaglio Luigi Carlo Farini, l'illustre medico
romagnolo nominato il 6 novembre 1860 luogotenente generale delle
provincie napoletane, in una città dove folle di questuanti si
ammassavano giornalmente a chiedere al nuovo governo ciò che i
regnanti borbonici mai si erano sognati di dar loro, portando
all'esasperazione chiunque ne fosse investito. Poiché il Farini
tardava a ricevere coi dovuti omaggi lui e Pietro Cordero di
Montezemolo (nominato luogotenente generale del Re in Sicilia), ciò
fu sufficiente a spazientire il La Farina, la cui delusione nel
sentirsi messo da parte traspare in modo inequivocabile dalle
lettere, nelle quali tende a ingigantire le situazioni, deformandole
in buona o mala fede, in modo da convincere il Cavour a prendere
provvedimenti non si capisce per quali colpe anche del povero Farini.
Come
si vede, il clima in cui avvenne il nostro Risorgimento non poteva
essere disteso, placido e tranquillo, ma, al contrario, fu teso,
travagliato, talvolta esasperato da difficoltà oggettive e
risentimenti personali. Di conseguenza, le asseverazioni dei vari
revisionisti odierni secondo cui c'è “un Risorgimento da
riscrivere”, o una “controstoria dell'Unità d'Italia”
da raccontare, o “panni sporchi dei Mille” da stendere al
sole, e così via, in un monocorde rosario di inaccettabili accuse,
tracciano un quadro che, lungi dall'essere approfondito e ragionato,
è semplicemente alterato, rivoltato e adattato alle discutibili
opinioni e agli acri sentimenti personali dei vari autori e delle
loro fonti. Giustamente ha osservato il professor Bartolo Cannistrà
che in tal modo si opera un “ribaltamento asimmetrico delle
fonti”, usando cioè unilateralmente le fonti borboniche più
estremiste, le quali “presentano come dati oggettivi quelli che
sono giudizi soggettivi, mettendo in campo forzature, bizzarri
equivoci, vistosi errori e addirittura dati di pura invenzione.”
E
proprio esaminando con sguardo critico le fonti dalle quali i novelli
corifei della “malaunità” traggono le loro pontificazioni, vi è
la riprova che gli insulti e le contumelie di cui si riempiono la
bocca, furono ampiamente esternate da coloro che li precedettero, con
una noncuranza, una faccia tosta, una superficialità, un
qualunquismo e un livore che risultano perfettamente spiegabili
riferiti ai personaggi di allora, alle loro segrete mire del momento,
ai loro personali stati d'animo, nonché all'ignoranza, alla
confusione, e, più in generale, al turbolento frangente storico di
passaggio cui si riferivano. Se perfino Garibaldi, travolto dalla
collera e da pulsioni emotive soggettivamente scusabili, scrisse nel
1872 il polemico libro “i Mille”, in cui scagliava accuse contro
tutti –e della cui esagerazione poi si pentì- ; se perfino lui
talvolta si lasciò andare a sfoghi più o meno incontrollati (la
famosa lettera di disillusioni scritta di getto ad Adelaide Cairoli,
madre dei cinque eroici fratelli di Pavia, quattro dei quali morti
per l'Italia, tirata in ballo in quasi tutti i discorsi
revisionisti), si ha l'idea di quanto fosse surriscaldato il clima,
di quali e quante difficoltà si presentassero alla novella Italia,
di quanti falchi, avvoltoi e spargitori di zizzania di già la
sorvolassero, ansiosi di gettarsi su nuove carcasse da spolpare. Che
le “sassate” che l'Eroe avrebbe dovuto prendere dai meridionali
fossero solo il parto di un suo forte abbattimento del momento, lo
dimostra il fatto che nel 1882, pochi mesi prima di morire, egli si
recò proprio a Napoli e in Sicilia per il suo ultimo viaggio, dove
venne accolto con grandissimo affetto e commozione da tutta la
popolazione, che già durante la tratta ferroviaria da Napoli in giù
si affollò sui binari chiamandolo a gran voce, e il cui entusiasmo
fu rattenuto solo dal constatare le precarissime condizioni di salute
in cui versava quell'uomo un tempo gagliardo e forte, e che ora
veniva spinto amorevolmente dal figlio Menotti su di una sedia a
rotelle.
Chi
pensa perciò di trarre dal rovente e appassionato clima di allora
frecce al proprio arco di accuse, compie un marchiano errore di
valutazione, in quanto, fino a quando le critiche, le rimostranze e i
diverbi rimasero entro l'aurea cornice dei supremi ideali del
Risorgimento dalla maggioranza condivisi, nessun danno, ma anzi
sprone a far meglio ne venne per l'Italia. Viceversa, quando,
approfittando della libertà di stampa e di parola a tutti concessa,
i nemici del Risorgimento come sciacalli s'avventarono sulle
difficoltà come su altrettanti appigli cui attaccarsi nella
sconfitta, al Risorgimento ne venne un danno, scientemente perpetrato
al fine di lederne l'immagine e la reputazione, sminuirne la gloria,
inquinarne la purezza.
