Il
2015 è stato un anno transitorio per il nostro piccolo gruppo di
studio. Nuovi progetti, nuovi contatti, nuove collaborazioni, che
stanno piano piano arricchendo l'arsenale auserino, indirizzandone
l'operato sulla strada che ci eravamo prefissi. Ed eccoci giunti a
questo capodanno 2016, in cui abbiamo deciso di pubblicare una lunga
intervista alla signora Maria Cipriano, valente storica e nostra
nuova collaboratrice. Lo facciamo in questo primo di gennaio non a
caso, bensì tenendo fede alla tradizione degli antichi Romani
secondo cui ciò che si fa per capodanno rispecchierà l'andamento
dell'anno venturo. Tema dell'intervista il Risorgimento. E per un
ovvio motivo: le lunghe e tortuose vicende che portarono all'unità
d'Italia sono il più mirabile esempio di concordia dimostrato lungo
la storia dagli italiani. Come esporrà in modo nitido la Cipriano
stessa nell'intervista, il Risorgimento fu animato al suo interno da
varie correnti ideologiche, spesso in contrasto tra loro, ma che
seppero relegare in secondo piano le differenze per il fine supremo
dell'unità della Patria. Concordia che dovrebbero ritrovare gli
italiani d'oggi, per anni divisi da diverse fazioni politiche,
regionalismi e campanilismi d'ogni sorta. Una concordia che ci faccia
riscoprire le nostre comune radici , dandoci la forza di reagire allo
sfacelo culturale, sociale ed economico a cui stiamo assistendo
impassibili. La questione non è più “destra o sinistra”, “rossi
o neri”, ma tra sovranisti e mondialisti. Tra chi ritiene che le
nazioni abbiano un'origine ed un significato e che siano a garanzia
della libertà dei popoli che le animano e chi vuole spezzare ogni
tipo di legame per confluirlo in una società fluida ed apolide
dominata soltanto dalle leggi di mercato, dettate da un ristretto
numero di oligarchi aventi il solo fine del profitto e del potere
illimitato. Questo deve farci riscoprire il nostro Risorgimento:
l'orgoglio di avere una storia condivisa e di appartenere ad una Nazione che,
come ebbe a dire un grande del secolo scorso, Beppe Niccolai, nel
bene o nel male, come una madre si ama e basta, al di là d'ogni
sovrastruttura successiva. E' da qui che dobbiamo ripartire, da qui e
da un altro avvenimento che del Risorgimento fu la
tragica, ma vittoriosa conclusione: la Prima Guerra Mondiale di cui
proprio lo scorso anno è caduto il centenario. Fin tanto che terremo
vivo il ricordo delle sofferenze e delle aspirazioni dei nostri
padri - "ove fia santo e lagrimato il sangue per la Patria versato" - ci sarà ancora un barlume di speranza per la nostra amata
Italia.
Sandro
Righini
RIPARTIRE DAL RISORGIMENTO
![]() |
Maria Cipriano, valente storica, esperta del Risorgimento e nuova collaboratrice auserina, protagonista di questa nostra intervista |
1-
Come prima domanda vorrei chiederle da dove nasce il suo amore per il
Risorgimento?
Da
una presa di coscienza profonda, anche se un po' tardiva, di valori e
principi che per tutta la giovinezza mi sono stati estranei. La
Storia è sempre stata la mia materia preferita fin dai tempi del
Liceo, ma gli argomenti trattati non erano certo quelli che amo
trattare adesso. In classe si parlava di tutt’altro che della
Patria e del Risorgimento, anche il Fascismo era accuratamente
evitato se non per prendere in giro Mussolini, e negli anni
universitari io ero una delle tante ragazze di sinistra, accese e
convinte, inserite nel contesto fortemente politicizzato di quel
tempo. Ho reagito per conto mio, avendo la fortuna di amare lo
studio, la lettura, la riflessione. Ho scoperto così pian piano un
mondo che non conoscevo e che mi ha lasciato sbalordita: il
sacrificio di tanta gente, ciò che l’Italia ha significato nei
secoli, i travagli di un paese straordinario che ce l‘ha sempre
fatta. Perciò adesso non sopporto i denigratori e gli affossatori
della nazione.
2
- Tra i denigratori va sicuramente ascritta proprio quella sinistra
di cui anche lei, in gioventù, ha fatto parte. Ma non fu sempre
così. Durante il Risorgimento sinistra e nazione corsero a braccetto
e tra le sue file vi furono alcuni dei più intransigenti
propugnatori dell'unità d'Italia. Secondo lei, perché questa
progressiva involuzione? Bisogna forse riconoscere due o più tipi di
sinistre agenti nella nostra storia?
La
sinistra cui si fa riferimento ai tempi nostri non ha nulla a che
vedere con nessun movimento Risorgimentale che astrattamente potrebbe
ricollegarvisi, in quanto è la sinistra di matrice marxista, nata
dalla pubblicazione del celebre Manifesto di Marx ed Engels, i quali
furono critici verso il Risorgimento italiano e in particolare verso
Mazzini.
