PREMESSA
Sembra
ieri, ma sono passati quasi dieci anni dal mio primo incontro con
Ferruccio Bravi. Venni a conoscenza del suo operato tramite un
meritevole forum telematico – il fu Saturnia Tellus, portale di
discussioni intorno all'universo religioso romano-italico – in cui
un utente aprì un'intera pagina per dare risalto ai lavori del
professore. Rimasi immediatamente colpito dal fatto che abitasse a
Torre del Lago, a non più di 10km da casa mia. Così decisi di
contattarlo. Presi il telefono e fissai con lui un appuntamento. Mi
trovai di fronte un anziano signore – un “vecchietto terribile”
come si è autodefinito - asciutto come un maratoneta, scattante e
lucido, con una cultura paurosa, capace di parlare correttamente
svariate lingue moderne e con una profonda conoscenza delle antiche
lingue pre-italiche ed italiche. Restai a dir poco sbalordito. Era la
prima volta che mi trovavo al cospetto di quello che comunemente
potremmo definire un Dotto. Citava a memoria i più svariati autori,
dai classici fino ai nostri giorni, con la stessa scioltezza con cui
tutti noi possiamo ricordare le più sciocche strofe dell'ultima
canzonetta di moda. Il tutto condito sempre da un sottile umorismo
che non lo ha mai reso cattedratico o borioso. Ma ciò che mi colpì
principalmente e che mi rese caro fin dal principio Ferruccio, fu il
suo proverbiale disprezzo per il lusso e le comodità. Viveva con
poco, in una piccolissima casetta, che era in origine il luogo in cui
passava le vacanze estive con l'amata moglie, dedicandosi allo studio
e all'esercizio fisico. Perché dovete sapere che nonostante la sua
veneranda età non passava giorno che non si dedicasse a salutari
marce, intervallate da tratti a corsa, intorno all'isolato. E non
solo: corda, bicicletta, ginnastica. <<Chi si ferma è
perduto>> era solito dirmi con quella sua esuberanza di spirito
che tutt'ora lo contraddistingue. Parsimonioso a tavola e nemico
spietato d'ogni vizio di gola, si concedeva qualcosa in più soltanto
quando andavo a fargli visita e restavo a pranzo con lui. Uomo
integro e fedele ai propri ideali, lontano dalla bassa figura
dell'intellettuale da salotto che predica bene, ma razzola male.
Pensiero ed azione erano e sono una cosa sola per Ferruccio. Da quel
nostro primo incontro ho stretto con lui un rapporto d'amicizia di
cui non posso che considerarmi fortunato. È stato il mio magister
vitae, da cui ho avuto inoltre l'onore di apprendere i rudimenti di
Latino, la lingua dei nostri antichi Padri per cui Ferruccio ha
sempre nutrito uno smisurato amore, sperimentandone le grandi doti
d'insegnamento. Come mi diceva spesso durante i nostri incontri, il
vero maestro, secondo una parabola di Giovanni Gentile, deve fare
come l'aquila che insegna ai suoi piccoli il volo un poco alla volta,
facendo prima brevi tratti fuori dal nido ed elevandoli via via verso
l'azzurro sconfinato del cielo. Una capacità che Ferruccio aveva
insita dentro sé, un'innata predisposizione a comunicarti l'amore e
la gioia di addentrarti nella conoscenza.
Questo
e altro ha significato per me l'amicizia con Ferruccio; ma non voglio
dilungarmi oltre. Oggi sono quasi tre anni che manca dall'Italia,
trasferitosi definitivamente dal figlio in Venezuela. Con la sua
partenza ha lasciato a me il compito di portare avanti il Gruppo di
Studio Avser, fondato al principio di questo XXI° secolo. Dopo un
così lungo percorso, che lo scorso aprile l'ha portato a tagliare il
traguardo del novantatreesimo compleanno, ho ritenuto fosse opportuno
tracciare un quadro della storia e degli ideali che hanno mosso il
nostro fondatore fino ad oggi. Ed ho pensato di farlo tramite
un'intervista. Ma è bene chiarire fin da subito che si tratta di
qualcosa di più che di una semplice conversazione. Nelle seguenti
venti domande, con relative risposte, è condensato quasi un secolo
di storia. L'intera vita di un uomo. Ciò che leggerete vi farà
capire quello che maldestramente ho provato a spiegarvi in questa mia
introduzione; ovvero sia che ci troviamo di fronte ad un esemplare
raro per il nostro tempo, di cui è importante preservare la memoria
e la testimonianza. Soprattutto per noi giovani, figli di una società
che ci propina i peggiori esempi, educandoci al lassismo ed allo
scoramento generalizzato. Ecco il senso ed il Valore di questa
intervista a cui tengo tanto. L'esempio vivido e coerente di
Ferruccio deve trasmetterci la forza di proseguire lungo un percorso
quanto mai periglioso, ma necessario, senza aspettarsi chissà quali
ricompense, ma solo per il sacrosanto Dovere di farlo. Fedeli al suo
motto più caro: “cerchiamo la Patria: il resto ci sarà donato in
sovrappiù”.
Buona
lettura a tutti voi!
Sandro
Righini
INTERVISTA
A
FERRUCCIO BRAVI
 |
FERRUCCIO BRAVI
08-04-2016 Festeggiando il novantatreesimo compleanno con la prof. Gloria Rodriguez collaboratrice nel Gruppo di Studio 'Aurinaucus' di Caracas |
1)
Classe 1923. Nato a Roma, ma vissuto per tantissimi anni a Bolzano.
Due città, due lembi d'Italia così distanti fra loro, a cui
appartenevano i tuoi genitori. Ci racconti qualcosa di loro?