Un
esempio significativo di quanto fosse facile in quel contesto dare
addosso all'Unità d'Italia, è la mozione d'inchiesta presentata in
Parlamento dal Duca di Maddaloni, Francesco Proto Carafa, il 20
novembre 1861, solitamente esibita come una delle prove del disastro
che l'”invasione garibaldina e sabauda” avrebbe causato nel
meridione, e invece, esaminando a mente fredda, è soltanto la
riprova di quanto fosse facile inventarsi le accuse, esagerare gli
accadimenti, soffiare sulle braci, e, soprattutto, prevedere il
ritorno di Francesco II grazie a un intervento armato dell'Europa che
aleggiava nell'aria, regolandosi di conseguenza, come appunto fece il
Duca di Maddaloni. In quegli anni, infatti, voci insistenti di illusi
e agenti provocatori davano per certo il ritorno dello spodestato
sovrano che sperò fino all'ultimo nell'aiuto delle potenze europee,
nonostante questo aiuto si fosse già volatilizzato nell'autunno del
1860 con il convegno di Varsavia, finito in una bolla di sapone. I
tardivi quanto convulsi tentativi di Francesco II di correre ai
ripari di fronte all'avanzata di Garibaldi, proponendo a Torino la
confederazione dei due Stati, concedendo la Costituzione, adottando
il Tricolore e chiamando i liberali al governo, non influirono più
di tanto sulle operazioni militari che continuarono fino allo stremo
nonostante defezioni e diserzioni nell'esercito borbonico, ridotto al
Volturno alla metà dei suoi effettivi, il che non impedì ai
Borbonici di resistere fino all'ultimo sul campo di battaglia,
lasciando dipoi al novello Regno un'eredità pesante da gestire,
aggravata da anni di brigantaggio, assoldato col preciso scopo
d'impedire lo stabilizzarsi del nuovo governo.
Fu
dunque un clima inevitabilmente sofferto quello che accompagnò e
seguì la riunificazione d'Italia, in cui, di fronte all'entusiasmo e
alla partecipazione popolare che avevano animato e continuavano ad
animare il Risorgimento che proprio nel Sud aveva trovato tante forze
propulsive, si ergevano i madornali problemi del presente, come
sempre avviene nei casi di rovesciamento di potere e più ancora
quando non si elimina radicalmente la classe dirigente precedente:
che questa ovviamente reagisce, e, pur vinta, continua a tramare con
le restanti forze che le rimangono. Forze che certo non mancavano ai
borbonici, se nel suo trinceramento a Gaeta, Francesco II fu
accompagnato dai rappresentanti di tre potenze europee che ancora
potevano aiutarlo (l'Austria, la Russia, la Prussia) mentre altri
governi comunque lo appoggiavano, e l'ambigua politica della Francia
che piazzò le navi nel golfo di Gaeta non certo per aiutare i
piemontesi, nonché il cinico pragmatismo dell'Inghilterra, non gli
facevano perdere le speranze. Proprio Henry Elliott, ambasciatore del
Regno Unito nel Regno delle due Sicilie, se pure non si era
presentato alla mesta cerimonia di commiato del Re da palazzo Reale,
cambiò tosto atteggiamento, interprete dei contingenti interessi
dell'Inghilterra che mutavano in base al mutare delle circostanze. La
forza del novello Stato italiano che si dimostrava deciso a difendere
la propria integrità, mettendo in campo un esercito agguerrito e
motivato, composto di elementi di varia provenienza regionale che si
credeva disuniti e invece Torino mostrava di saper unire, cominciò a
preoccupare l'Inghilterra, la quale per tutto il corso del
Risorgimento aveva palesato altalenanti atteggiamenti, a seconda dei
propri interessi in gioco. Già durante la permanenza di Garibaldi in
Sicilia, l'ammiraglio George Mundy incaricato dalla Regina Vittoria
di sorvegliare l'eroe a cui tutta l'ala conservatrice inglese era
alquanto ostile, non mosse un dito per aiutare l'impresa dei Mille,
neanche quando Garibaldi rimase senza polvere da sparo e senza
munizioni a Palermo, trovandosi in serie difficoltà sotto le bombe
dei borbonici che tiravano senza risparmio dal forte di
Castellammare, intenzionati a distruggere la città. Al momento della
concordata tregua, ebbe la faccia tosta di chiedere a Garibaldi di
consegnare all'Inghilterra il forte di Castellammare, ricevendone
naturalmente un netto rifiuto. Come la Francia, anche l'Inghilterra
cercava di trasformare la nuova Italia in un paese satellite. Ambedue
le potenze sempre brigarono, in competizione tra loro, per ridurre il
più possibile la portata del Risorgimento e trarre a sé il
costituendo Stato che prefiguravano debole, posticcio e malleabile.
Non fu così. Il Risorgimento andò ineluttabilmente a compimento e
il Regno d'Italia non si dimostrò affatto malleabile, ma fu uno
Stato sovrano e indipendente, padrone della propria politica che
spesso e volentieri orientò in senso contrario ai desiderata
dell'Europa, spinto da un'opinione pubblica che, nonostante il
suffragio elettorale ristretto, partecipava emotivamente agli eventi
della nazione, facendo sentire la propria voce, soffrendo e gioendo,
pur tra i grandi problemi, le difficoltà e le avversità che la
giovane potenza si trovò ad affrontare nel mare tempestoso della
Storia, sul quale ora arditamente navigava non più come comparsa, ma
come protagonista.
Maria
Cipriano