Garibaldi
stesso, per quanto la sinistra nostrana, soprattutto durante la
Resistenza ma anche prima, abbia cercato di appropriarsene, in realtà
non ha niente a che vedere con il marxismo. Tutto il Risorgimento in
generale, anche nelle sue componenti più radicali, come Pisacane, è
ben lontano dal marxismo i cui pilastri sono la lotta di classe
intesa come vera e propria conflittualità e il materialismo storico.
Le radici del Risorgimento al contrario sono spirituali, identitarie,
collaborative, ancorate alla Romanità. Non c’è inno
risorgimentale dove non siano orgogliosamente citati gli antichi
Romani. Il Risorgimento ha calamitato a sé nobili e plebei, colti e
analfabeti, atei e credenti, cattolici ed ebrei, moderati ed
estremisti, in una sintesi mirabile che nessuno è riuscito più a
ripetere, tanto meno la sinistra marxista il cui linguaggio si è
sempre svolto all’insegna della divisione, della contrapposizione e
dell’abbattimento e demonizzazione dell’avversario inteso come un
nemico mortale. Niente di tutto ciò nel Risorgimento, dove i
contrasti di vedute anche forti non hanno intaccato assolutamente
l’insieme, e tanto meno il fine supremo da raggiungere: l’unità
e l’indipendenza della Patria.
3
- Risposta chiara che non lascia adito a fraintendimento alcuno.
Ritengo - e non sono il solo - che il culto della Romanità sia il
filo rosso che lega Risorgimento e Fascismo. Fermo restando che il
Risorgimento rappresenta un periodo storico entro cui si muovono
diverse e variegate ideologie, mentre il Fascismo, pur con tutte le
sue sfumature, resta un movimento politico-ideologico meglio
definito, vorrei chiederle quali sono a suo parere le affinità e le
differenze tra i due?
Dovessimo
dar retta a Benedetto Croce e al Manifesto degli intellettuali
antifascisti da lui redatto nel 1925 di cui fu firmatario assieme ad
altri rappresentanti della cultura italiana del tempo, dovremmo
concludere che il Fascismo è stato addirittura la negazione del
Risorgimento. Ma, se ciò è passabile dal punto di vista emotivo e
delle simpatie personali (e Benedetto Croce era un tipo piuttosto
“umorale”), non lo è dal punto di vista storico.
Che
piaccia o meno, il Risorgimento è inconfutabilmente legato al
Fascismo attraverso la Grande Guerra. E' la Grande Guerra il ponte di
collegamento fra i due, che ha trasmesso al Fascismo, con l'apporto
originale ed eccentrico del Dannunzianesimo, del Fiumanesimo e del
Futurismo, i germi vitali e immortali del Risorgimento. Il Fascismo
li potenzia e li vivifica alla luce del nuovo secolo, il secolo della
modernità, dell'efficienza organizzativa, della società di massa
che chiede di partecipare alla vita politica in modo diverso dagli
schemi parlamentari tradizionali che già al Risorgimento stavano
stretti, dell'ansia di nuovi spazi e nuove scoperte scientifiche e
tecnologiche. In tal modo i contenuti del Risorgimento, divenuti
ormai estranei a una classe dirigente liberale desueta e a masse
popolari attratte dal socialismo marxista, con il Fascismo vivono una
seconda vita e una seconda giovinezza. Ciò che sembrava un capitolo
chiuso, incorniciato in un'aura romantica sempre più remota, si
trasforma in un evento aperto al futuro e attuale, perenne
ammaestramento e incitamento per le generazioni a venire, anche dal
punto di vista sociale.
Il
guaio è che il Fascismo non ha tagliato il traguardo finale, e il
popolo italiano non gli ha perdonato questo fallimento. Al
Risorgimento sono state condonate le sue mancanze perché raggiunse
comunque un traguardo che sembrava irraggiungibile: l'unità e
l'indipendenza. Il Fascismo no. Il fatto di poggiare su di un unico
pilastro - il Duce -, ha giocato negativamente. Il Risorgimento
poggiava su quattro pilastri differenti, ognuno dei quali ha svolto
una funzione fondamentale e imprescindibile. Il Duce era da solo:
troppo poco per reggere agli urti imprevedibili della Storia.
4
- Ci parli di questi quattro pilastri su cui poggiava il Risorgimento
C'è
un'alchimia straordinaria che permise al Risorgimento di realizzarsi
grazie a quattro personaggi diversissimi tra loro, mancando anche uno
solo dei quali l'Italia non avrebbe conseguito la sua unità e
indipendenza. Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II sono
il cemento armato dell'Italia unita, un cemento che ha resistito a
oltre 150 anni di scossoni di tutti i tipi, ivi compresi i ricorrenti
tentativi di tornare a separarla, per non parlare delle guerre e dei
danni di varia specie causati da molteplici nemici esterni e interni,
tuttora all'opera.