Sì,
sono nato a Roma, però non posso dire “Civis Romanus sum”: i
Romani autentici sono scomparsi dalla Città Eterna fin dal tempo del
sacco di Alarico e i loro discendenti sono sparsi altrove in Italia.
Sono
di padre ‘romanesco’ a sua volta di ceppo centro-settentrionale:
nessuna relazione con i ‘bravi’ manzoniani: il casato esisteva
già nel Bresciano qualche secolo prima della dominazione spagnola.
Non fu mio antenato nemmeno il ‘frate Bravi’, lo schiericato
della ‘Secchia rapita’ condottiero di “uomini pravi” in una
delle consuete miserabili contese municipali d’un’Italia che
anche allora era uno spezzatino alla mercé dello straniero.
Dò
per sicuri solo i recenti antenati marchigiani che, come tanti altri
sudditi dello Stato Pontificio, erano attirati da Roma come le
formiche dallo zucchero. Non erano nobili di sangue, né d’estrazione
bottegaia, ma burocrati e militari. Me ne contento.
Meno
incerta e per nulla banale è la mia ascendenza materna: gli
Zeno-Doliana ai quali sono risalito sfruconando fra le carte del
Principato Vescovile di Bressanone presso l’Archivio di Stato di
Bolzano (dove fui reggente e poi direttore dal ’50 al 70 con
qualche breve interruzioni per conferimento d’altri incarichi).
Cito un certo Pietro Zeno bottegaio di Tesero e Vigo di Fassa nel
Trentino che all’alba del Seicento, strusciando i banchi di chiesa
e le tonache degli alti prelati di Bressanone avviò il figlio
Daniele alla carriera ecclesiastica. Struscia-struscia da semplice
prete Daniele diventò canonico e poi, nel 1627 principe vescovo di
Bressanone. Morì l’anno dopo, appena 44enne. Al contrario del
padre – venale e ignorante – era di specchiata moralità e di
vasta cultura. Però scriveva in un italiano da groppi, a scappar
via.
 |
LETTERA DI DANIEL ZENN (Daniele Zeno), CANONICO BRISSINESE, POI PRINCIPE VESCOVO DI BRESSANONE
(da: F.Bravi, Processo al Seicento, Bolzano, CDS, 1973)
in data Trento, 10 marzo 1625, al cancelliere vescovile dottor Giacomo Migazzi. Zeno sostò a Trento diretto a Roma per versare alla Chiesa le annate del vescovo brissinese Ottone Agricola. Fra l'altro, accenna ai rischi di allora nei viaggi verso il meridione d'Italia. |
A
dare la misura del livello culturale e della specchiata moralità di
Daniele basti il motto che si legge sul suo stemma principesco, un
motto che precorre il pensiero di Schopenhauer: «Esse, non habere,
nec haberi». Per chi non ha il privilegio di intendere la lingua dei
nostri padri antichi traduco, a senso: «Essere, non possedere, né
essere posseduti». Un principio saggio e santo: l’avessi appreso e
seguito nella mia prima gioventù avrei avuto una vita serena invece
che convulsa e contraddittoria. Gli Zeni esistono tuttora nel paese
di mia Madre e ce n’è anche uno a N.York che si chiama Daniele. È
un guru dell’informatica. L’avessi qui a Caracas! Mi sentirei un
po’ meno imbranato nell’uso del giocattolone informatico.
Tra
i Doliana della linea maschile degli ascendenti materni cito un certo
Iaco, pure del ‘600, che fu curato della chiesa di Tires (Bolzano)
e tirapiedi dei nobili Colonna del ramo bolzanino. Non era uno stinco
di santo, ma alquanto venale e trasgressivo più o meno come certi
servi di Dio contemporanei. Allo stesso ramo apparteneva la mia sposa
– Caterina Doliana di Martino e di Vittoria Trettel – che era
quel che si dice un’anima bella, avvenente anche nell’aspetto. È
scomparsa prematuramente. Fu l’evento più doloroso nella mia lunga
esistenza.
Per
curiosità cito un’ascendente Doliana, Maria, processata per
‘stregoneria’ e arsa viva per maleficio diabolico avendo
somministrato agli infermi certe erbe che riteneva – ed erano –
medicinali. Non avvenne nel medio evo ma nel 1690 a Merano. Nessuna
meraviglia: Sotto la Santa Austria i roghi medievali si protrassero
fino ad età recente. (Ne accenno a pag 10 del mio studio Processo al
Seicento, Bolzano, 1973). I santi roghi son tornati di moda: si
ripete nell'Islamismo ciò che infamava il Cristianesimo nei secoli
bui. È di qualche mese fa la notizia della “Strega di Sirte”
decapitata dall’Isis.
2
– Tua madre morì in giovane età e non hai fatto a tempo a
conoscerla. Come hai passato gli anni della tua infanzia?
All’inizio
del primo conflitto mondiale mia Madre, Caterina Doliana suddita
austriaca e fervente irredentista affiliata alla Lega Nazionale si
rifugiò a Roma in un convento di suore e per il buon cuore di mia
nonna Luigia degli Ottaviani, italiana patriottica e generosa, fu
ospite in famiglia. Purtroppo le dure vicissitudini trascorse la
debilitarono da morire giovanissima.
Di
conseguenza restai orfano a pochi mesi e per quattro anni fui
rimpallato da un parente all’altro di Roma e altre parti di
un’Italia dai confini un po’ meno risicati degli attuali.
Sorvolando
su altri soggiorni altrove accenno a quello di strapaese, a Forano,
il classico Forum Iani nella Sabina. Ne
accenno perché fu li che mi rivelai istintivamente razzista: da
cittadino strigliato in scarpette di vernice detestavo i coetanei
‘burini’ dagli scarponcini alti e spesso assestavo loro i calci
negli stinchi. Gli aggrediti li prendevano senza reagire, non per
vigliaccheria ma per obbedienza ai genitori.
Diversamente, nerboruti com’erano, mi avrebbero ridotto a
spezzatino. Un perché c’era: mio padre Lamberto, bibliotecario
della Sanità Pubblica, aveva sveltito la pratica per l’attivazione
dell’acquedotto. Appena sulla metà degli anni venti il bestemmiato
regime fascista, a differenza dei denigratori che elargiscono al
popolo aria fritta, portava acqua a tutti i centri rurali che da
secoli la ricevevano solo dalle nuvole. Ditene
peste ma non coprite la verità scomoda insieme
con
le porcherie dell'attuale
casta politica che
non sa mettere pietra su pietra.
3
– So che passasti anche un breve periodo a Zara, da poco riunitasi
alla madre patria dopo lunghe vicissitudini. Cosa ricordi del tuo
soggiorno nella Dalmazia italiana?
Si,
fra
le successive peregrinazioni è
giusto ricordare
l’approdo a Zara, dove fui
accolto dalla
mia zietta Anna Philipp che rideva sempre e
parlava il bel vernacolo veneto locale.
Lo parlava, si sarebbe detto, con la convinzione che anche nel resto
del mondo si parlasse dalmata. A tutt’oggi questo dialetto
sopravvive per merito della residua collettività italiana appoggiata
dalla Lega Nazionale.
 |
ZARA ITALIANA 1927
Un muléto dell'altra sponda, felice,
con le ziette dalmate e al timone del soprèsso de Puntamiga.
Il muléto sono io all'età di quattro anni.
Soprèsso vuol dire 'ferro da stiro'. Così, per la strana forma,
si chiamava il vaporetto che collegava la città al Lido incantevole di Punta Amica. |
La
zia Anna era sposa novella e spesso mi lasciava solo sulla spiaggia
di Puntamiga sotto la canicola per godersi la passeggiata romantica
con lo zio Vincenzo. Una volta, più accaldato che mai sul mezzodì,
adocchiata una bottiglia di ‘dalmato’ sotto l’ombrellone, mi
rinfrescai con qualche generosa sorsata: fu una storica ciucca,
l’unica della mia lunga vita, essendo astemio come un beduino
secondo la tradizione della mia sobria ascendenza.
4
– E dopo Zara tornasti a Roma?
Esatto.
Verso la fine del 1927. Dei successivi ricordi
nella città natale, ne rievoco uno di valore pedagogico che rende
l’idea di quello strano labirinto che è il cerebro infantile. Alla
soglia dei cinque anni fui rinchiuso in un asilo di Monteverde
gestito da certe suore incappucciate che ci sostentava con cavoli,
rape e altro che, a paragone, il peggior rancio della naja diventa
manicaretto. E, come la peggior mafia, ci educava a bocche cucite.
Quella prigionia durò pochi mesi, ma abbastanza da rientrare in
famiglia muto, enigmatico e anoressico. L’amatriciana e altre
prelibatezze della cucina romanesca mi facevano schifo. Mio padre
esasperato, dopo averle provate tutte, anche con le cattive, minacciò
di riconsegnarmi alle incappucciate. Il terrore fu tale che divenni
‘spaghettaro’. Duecento grammi di pasta a peso crudo più la
‘pummarola ‘ncoppa fu il mio piatto unico preferito in gioventù
e lo è anche ora, ovviamente ridotto di metà.
Comunque
fra le suorine incappucciate e gli apologeti dell’abbuffata la
giusta misura è sulla metà. Se alla soglia della novantatreesima
primavera sono ancora lucido e sano, questo lo devo all’osservanza
del sacrosanto precetto oraziano: “In medio stat virtus”.
5
– Al di là della parentesi nell'istituto religioso, si può dire
tu sia cresciuto sotto l'egida del Fascismo, che in quegli anni tanto
si prodigò per la gioventù italiana. Come si svolse la tua
educazione negli anni del regime?
Il
rapporto con le associazioni giovanili fu per me problematico. Ero
condizionato da carenze educative a seguito dei continui mutamenti
nella prima infanzia, lontano da mio Padre vedovo e solo: ero
disordinato, istintivo, bizzarro. Figurati un soggetto del genere in
un ambiente dove si additavano a modello Muzio Scevola, Pietro Micca
e Cesare Battisti, dove 'squillava il nome del Ragazzo di Portoria',
Giovanni Battista Perasso detto Balilla, come la prestigiosa robusta
Fiat che era in cima ai desideri dei padri e ancor oggi suscita
emozione e tenerezza in antiquariato. I miei coetanei erano svegli,
scattanti, gioiosi di vivere, l'esatto contrario di chi, ora, è
giovane solo agli effetti anagrafici.
Dal
canto mio, ero delicatino e bamboccio. Mi chiamavano Gelsomino. Madre
Natura mi aveva dotato di garretti di lepre e cuore gagliardo; ma ero
afflitto da un'animula blandula altalenante fra esitazioni ed ansie.
In
palestra ero una frana. Nel salto in alto prendevo una gran rincorsa
e mi bloccavo alla traversa. I compagni ridevano, mi sentivo più
meschino che mai, peggio di quel vigliaccone di Don Abbondio che
diceva: «Uno il coraggio non se lo può dare».