Senza
che ce ne rendiamo conto, i quattro pilastri del Risorgimento
continuano a dispiegare effetti ancora oggi, e se l'Italia non
poggiasse su cotante basi, la sua riunificazione sarebbe durata ben
poco, non reggendo a tutte le sfide che hanno messo a dura prova la
sua tenuta.
Si
tratta di quattro irripetibili personalità, generose e sincere, che,
pur diverse e spesso in contrasto tra loro, hanno saputo interagire,
riuscendo a cooperare nei momenti cruciali e decisivi, legate dal
filo solido e tenace dell'amore incondizionato per l'Italia. Dietro
la veste conosciuta che li vide impegnati a prendere gravi decisioni
in così gravi frangenti, si stagliano aspetti meno noti del loro
carattere che non ci aspetteremmo: un Cavour buongustaio ed enologo
(famoso il Barolo della sua tenuta) che dopo aver respinto
sdegnosamente l'ultimatum dell'Austria nel 1859 e dichiarato guerra,
disse “e adesso andiamo a mangiare!”, un Garibaldi astemio e
protettore degli animali che fondò nel 1871 a Torino la Società
Reale per la protezione degli animali antesignana dell'Enpa, un
Mazzini che pur vestito sempre di nero per portare il lutto della
Patria, amava suonare la chitarra, un Re Vittorio alieno alle
etichette di corte, organizzatore di feste campestri per soldati e
subalterni con balli, canti e rinfreschi.
C'è
chi ha provato a demolirli uno per uno, parlando di “miti
costruiti”, scoperchiando magagne e calunnie, ma con scarso
successo, giacché sono i fatti stessi a parlare.
L'anima
mistica, missionaria e votata al sacrificio di Mazzini, l'anima
eroica e battagliera di Garibaldi, l'anima raziocinante e
lungimirante del Cavour, l'anima benevola, accomodante, prudente e
sagace del Re Vittorio, rappresentano in fondo le quattro anime
dell'Italia, che le hanno permesso di passare attraverso le tempeste
della Storia, giungendo ai nostri giorni: giorni oltremodo difficili,
in cui gli scomposti latrati dei nemici dell'Unità nazionale,
chiunque essi siano, rimbalzano miseramente contro coloro che a
giusta ragione sono i Padri della Patria scolpiti dalla Storia.
Li
avessimo adesso!
5
- Oggi si continua a ricordare, seppur in maniera scarsa e
fuorviante, Mazzini e Garibaldi quali apostoli "democratici"
dell'unità d'Italia. Ma si tende a dimenticare o addirittura
denigrare gli altri due pilastri: Cavour e Vittorio Emanuele II. Ci
delinei meglio l'importanza del loro operato ai fini della nostra
riunificazione nazionale.
Il
poter contare stabilmente sulla Monarchia Sabauda fu determinante per
la riuscita del Risorgimento. Fu l'insostituibile sostegno di uno
Stato efficiente e organizzato, solido e ordinato, i cui due massimi
esponenti impegnarono per la causa nazionale ingenti risorse umane,
materiali e spirituali, compresa l'accoglienza di migliaia e migliaia
di profughi da tutte le regioni italiane, cui era devoluto un
sussidio mensile. Consci delle difficoltà che si trovavano davanti,
il re Vittorio Emanuele II e Cavour accettarono la sfida, non si
tirarono indietro, architettando strategie e tattiche talvolta alla
luce del sole, talaltra sottobanco, senza lesinare proficui
espedienti, il che protesse da molti pericoli un'Italia ormai in
completo fermento.
Garibaldi
e Mazzini avevano idee all'avanguardia, ma non avevano uno Stato
dietro di sé, un Esercito regolare, una diplomazia, una
disponibilità finanziaria. Essi agivano via via, all'avventura,
senza una programma di largo respiro, affidandosi unicamente ai
volontari. Non era una differenza da poco, e infatti gran parte dei
patrioti, anche quelli di idee repubblicane-mazziniane e garibaldine,
si orientarono ben presto verso la Monarchia di Vittorio Emanuele II,
accettando la soluzione del “juste milieu” (la giusta distanza da
tutti gli estremismi) proposta dal conte di Cavour.