Non
è vero. Me lo son dato, il coraggio, e sono uscito dalla schifosa
palude. Non da solo, ma con l'aiuto e la guida di un istruttore
umano, paterno, seppur manesco e militarmente rigido. Ho vivo nel
ricordo il mio benefattore: Volpi si chiamava, già tenente dei
bersaglieri nella'15-'18, decorato di medaglia d'argento.
 |
GIOVENTU' ITALIANA DEL LITTORIO
Le muléte zaratine sfilano lungo la Riva Nuova. In Dalmazia vestire la divisa voleva dire, prima che Fascisti, <<essere meravigliosamente italiani>>. |
Nell’Opera
Nazionale Balilla era un centurione non proprio evangelico, un
fascista di grinta che ci credeva. Di certo non rinnegò. Avrà
pagato ben cara la sua coerenza. Che Farinata fosse ghibellino,
guelfo, bianco o nero come l'inferno, o partitante di se stesso,
nulla toglie o aggiunge alla sua statura. Sta di fatto che
l'istruttore Volpi mi cambiò da così a così. Fece di me un
moschettiere infaticabile nelle marce, niente male negli esercizi
ginnici, scoiattolo alla pertica, alipede nei 100 metri. Restava un
solo timore: di non aver abbastanza coraggio all'occasione, per cui
diventai spericolato al limite dell'incoscienza. Da un estremo
all'altro: "dum vitant stulti vitia in contraria currunt".
6
– Questa smania di dar prova di sé, questo eroismo civile, era un
sentimento condiviso anche tra i tuoi coetanei?
A
quel tempo si era tutti più o meno affetti da 'balillite' acuta,
smaniosi di guadagnarci la Croce al Merito per un atto di valor
civile, a rischio della vita «che a rischiarla sai quanto vale».
L'impegno morale era al di là delle forze, qualcuno di noi restava
indietro, ma poi recuperava. Come fu nel mio caso.
Mi
esaltavo alle tavole di Beltrame sulla "Domenica del Corriere"
che di tanto in tanto raffiguravano l’atto eroico del piccolo
moschettiere, sempre inappuntabile nell'uniforme: fez inclinato a
destra, fazzoletto azzurro al collo, camicetta nera, gibernetta alla
cintura dei calzoncini grigio-verdi.
Ammiravo
estasiato l'intrepido balilla che si slanciava dal ponte con tuffo da
olimpionico, avrei dato Dio sa quanto per essere lui e meritare con
quel gesto l'agognata Croce d'argento e d'azzurro! Santa impazienza:
bisognava attendere l'occasione. E innanzi tutto saper nuotare; ma a
nuotare imparai anni dopo.
L'occasione
del ‘gesto eroico’, per così dire, mi si presentò nell’inverno
del ‘34, ma ci mise la coda il diavolo. Fu a Roma dove undicenne
frequentavo la prima classe nel Ginnasio Umberto I. Nell’attraversare
il piazzale del Colosseo che ti vedo? Una vecchietta che arranca
verso il binario del tram mentre so-praggiunge la 'Circolare'.
Getto
la cartella, mi butto a pesce e nella foga inciampo, la vecchietta
cade e io ci cado sopra. Brusca frenata. Il tranviere, un fusto
atticciato tipo Fabrizi, scende furioso berciando: «A' regazzí,
macché sei scémo? Ahó! A mmomenti v'acciaccavo a tutt'e ddue!».
Divento un pizzico; mai tanto svergognato in vita mia. Rimetto in
piedi la vecchietta mezza morta di paura, raccolgo la cartella e via
lesto a casa con una faccia da quattro in latino.
A
completare il quadro accenno al dopo. L'Opera Balilla divenne
Gioventù Italiana del Littorio e poi fu sciolta dalla
defascistizzazione. Svaniti i sogni e i castelli in aria, adesso ci
ritroviamo deliziati da una Gioventù Italiana del Mortorio.
Nella
"Domenica" del dopoguerra altro clima, altri disegnatori,
altra musica. L'ultima tavola che esaltava gli atti d’eroismo
civile, che io sappia, apparve sulla fine degli Anni ’40.
Protagonista un aitante fratacchione, in saio cordone e sandali,
tuffatosi nel fiume per salvare un Nonsochì. A maggior gloria del
Signore e della Diccì.
7
– Hai citato la Gioventù Italiana del Littorio. Cosa ti hanno
lasciato gli anni passati sotto la GIL?
Cosa
mi hanno lasciato gli anni della G.I.L.? Presto detto: un’acuta
nostalgia che, al confronto con la realtà attuale, suscita
indignazione.
Con
buona pace della retorica corrente posso affermare che la gioventù
degli “anni ruggenti” era l'esatto contrario di quella di oggi
che in massima parte è giovane solo agli effetti anagrafici. Non sta
a me condannare, né giustificare il modello standard contemporaneo
del ragazzo che si droga per evadere da un'esistenza demotivata e si
stordisce nel fracasso delle discoteche per sentirsi vivo.
8
– Passiamo oltre. Allo scoppio della guerra non avevi ancora
compiuto diciott'anni. Quale fu la tua istintiva reazione di fronte a
quel drammatico evento?
All’entrata
dell’Italia in guerra, il 10 giugno del ’40, ero diciassettenne,
assunto in prova come dattilografo presso l’Archivio di Stato di
Roma.
Esordiente
e ignorantello qual ero mi trovavo a disagio fra colleghi maturi
d’età e di grande cultura, quasi tutti antifascisti, al solito
borghesi marci e disfattisti. All’annuncio dell’intervento si
fregarono le mani. Non per zelo patriottico ma per infame prospettiva
di disfattismo. Uno di loro esternò sadicamente la sua euforia:
“L’Italia ne uscirà
fracassata. Questa sarà proprio la volta buona per toglierci il
Capoccione dai santissimi!”
Fu
profeta. Come altri farabutti che – a dirla col Giusti – ‘colsero
i frutti del mal di tutti’.
Fuori
di questa miserabile cerchia c’erano tre dipendenti di mezza età:
due erano reduci e mutilati della Grande Guerra, il terzo un aitante
gioviale toscano per il quale vale la pena di allargare il discorso
essendo una figura emblematica a cavallo del Venticinque Luglio che
nella storia è la cartina al tornasole dell’opportunismo politico.
Era
un ‘fascista immarcescibile’ distaccato altrove ‘per speciali
compiti’, ma di fatto trascorreva le ore lavorative nei caffè di
via Veneto. Appariva all’Archivio solo il 27 del mese, in elegante
orbace, a riscuotere lo stipendio e, subito dopo, tela! con rigoroso
saluto romano.
Quando,
l’anno dopo, conseguii la maturità mi dette una manata sulla
spalla: «Bravo ragazzo!
Adesso, la è ora 'he tu faccia 'r tu' dovere. La Patria 'hiama».
Gli
feci intendere che, stando al dettame del duce, «il proprio dovere
si fa anche montando la guardia al fusto di benzina». Per intanto il
mio dovere lo assolvevo pigiando i tasti della 'Olivetti M40' al
posto d’un collega quarantenne che compiva il suo in Africa.
Aggiunsi
che da un pezzo sarei partito volontario; ma ci voleva la firma del
babbo e il babbo non voleva...
E
lui: «'odesto 'un gli è un intoppo. Io ‘onosco la via più
spiccia: gli è ir trampolino! Lascia fare a me». Il
'trampolino' era una spiccia trafila burocratica: da Giovane fascista
al GUF, di qui alla Milizia universitaria dove si imboscavano i figli
di papà, e infine ad altra specialità della Milizia dove si
rischiava di brutto.
Nel
novembre 1941 fui arruolato nella Milmart (Milizia Marittima di
Artiglieria Contraerei). Ero uno sbarbatello fra veterani
della’15-18. Fu l’unica specializzazione nel mio lungo servizio,
quasi tutto assolto da fante affardellato.
Non
logorerò la memoria né uggirò il lettore narrando le mie peripezie
militari che non ebbero nulla di eroico e straordinario, ma neanche
di vergognoso. Aggiungo solo che verso la fine del ’45 tornai nei
panni borghesi, deluso e ammaccato, al vecchio posto di lavoro più o
meno restato com’era.
E
al primo 27 del mese chi ti rivedo? Lui, il toscanaccio, pure in
borghese. Pacche sulle spalle ed effusioni varie.
Dice:
«Ti trovo bene! Icché mi 'onti di nòvo? O ccome ti senti, ora
ch’è tutto 'ambiatho?». Dico: «Non me ne parlare: è uno
sfascio, un casino in tutte le accezioni, dalle ‘segnorine’ che
puttaneggiano, ai partiti. Gli americani? Te li raccomando: pinzi di
vino già di mattina, volgari e arroganti, spadroneggiano e
insudiciano tutto. E li chiamano ‘liberatori’... Alla larga!».
«O
icché pretendi? – ribatté lui, visibilmente contrariato –
Ài mai visto varchiduno 'he ti dà un'inezia per niente? ‘Un
sono mi’a tutti ‘ome me. Tò: ò arrischiatha la pelle, io! E pe'
la 'àusa giusta... Leggi và». E mi spiana sotto il naso una
specie di bollettino parrocchiale additando due nomi in un lungo
elenco. Era un periodico dei lavoratori dello spettacolo aderenti
alla ‘resistenza’. I nomi erano il suo e della procace consorte,
artista di ‘varieté’, nota in ambiente per aver sprimacciato i
letti d’un baldo manipolo di gerarchi.
La
banda era cambiata, ma la musica era la stessa: ogni fine mese mi
toccava rivedere quel fascista immarcescibile pentito che, alius et
idem, continuava a scroccare lo stipendio per meriti resistenziali e
di alcova.
Finché,
come piacque a Dio, mi trasferii a Bolzano e non lo rividi più.
Aggiungo un cenno
all’«epurazione» che colpì duramente due miei zii fascistissimi
fino all’ultimo. Anch’io fui sottoposto a giudizio, ma fui
scagionato dal commissario epuratore che aveva la coda di paglia.
Sapeva che io sapevo: da zelante fascista si era
convertito per tempo all'antifascismo.
9
– Non ci sono proprio episodi che vorresti
ricordare della tua esperienza militare?
Ribadisco
che non ho voluto dilungarmi sulle mie vicende belliche dalle quali
non conseguii meriti, ma nemmeno demeriti.
Se
scorro il mio striminzito foglio matricolare mi sento piccolo piccolo
a confronto del mio
eroico amico, la M.O. Emilio Bianchi,
recentemente scomparso alla
bella età di 103 anni.
Bianchi fu uno dei sei ‘siluri umani’ che nel porto di
Alessandria infersero un colpo mortale alla marina britannica: in
coppia col sottotenente di vascello Durand de la Penne squarciò la
corazzata Valiant che restò immobilizzata nel porto per tutta la
durata della guerra.
Unica
opportunità di vantarmi è l’aver convinto l’eroe del mare a
descrivere le sue avventure in un diario edito dal ‘Centro di Studi
Atesini di Bolzano’.
Ho motivo d'orgoglio anche per l'aver corredato di note e parerghi la sua
narrazione e di aver composto graficamente il testo, pronto per la
stampa.
Per
il resto confesso che nei confronti dell’autore mi sentivo una
mosca cocchiera. Beh, sulla carta potevamo competere; ma sul mare…
Figuratevi
me, pigro nuotatore che in mare mi tengo appena a galla e se scendo
un metro sotto il pelo dell’acqua bisogna chiamare la
“Misericordia”.
Con
che coraggio appaiarmi a un eroe dell’abisso?
10
- Dopo l'esperienza bellica hai ripreso a
studiare e ti sei laureato all'università di Napoli. Raccontaci
qualcosa sul tuo percorso di studi.
Prima
dell’esperienza di guerra non avevo ancora iniziato gli studi
universitari: ebbi appena il tempo di iscrivermi, a Napoli.
Fu
la prima volta che vidi la città e ne conservo un brutto ricordo.