Nonostante
il malanimo anti-sabaudo di questa repubblica, in occasione dei 150
anni dell'Unità d'Italia nel 2011, è stata allestita una mostra
proprio su Vittorio Emanuele II il Re galantuomo, a cura del
Ministero dei Beni culturali e sotto l'alto patronato della
Presidenza della Repubblica, in cui sono stati messi in luce i
meriti, il fiuto politico e il ruolo di primo piano da lui svolto nel
processo Risorgimentale, in simbiosi con Cavour. Entrambi dotati di
un carattere forte e determinato e di una mente calcolatrice, presero
in mano il bandolo incandescente del Risorgimento nel momento
peggiore, dopo la tragica conclusione della 1a guerra d'indipendenza,
la tragica resa di Venezia e l'altrettanto tragica fine della
Repubblica Romana e delle cinque giornate di Milano. Quando tutto
sembrava perduto, quando le insurrezioni da nord a sud finivano
malamente, e le prigioni erano gremite e gli esiliati si contavano a
decine di migliaia, furono il Re Vittorio e Cavour a risollevare le
speranze abbattute di una nazione piombata nello sconforto. Il
prestigio e la risonanza delle vicende italiane dopo la guerra di
Crimea quando il Piemonte poté sedere al tavolo delle grandi potenze
per porre la questione dell'Italia, fu enorme. La reazione sprezzante
e minacciosa dell'Austria che lasciò il Cavour impassibile e ancor
più determinato a reagire, catalizzò attorno allo Stato Sabaudo le
attese frementi del popolo italiano, nonché l'ammirazione e la
simpatia dell'opinione pubblica europea e mondiale. Unanimemente
stimato all'estero per la sua serietà e competenza, legato a circoli
influenti e potenti di Ginevra attraverso i suoi parenti materni (la
madre era una nobile ginevrina) che lo incoraggiavano sulla via della
redenzione d'Italia, Cavour rappresentò per l'Austria, il Papa e il
Re Ferdinando II un pericolo mortale, perché agli ideali che lo
ispiravano s'accompagnava la ferrea lucidità di un calcolo politico,
la visione chiara della realtà, la volontà di raggiungere il fine a
qualunque costo. Vittorio Emanuele II gli fu compagno e sodale,
dietro la sua apparente faciloneria bonaria non meno deciso di lui
nei propositi di farla finita con tutti gli stranieri e con il Papa.
Nelle turbinose circostanze del Risorgimento l'ultima decisione fu
sempre quella del Re, a cominciare dai sotterranei preparativi per la
2a guerra d'indipendenza mentre l'Austria credeva il contrario. Le
sue mosse meditate a sorpresa (come quando esortò di nascosto
Garibaldi a passare senza indugio lo stretto di Messina o quando
varcò lui stesso i confini dello Stato Pontificio alla testa del suo
esercito in faccia a uno sbigottito Napoleone III), furono
determinanti nel coronare il Risorgimento, portandolo dal limbo dei
sogni alla realtà concreta: accettata, volente o nolente, da tutte
le cancellerie d'Europa.
6
- Facciamo un passo indietro. Abbiamo visto l'incompatibilità della
moderna sinistra con il concetto di Nazione. Ma anche gli eredi del
Fascismo, coloro che avrebbero dovuto più di altri mantenere viva la
fiamma risorgimentale, nel dopo guerra ed in particolar modo dopo il
'68, denigrarono quelle pagine di storia. Tra le causa di questo
disprezzo giocò un ruolo importante la forte pregiudiziale
anti-massonica. Può riassumerci il ruolo della Massoneria e delle
altre società segrete nel Risorgimento e dare un suo giudizio in
merito?
E'
ben vero che il fronte anti-Risorgimentale attualmente comprende una
variegata mescolanza di provenienze, compresa quella fascista, il che
può stupire: ma a mio parere il vero Fascismo è finito con il Duce
e i suoi collaboratori, e tutto ciò che ne è seguito -il cosiddetto
neofascismo- non è che una confusa deriva di elementi non di rado
permeati di filo-nazismo e di atteggiamenti che il Duce non avrebbe
condiviso.
Circa
la pregiudiziale anti-massonica, essa era già presente durante il
Ventennio e non comportò per questo un allontanamento del Fascismo
dal Risorgimento neanche nei due anni della Repubblica Sociale,
ragion per cui la causa dell'anti-Risorgimento di una certa parte del
neofascismo è da ricercarsi più verosimilmente in una sorta di
snobismo culturale ammantato di tradizionalismo anti-illuminista, non
alieno da venature clericali, che vede il Risorgimento come
un'emanazione della Rivoluzione francese e del materialismo ateo che
la caratterizzava. Niente di più falso, dal momento che la matrice
spirituale e identitaria del Risorgimento è evidente, e le vicende
giacobine e napoleoniche non sono la causa del Risorgimento, ma un
antefatto storico del medesimo. Naturalmente era molto più comodo
per la Chiesa e i sovrani spodestati puntare il dito contro una regia
potente e occulta che avrebbe agito dietro le quinte muovendo
addirittura i fili della Storia mondiale. Ma in verità, al di là
del nome ereditato da un antico passato medioevale con cui non aveva
più nulla a che fare, di Massonerie o presunte tali ce n'erano tante
a quel tempo, anche con altri nomi, ogni nazione aveva la sua con
caratteristiche diverse che risentivano dei diversi contesti storici
e dei singoli fondatori, e trovare in esse un bandolo comune, una
regia comune e intenti comuni è assolutamente antistorico. Per
esempio, la Massoneria francese dell'epoca murattiana operante in
Italia era ben diversa da quella inglese operante nella stessa epoca
nello stesso luogo, legata al Regno dei Borboni: entrambe agirono per
un certo tempo rivaleggiando tra loro, in un ginepraio di logge
ansiose di ritagliarsi angoli di potere e d'influenza entro un paese
in perenne ebollizione che né la Francia né l'Inghilterra volevano
lasciarsi sfuggire.
Ma
il Risorgimento nacque e si sviluppò lungo un filo tutto suo,
originale e indipendente, sul quale agì una società segreta
rigorosamente autoctona, nata nel mezzogiorno, di cui gli studiosi
non sono mai riusciti a venire a capo, che fu imprendibile e sovrana:
la Carboneria. Nel 1809 Gioacchino Murat scriveva a Napoleone una
lettera allarmata, in cui lo informava del dilagare della Carboneria.
I rapporti della Polizia asburgica non erano da meno. La Carboneria
fu la croce del Regno delle due Sicilie, dove la Polizia fu impegnata
per molti anni nella caccia al carbonaro, che poteva essere chiunque,
dal nobile al plebeo, giacché la Carboneria era vera fratellanza
impregnata di spiritualità dei suoi adepti, votati all'azione e al
martirio. Nulla di ciò nella Massoneria, che nondimeno fece di tutto
per immischiarsi nel Risorgimento, animata da zelante presenzialismo,
da ansia partecipativa e dall'ambizione di condividere allori e
potere. In Italia cominciò a esercitare un'influenza dopo la
riunificazione, a tal punto che Mussolini, andato al potere, reagì
con una legge apposita. Al di là dei pur legittimi intendimenti
culturali, intellettuali o umanitari, del tutto innocui, che la
caratterizzavano, l'ambiguità di fondo di questa società ondivaga,
dalle tante facce, interpretazioni e adattamenti, e dunque
potenzialmente pericolosa, la rende molto lontana dallo spirito e
dall'anima autentica del Risorgimento carbonaro e dei suoi padri
fondatori.
7
- Come leggere allora l'adesione alla Massoneria, tanto per fare due
nomi di spicco, di Garibaldi - per il risorgimento - e di Balbo - per
il fascismo - ? Vanno inquadrati come eccezioni all'interno di una
società segreta già tendenzialmente deviata o dobbiamo casomai
notare una progressiva involuzione degenerativa della stessa?
Mi
aspettavo la domanda su Garibaldi. Tutti i libri e gli articoli che
sono stati scritti su di lui evidentemente non sono bastati a
chiarire la sua personalità, complessa come quella dei grandi uomini
che hanno influito sul corso della Storia: nel suo caso
positivamente, per l'Italia e per noi.
Ma
la risposta al perché egli aderì alla Massoneria è molto semplice,
anzitutto perché a quei tempi aderire alla massoneria (o meglio a
una delle tante massonerie) o a qualsiasi altra società segreta di
cui pullulava il secolo, era normale, usuale, naturale, e non aveva
nessuna delle connotazioni negative che noi oggi vi attribuiamo per
ragioni politiche contingenti che riguardano il nostro tempo, bensì
il contrario: era un segno di distinzione e di qualificazione. Le
Massonerie, poi, accoglievano solo persone colte e di ceto elevato, e
farne parte era un biglietto da visita che attestava il rango
superiore dell'adepto e il suo ruolo sociale.
L'Ottocento
fu il secolo delle grandi scoperte scientifiche e tecnologiche, il
secolo del progresso in cui l'uomo cercava risposte alternative a
quelle della religione tradizionale e del potere tradizionale, il
secolo in cui si osò mettere in dubbio la storicità del Vangelo, il
secolo dello spiritismo, dei marziani e saturniani cui quasi tutti
credevano o volevano credere, e le società segrete incarnavano
queste visioni alternative, davano risposte, aprivano orizzonti
nuovi, e dunque proliferavano a vista d'occhio.
Proprio
il mondo marinaro a cui Garibaldi apparteneva era particolarmente
invaso, in ragione del suo cosmopolitismo, da affiliazioni a sette di
tutti i tipi, e chi non ne avesse fatto parte sarebbe stato
riguardato con le più grandi meraviglie, come oggi noi guardiamo chi
si rifiuta di guidare la macchina. Essere presentato e ammesso in una
società segreta, anche la più scalcinata, era di per sé un motivo
di orgoglio personale, oltre a costituire un importante veicolo di
socializzazione e solidarietà.
Lo
spessore psicologico e la tensione esistenziale di Garibaldi che non
credeva alla religione imposta dal potere, e cercava nuove risposte
alle umane inquietudini, lo rendeva particolarmente permeabile a
queste affiliazioni, senza parlare della sua fama strepitosa, che lo
portò a essere invocato da tutte le associazioni di ogni specie,
segrete e non, compresa la Massoneria italiana, piccola, frammentata
e ininfluente, che lui accettò di presiedere per un certo tempo,
allo scopo di imprimerle chiari connotati nazionali e impedire che
finisse sottomessa a gruppi massonici stranieri grandi e organizzati.