Non per i napoletani che giudico schietti e «tutto còre» ma per
l’orrore di un’incursione dei pirati dell’aria a stelle e
strisce nella notte precedente il mio arrivo.
Orrore,
sì, alla vista d’un quartiere popolare devastato nella notte dalle
“fortezze volanti” americane: nel pensiero mi affiorano vive come
allora le urla disperate della povera gente che aveva perduto
consorti, figli e casa. Quei mostri mastica-ciunghe avrebbero, sì,
meritato la forca e la macabra botola di Norimberga. L’obiettivo
era il porto ma, ad evitare la contraerei molto efficiente, quei
maledetti avevano scaricato le bombe, al solito, sulla popolazione
inerme, come poi a Roma il 19 luglio del ‘43.
Chiamateli
‘liberatori’, se vi piace. Io li chiamo criminali e vigliacchi
(Vietnam docet).
Ho
perdonato a tutti ma a loro mai. Al contrario, i popolani di Napoli
qualche anno dopo, al rimpatrio dell’occupante, cantavano: «Chi
à ddate à ddate à ddate / chi à avute à avute à avute /
scurdàmmece ‘o passate / simme ‘e Napule, paisà». Io quel
passato non lo cancellai dalla memoria; ancor oggi nutro una
avversione annibalica verso i ‘liberatori’.
Pochi
giorni dopo l’iscrizione all’università ero partito volontario.
Al ritorno, verso la fine del ’45, riattivai l’iscrizione.
Frequentai assai di rado: studiavo a casa e davo qualche capatina a
Napoli nell’imminenza degli esami. Di volta in volta constatavo il
progressivo mutamento ideologico di docenti affetti dal virus
marxista e anche di non pochi studenti sedotti dall’esca demagogica
e dalla prospettiva della laurea facile per merito politico.
Ricordo,
all’inizio, uno studente agit-prop del PC: dal portico del cortile
esaltava il Barbone di Treviri e il “Migliore” (Palmiro
Togliatti). Fu subissato di fischi, risate e pernacchi da una
discreta folla di studenti.
‘Pánta
rhèi’, dice Eraclito: tutto scorre; sta di fatto che quando mi
laureai – avanti negli anni: nel 1952 – il clima politico era del
tutto ribaltato: i Rossi occupavano un buon numero di cattedre e
oltre metà dei banchi; e a chi dissentiva niente fischi e pernacchi
ma «palliatoni» a pugni, calci e sprangate.
Comunque
me la cavai: fui esaminato da una commissione di docenti anziani e
tornai a casa laureato con un bel 105. Avevo avuto successo per una
tesi, in lingua tedesca, su Oswald von Wolkenstein, nobile tirolese
del ‘400’, discreto poeta, musico e giramondo, ma anche furfante.
Per me fu un po’ giocare in casa, avendo colto l’opportunità di
documentare la biografia con alcune scritture inedite dell’Archivio
di Stato di Bolzano dove, da Roma, mi ero trasferito nel ’50. Vi
ero entrato da modesto mezze-maniche della carriera e-secutiva, ma
poi vi conseguii gli incarichi di reggente, direttore e docente di
paleografia.
11
– A
Bolzano, se non sbaglio, facesti la
conoscenza di
Carlo Battisti. Cosa ricordi del grande linguista?
Si,
fu proprio all'Archivio
di Stato che incontrai il prof. Carlo
Battisti: un omino spiritato della Val di Non, un cervellone così,
glottologo principe, versatile al sommo. Era noto al grosso pubblico
per la pellicola “Umberto D.” di De Sica, storia d’un
pensionato povero e romantico. Fu l’unica sua esperienza
cinematografica e vi recitò da primo attore. Una pellicola da far
commuovere i sassi, la più verace della pretenziosa cinematografia
verista del dopoguerra.
Il
prof. Battisti frequentava l’Archivio di Stato per documentare la
germanizzazione forzata della toponomastica atesina (ad es. la forma
italiana Sarentino attestata nel 1263 poi mutata in Sarnthein e
l’idronimo Rienza apocopato in Rienz. – Altri esempi reperibili
in mie pubblicazioni sulla toponimia atesina).
Il
Maestro apprezzò la mia tesi e volle pubblicarla tradotta in
italiano nell «Archivio per l’Alto Adige» (annata 1955), col
titolo “Mito e realtà in Osvaldo di Wolkenstein, poeta atesino
del ‘400.”
Da
allora in poi restammo sempre in contatto per collaborazione e
amicizia.
12
–
Subito dopo la guerra
in Alto Adige iniziarono le tensioni tra i due principali gruppi
linguistici che abitavano sul territorio. Che
clima si respirava in quegli anni a Bolzano?
Appena
trasferito a Bolzano constatai gli effetti devastanti dell’autonomia
degasperiana che ghettizzava il gruppo linguistico italiano a
vantaggio dei cittadini allogeni. Fra gli orrori: la riesumazione del
‘maso chiuso’,
Questo
residuo di barbarie settecentesca, soppresso dal regime fascista,
stabilisce che nelle famiglie rurali il primogenito eredita tutto e i
fratelli minori, previo tenue formale indennizzo, sono ridotti alla
condizione di servi agricoli. Questa e altre discriminazioni, a danno
soprattutto dei cittadini di lingua italiana, furono concertate da
una intesa della sinistra ‘progressista’ con i clericali.
La
situazione linguistica era caotica: in massima parte gli atesini di
lingua italiana ignoravano il tedesco, e quelli definiti di lingua
tedesca parlavano tirolese. I più conoscevano l’italiano ma,
istigati dal partito clericale sud-tirolese (SVP), non lo parlavano.