Tutto
ciò non urta e non collide con il Risorgimento, che seguì la sua
propria strada tracciata dalla Carboneria -cui Garibaldi senza dubbio
apparteneva-, corteggiato e inseguito dalle varie massonerie per le
quali costituiva un motivo di gran vanto poter dire di aver
contribuito alla riunificazione italiana che tanto rumore fece nel
mondo, quando vi ebbero invece una parte marginalissima.
Nel
tempo in cui vi aderì Italo Balbo, la Massoneria italiana
teoricamente era ancora quella a cui Garibaldi aveva impresso il suo
input, e certamente fu con questo spirito limpido e onesto che Balbo
vi aderì. Ma le cose non stavano del tutto così, evidentemente, se
Mussolini emanò già nel 1923 la legge che vietava agli iscritti al
PNF l'affiliazione alla Massoneria, paventando chiaramente il suo
deviazionismo: le nubi del sospetto aleggiavano sulla società
segreta già da allora, e infatti Balbo ne uscì proprio a quella
data, e da quel momento la Massoneria perse il suo smalto e la sua
credibilità, il suo prestigio e la fiducia di cui era circondata,
fatta oggetto di accuse anche gravi: non si sa, invero, quanto
fondate. Ma questa è un'altra storia.
8
- Abbiamo visto come nel Risorgimento, anche tramite le società
segrete di cui abbiamo appena parlato, fu forte il richiamo
all'antichità greca e soprattutto romana, sia nella simbologia che
nei richiami spirituali. Ma parliamo adesso del mondo cattolico, che
non fu totalmente ostile ai moti per l'indipendenza nazionale. Può
tracciare un veloce ritratto delle aspirazioni, dei contrasti e delle
contraddizioni interne ai patrioti cattolici?
Fortunatamente
gli Italiani anteposero il proprio essere italiani al proprio essere
cattolici, altrimenti il Risorgimento sarebbe stato un fiasco. Le
scomuniche e gli anatemi che il papa lanciava a destra e a sinistra
non impedirono al Risorgimento di realizzarsi, e una “questione
cattolica” non è mai esistita durante il corso della
riunificazione, nonostante gli sforzi della Curia Romana per farla
esistere. Anche Cavour fu scomunicato, e il sacerdote che gl'impartì
l'estrema unzione richiamato urgentemente a Roma e sospeso a divinis.
L'opposizione del Papa e della Curia Romana, che si radicalizzò in
un anacronistico impuntarsi sul mantenimento del potere temporale che
già molti religiosi consideravano superato e ingiusto, non impedì
che una lunga schiera di preti prendesse parte attiva al
Risorgimento, a partire soprattutto dal basso clero e dalla Sicilia,
ove il clero locale si schierò pressoché totalmente con Garibaldi,
aprendogli chiese e conventi, e addirittura combattendo sul campo di
battaglia.
Una
volta messa da parte la “brutta utopia” (come la chiamò il pur
cattolico Manzoni) del Gioberti e del Rosmini -i due sacerdoti
riformatori che contemplavano una Confederazione italiana sotto
l'egida del papa-, il Risorgimento imboccò i binari della
riunificazione sotto l'egida di uno Stato di diritto che garantisse
le libertà personali che la Chiesa tacciava di “modernismo”. Già
nel 1848 il cattolico sardo Giorgio Asproni aveva dichiarato che “chi
combatte per la libertà e l'indipendenza d'Italia combatte per il
Vangelo”, un dichiarazione che aveva subito raccolto entusiastiche
adesioni da parte dei destinatari. Fu anche per questo che il Papa e
i vertici ecclesiastici incolparono fantomatiche regie occulte
massoniche internazionali: dovevano trovare un capro espiatorio del
disastro, dal momento che tra le fila dei loro stessi preti soffiava
il vento della libertà e del cambiamento, e di quella “libera
Chiesa in libero Stato” che il Cavour con tanta maestria aveva
definito. Anche se non tutti furono d'accordo, e soprattutto dopo la
presa di Roma e la laicizzazione dello Stato intrapresa dal Regno
d'Italia, si crearono malumori e defezioni, pur tuttavia il quadro
complessivo dell'adesione dei cattolici al Risorgimento rimane
nettamente a favore di questo. Non dimentichiamo che per la
Carboneria Gesù Cristo era il primo carbonaro e San Teobaldo il
protettore: ragion per cui non c'era ateismo né materialismo
anticristiano cui la Chiesa potesse attaccarsi.
9
- Dopo questo bel quadro del Risorgimento e delle figure che lo
animarono, se fermiamo la nostra considerazione sull'epoca che stiamo
vivendo, bisogna ammetterlo, prende un certo sconforto. Eppure
ritengo - e credo di non esser il solo - che la lezione dei nostri
Padri è quanto mai attuale; proprio oggi in cui non ha più senso
parlare di contrapposizione tra destra e sinistra, ma casomai tra
mondialisti e sovranisti, tra "cittadini del mondo" e
patrioti. Ritiene che ci sia ancora speranza per l'Italia e che il
richiamo ai valori e a agli uomini del Risorgimento possa ridestare
le coscienze di questo nostro popolo assopito?
“Numquam
desperamus”, dicevano i Latini nostri padri: non bisogna mai
disperare. La situazione è grave, certamente, sconfortante come dice
lei, e però l'Italia ha in sé forze speciali che in tanti secoli
dalla caduta di Roma le hanno permesso di affrontare prove ben
peggiori di queste che viviamo attualmente. Proprio chi ha davanti a
sé il quadro della Storia d'Italia può rendersi conto che c'è una
forza dello spirito sotterranea al popolo italiano che gli ha
consentito non solo di sopravvivere fino al XXI° secolo, ma anche di
far raggiungere all'Italia una posizione di primo piano nel consesso
di tutte le nazioni.
Imperi
potenti che si reputavano invincibili e hanno cercato di schiacciarci
sono finiti schiacciati essi stessi: penso all'impero spagnolo e a
quello asburgico. Popoli che sognavano di soppiantare il nostro e di
cambiare anche il nome alla penisola, sono finiti cancellati dalla
Storia: penso ai longobardi, agli arabi che cercarono d'invaderci e
d'invadere Roma,e furono ributtati a mare. Conquistatori stranieri
che vennero per conquistare furono conquistati, e si adoperarono per
la grandezza e il benessere dell'Italia, diventando parte di noi e
salvandoci da gravi pericoli: penso a Federico II di Svevia, a
Ladislao d'Angiò, a Teodorico re degli Ostrogoti,a Giustiniano
imperatore d'Oriente, allo stesso Gioacchino Murat.
Oggi,
di fronte alla sfida della mondializzazione, la ricetta da seguire è
quella di prendere dalla mondializzazione solo quello che ci torna
utile, e conservare a tutti i costi l'identità nazionale, la
coscienza storica, le tradizioni più sacre, l'amore per la nostra
terra e le nostre avite radici Romane e pre-Romane, imparando a fare
i nostri interessi, in primis economici, e difendendoli a spada
tratta come fossimo in trincea.
Il
Risorgimento non può non fungere da fonte ispiratrice di qualsiasi
riscossa che volessimo affrontare: perciò esso va studiato e fatto
conoscere alle nuove generazioni, e noi stessi possiamo nel nostro
piccolo attuarlo ogni giorno con una parola, un atto, un pensiero, un
voto speso per la Patria.
10
- Concordo sulla necessità di raggiungere le nuove generazioni.
Invece di fare il solito elenco di corposi testi storici, ci indichi
qualche titolo che potrebbe fungere da viatico verso i giovani.
Qualcosa che possa farli appassionare ai sacrifici e alle lotte che
intrapresero i nostri progenitori.
I
ragazzi d'oggi purtroppo sono disincentivati alla lettura perché la
scuola non assolve il suo dovere educativo e comunque è
insufficiente. Inutile dire che uno studio approfondito e dettagliato
sul Risorgimento non può prescindere dalla consultazione di libri
vetusti, corposi e impegnativi, e dunque dalla frequentazione delle
biblioteche dove questi libri si trovano. Rimanendo però sul piano
semplice, nonostante il mercato attuale sia invaso da frastornanti
libretti “revisionisti” e anti-patriottici cui hanno dato un
contributo diretto e indiretto giornalisti di fama televisiva e
personaggi mediatici, si possono comunque ancora trovare testi buoni
o discreti, curati o scritti da studiosi seri la cui preparazione
storica è affidabile.
A
un giovane che volesse approcciare il Risorgimento entrando subito
nel vivo del suo spirito, consiglierei “Umili
eroi del Risorgimento italiano” del toscano Ettore
Socci, partecipe diretto degli eventi, garibaldino e mazziniano, poi
deputato al Parlamento del Regno d'Italia. Si tratta di un libro
recentemente redatto a cura del professor Andrea Favaro, di
scorrevole lettura e non eccessivamente lungo, appassionante come un
romanzo, senonché parla di fatti veri. Venendo ai nostri tempi, pur
coi limiti dati dall'incompatibilità spirituale con quelle gesta
eroiche, consiglio il libro del prof. Domenico Fisichella “Il
miracolo del Risorgimento”, spunto a varie riflessioni sul
ruolo fondante della Monarchia Sabauda, e ancora il valido libro
della prof. Ivana Pederzani “I Dandolo. Dall'Italia dei Lumi al
Risorgimento”, che in modo avvincente conduce ai due leggendari
fratelli martiri, Enrico ed Emilio, partendo dal nonno paterno,
scienziato illuminista. Un altro libro che consiglio vivamente, breve
ma estremamente significativo, è “Camillo Benso di Cavour -
Discorsi per Roma capitale” (ed. Donzelli), con prefazione
dell'intellettuale cattolico Pietro Scoppola, dove sono riportati i
tre discorsi storici che il Conte pronunciò in Parlamento
rispettivamente il 25, il 27 marzo e il 9 aprile 1861, poco prima di
morire.