Per me fu uno strazio comunicare con loro fin quando escogitai un
trucchetto: chiedevo di brusco “Sprechen Sie deutsch?” e questo
bastava a confondere l’interpellato che farfugliava in un italiano
trentineggiante. Per gli austriaci e i germanici, poi, comunicare era
una impresa titanica: nessuno li capiva tranne qualche cittadino
colto o bilingue.
All’Archivio
di Stato un visitatore di Colonia si congratulò con me che ero stato
l’unico bolzanino da cui era riuscito a farsi capire. Esultò:
“Priiima! Ein neapolitaner der so gut meine Sprache spricht!”.
Napoletano? Precisai che non lo ero essendo romano di nascita.
Andò
in brodo di giuggiole, disse che eravamo compatrioti essendo i
cittadini di Colonia, in gran parte, diretti discendenti dei Romani
antichi. Mi diventò amico e mi inserì nell’albo della sua
prestigiosa associazione la quale, per l’appunto, incentivava gli
studi sulla Romanità.
13
– Immagino che questa situazione ti portò
istintivamente a reagire in difesa
dell'italianità di quelle terre per cui, nella
guerra del '15-18, tanti compatrioti donarono
la vita. Quali
furono le tue prime attività culturali nel capoluogo alto-atesino?
A
Bolzano intensificai la mia attività di studioso soprattutto a
favore della negata italianità. Collaborai all’«Alto Adige»,
unico quotidiano sensibile alla difesa della nostra identità
nazionale. Il direttore militava nel PRI che due anni dopo gli impose
le dimissioni. Anche a me fu chiusa la porta in faccia: per i miei
sentimenti italiani avevo la fama di fascista.
Per
l’esattezza, dopo la mia estromissione, sul quotidiano atesino
apparve inopinatamente in terza pagina, sotto altro nome, un ampio
estratto del mio studio L’Archivio Storico di Vadena pubblicato nel
1962 in “Archivio per l’Alto Adige” di Carlo Battisti. Era il
profilo storico introduttivo, debitamente epurato dell’ultima
sezione che documentava l’ostinata resistenza dei vadenesi di
lingua italiana alla germanizzazione selvaggia da parte dei
tedescanti. Il
testo castrato era a firma del plagiario, un compiacente
collaboratore pirata del quotidiano conformista.
Me la cavavo senza infamia anche da vignettista avendo già collaborato,
a Roma, alla pagina umoristica di “Tribuna Illustrata” e alle
“Favole di Cineavventura di Fantera. A
Bolzano disegnai anche per il settimanale in lingua tedesca «Der
Standpunkt». Era un organo di stampa indipendente non ostile
all’italianità, e per questa ‘colpa’ fu costretto a cessare le
pubblicazioni.
Mi
ritrovai così del tutto ghettizzato. La mia attività in difesa
della nostra cultura proseguì nel Movimento Sociale Italiano, unica
formazione politica che, almeno a Bolzano, nulla concedeva alla
sovversione dei valori civili.
14
– Eri iscritto al MSI?
No.
E' giusto che apra
una breve parentesi
sulla mia posizione ideologica. Nell’immediato dopoguerra militai
nell’Uomo Qualunque che almeno in pri-mo tempo promuoveva la
riconciliazione degli italiani. Fondatore e presidente era Guglielmo
Giannini, uomo di spettacolo tuttavia di ben altro dna rispetto
all'attuale Beppe
Grillo. Dopo un paio d’anni l’U.Q. tralignò e io “feci parte
per me stesso”.
Poco
più tardi nacque il M.S.I. partito di raccolta dei perseguitati
politici e degli elettori delusi da marxisti e clericali. Al M.S.I.
non fui mai iscritto avendo giurato, dopo la delusione
qualunquistica, di rifiutare qualsiasi tessera di partito; comunque,
già a Roma, avevo collaborato attivamente nella federazione di corso
Vittorio Emanuele dove mi era stata affidata la redazione del
giornale murale. Seguii fedelmente Almirante nei comizi laziali del
’48 e mi guadagnai la sua stima.
Due anni dopo lo incontrai di
nuovo a Bolzano nella grande piazza della Vittoria straripante di
folla: mi riconobbe e mi restò sempre amico. Approvava e
incoraggiava la mia attività nel Centro di Studi Atesini di cui fu
estimatore e socio onorario.
 |
Telegramma di Giorgio Almirante in apprezzamento della mia <<INCHIESTA SUI NOMI DI LUOGO ATESINI>> |
15
– Quando e come nacque il periodico “La Vetta d'Italia”?
C'è
da fare un piccolo preambolo. Nella sede
bolzanina del MSI ripresi alla buona la mia attività pubblicistica
fondando il “Di-di-ti” (nome d’un insetticida di allora)
stampato – per modo di dire – da un duplicatore ad alcool: la
matrice era dattiloscritta e corredata di disegni a colori da me
incisi, per cui mi accoccarono il soprannome di ‘Graffiacarte’.
Anche l’impressione era alla buona: bisognava girare la manovella
con moto uniforme ed estrema cautela per ottenere, senza incidenti,
un centinaio di copie. Poche, sofferte e striminzite, però andavano
a ruba.
Tanto
lavoro e scarso frutto, fino a quando, un anno dopo il federale di
Bolzano – l’avvocato Andrea Mitolo già valoroso ufficiale degli
Alpini e ardente patriota – finanziò di sua tasca il periodico “La
Vetta d’Italia” di cui fui collaboratore assiduo dalla fondazione
(anno 1957) fin verso la fine del secolo scorso: oltre che saggi di
storia atesina vi pubblicavo sotto pseudonimo (Asmodeo e Totila)
vignette e satire non so quanto apprezzabili per umorismo, ma di
sicuro lesive nei riguardi dei politicanti vili e servili. Tant’è
che fui incriminato per reati di stampa ben tre volte, più o meno
pretestuosamente. Basti dire che fui imputato per “vilipendio alla
religione di Stato” (reato poi depenalizzato) per un trafiletto in
cui si deplorava che i cattolici avevano calato la cortina del
silenzio sui martiri della rivolta di Budapest. Avevo bollato la
complicità della Chiesa con un modesto “per tacer dei pulpiti”.