Per
chi è pigro anche per affrontare queste letture, suggerisco di fare
almeno una visita ai Musei del Risorgimento sparsi nella penisola
(Genova, Milano, Torino, Roma, Bologna, eccetera), ricchi di tanti
documenti interessanti e cimeli unici, o quantomeno di consultare gli
articoli inseriti nei siti relativi ai 150 anni dell'Unità d'Italia,
dove lo Stato e gli Enti locali si sono impegnati in una lodevole
attività divulgativa, accessibile a chiunque e utile soprattutto a
chi è a digiuno dell'argomento.
Infine,
la visione di una semplice pagina facebook come quella di “Nuovo
Risorgimento per l'Italia” legata alla rivista “Il
Nuovo Monitore napoletano” erede di quella storica, nata al
seguito della rivoluzione francese nel 1799, offre non di rado
articoli molto interessanti.
Bisogna
tuttavia tener presente che il libro perfetto, completo, infallibile
ed esauriente sul Risorgimento, non esiste, non è stato ancora
scritto.
11
- Siamo all'ultima domanda. Nella sua precedente risposta ha citato
una pagina di facebook e alcuni siti che trattano del Risorgimento.
Secondo il suo punto di vista che ruolo stanno svolgendo i nuovi
mezzi di comunicazione nella divulgazione storica presso i giovani?
Ed il cinema? Possibile che così tante belle figure non trovino un
adeguato spazio sulle pellicole nazionali?
Per
fortuna c'è Internet. Pur con tutti i suoi difetti, Internet è una
piattaforma informativa, comunicativa e di libera espressione che
permette di veicolare contenuti, idee, ragionamenti e commenti che
altrimenti sarebbe impossibile esternare, tanto meno sui giornali, in
televisione o al cinema, controllati e diretti dall'alto. Sapendo
scegliere il buono e scartare il ciarpame, vi si possono trovare
contributi interessanti dal punto di vista storico, naturalmente
tenendo conto dei dovuti limiti. In televisione compaiono sempre le
stesse persone, sui giornali scrivono persone gradite al potere, al
cinema si vedono film fatti in serie, pedissequamente allineati alle
nuove mode americane. Anche nelle librerie non è tanto diverso.
Per
carità di Patria non affondo il coltello nella piaga del nostro
cinema attuale, ma certamente non si può non deprecare l'uso
maldestro che si fa di un mezzo dalle così alte potenzialità. Il
Risorgimento come portatore di idealità, valori e memorie da
condividere avrebbe potuto in 70 anni essere egregiamente veicolato
con cento film diversi, uno più bello dell'altro, ma, fatti salvi
alcuni lontani sceneggiati televisivi di ottimi registi di cui giusto
quelli della mia generazione si ricordano, è meglio stendere un velo
pietoso. L'incapacità di trattare come si deve il Risorgimento si
estende poi a tutto il resto della Storia d'Italia, lunga tremila
anni: una storia troppo impegnativa e dunque scomoda per poter
coinvolgere registi e sceneggiatori, interessati ad assecondare i
vari venti politici. Il film "La Grande
Guerra" di Monicelli ne è la riprova. E,
d'altra parte, piuttosto che assistere a veri e propri scempi (si
pensi a quelli sugli antichi Romani), è meglio niente. Sì,
decisamente penso che sia meglio niente piuttosto che la
falsificazione, la mercificazione e la mortificazione della nostra
illustre e grande Storia.
12
– Abbiamo così concluso questa lunga chiacchierata sul
Risorgimento. La ringraziamo per la sua paziente e cortese
disponibilità e nel salutarla le chiediamo di esprimere un pensiero
per questo 2016.
Anzitutto
sono io che ringrazio lei per le sue acute domande, e l’Avser per
avermi dato l’opportunità di parlare di un argomento storico che
mi sta molto a cuore e considero fondamentale per ogni vero italiano.
Per
il 2016 avrei tanti pensieri, desideri e perfino sogni nel cassetto
da dedicare alla nostra Italia, ma in primo luogo voglio ricordare
che proprio in questi anni ricorre il centenario della Grande Guerra
dove tanti giovani morirono con la chiara consapevolezza di
sacrificarsi per un alto traguardo ideale e materiale, quale la
riunione delle terre irredente, amatissime dai Romani.
Ho
proprio qui sottomano un libro di Attilio Tamaro, un grande
irredentista triestino, e voglio citare una sua frase che in modo
sublime esprime meglio di quanto potrei fare io l’augurio che
formulo per il nuovo anno a tutti gli Italiani di buona volontà:
“Lunghi sono stati gli anni dell’attesa. In essi, abbiamo
aspettato la libertà come se dovesse venire di tra il sogno e la
vita, in un mistico avvenire profetizzato in ogni cuore dalla fede.”
Ecco:
ai connazionali auguro di non perdere la fede, di seguire la voce del
cuore, di vivere come vissero coloro che non smisero di credere e di
sperare, nel tempo dell’attesa, protesi a un mistico avvento di
rinascita, di liberazione e di Vittoria.
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