Tanto bastò per essere incriminato da una toga rossa che scorreva la
‘Vetta’ da cima a fondo setacciando pure le virgole.
Costui
era il procuratore della repubblica Corrias, già segretario del
presidente Saragat. Comunque la trappola giudiziaria non scattò, il
processo finì in barzelletta e io ne uscii illeso.
È
d’obbligo un ulteriore accenno alle mie vignette satiriche le
quali, erano apprezzate assai più dei miei sudatissimi articoli
sull’italianità dell’Alto Adige appesantiti da un nutrito
corredo di documenti necessario ma uggioso per il lettore:
artistica-mente i miei disegni non erano capolavori ma cavavano la
pelle ai negatori della italianità atesina. Il mio nome in calce
agli articoli era alquanto ignorato in ambiente, ma non lo pseudonimo
‘Totila’ (poi ‘Sval’, dall’eteronimo Silvano Valenti
tuttora noto ai miei lettori) apposto in calce alle vignette.
 |
UN MONDO PULITO
Vignetta estratta da: Vivere con il Latino |
16
– Che ricordi hai dell'avvocato Mitolo, della vostra amicizia e
delle sue battaglie politiche in quegli anni difficili?
Andrea
Mitolo (*Randazzo 16 aprile 1914 + Bolzano il 21 agosto 1991) spese
un’intera vita per la difesa della Patria e dell’italianità
dell’Alto Adige: ufficiale pluridecorato degli Alpini, combattente
in Balcania e nella R.S.I,. scampato alle stragi partigiane, federale
del MSI alto-atesino accanitamente avversato da rossi, clericali e
austriacanti della SVP, fondatore e direttore de “La Vetta
d’Italia” unico foglio altoatesino che abbia difeso l’italianità
della nostra provincia di confine.
Dell’avv.
Mitolo devo elogiare il suo altruismo, anche nei miei confronti.
In-coraggiava e apprezzava la mia collaborazione alla “Vetta” e
la premiò donandomi una Olivetti ultimo modello da poter
dattilografare spedito i miei articoli/testi senza eccessiva fatica.
Da valente avvocato assisteva i perseguitati politici e, per quanto
mi riguarda, mi dette assistenza in tre pretestuosi processi. Non era
obbligato a farlo con me che non ero iscritto al Movimento Sociale,
essendo solo un simpatizzante solidale nella sua costante
intransigenza nella difesa dei valori nazionali, unica nell’ambiente
altoatesino.
Fu
socio del mio Centro di Studi Atesini che sostenne e incoraggiò
nelle difficoltà. Con la sua scomparsa troncai ogni rapporto con
l’area missina che fu invasa da ‘convertiti’ ritardatari non
immuni dagli scontati mali della partitocrazia. Invasero anche le
colonne della “Vetta” in cui non ci fu spazio per la mia
collaborazione. A dare una idea del livello morale del nuovo clima
della “destra nazionale” accenno ad una giovane avvenente
coinquilina che, prima di approdare all’ambiente missino, ad ogni
quattro novembre sghignazzava quando imbandieravo le finestre. Era
d’estrazione clericale e di padre democristiano. «E questo fia
suggel ch’ogn’uomo sganni…»
17
– Oltre
all’avv. Mitolo anche altre personalità di rilievo
aderirono
al Centro di Studi atesini. Puoi
fornirci un elenco?
Oltre
ai già citati (Mitolo, Battisti, Almirante) elenco in ordine
alfabetico i più insigni aderenti o simpatizzanti del CSA:
Guido
Canali: direttore dell’Archivio di Stato di Bolzano (già
funzionario all’A.di S. di Zara e infine economo all’A.di S. di
Roma: autore di varie pubblicazioni storico-archivistiche e romantico
narratore.
Giorgio
Del Vecchio: docente e poi rettore dell’Università di Roma.
Nel 1921 aderì al fascismo che mai rinnegò. Ebreo, non ebbe vita
facile in clima di ‘leggi razziali’ di cui certi colleghi, per
amor di carriera, esigevano l’applicazione indiscriminata.
Rappresentò il neo-kantismo italiano, avversò il positivismo e
difese l’italianità dell’Alto Adige.
Roberto
Fondi: Docente dell'Università di Siena e membro dell’
“Accademia dei Rozzi” dove, mi invitò a presentare in anteprima
il mio studio «Il Sacro dei Mediterranei».
Aurelio
Garobbio (pseud. Bodincus): Irredentista ticinese, esule a
Milano, alpinista, narratore, autore di numerose pubblicazioni
prevalentemente sulla popolaristica alpina. Socio di antica data del
Centro di Studi Atesini che nel 1989 pubblicò e diffuse i suoi
pregevoli studi Gabriele d’Annunzio e i “Giovani Ticinesi”e
Begli esempi! Begli esempi! In margine ai ‘bimillenari ladini’.
Augusto
Marinoni: professore e articolista di “Volontà” periodico
dei prigionieri di guerra non collaboratori, autore del nostro studio
"Lingue ed etnie - La torre di Babele" , (Bolzano 1992) che
in chiara sintesi tratta delle "microculture" d'Italia e
dei particolarismi che promuovono a lingua i dialetti.
Rinaldo
Orengo: ingegnere ligure di ascendenza nizzarda, profugo A.O.I.
autore di varie pubblicazioni, in prevalenza di letteratura italiana
fra le quali L'Aedo: Gabriele D'Annunzio visto da G. D'Annunzio
edita dal Centro (Bolzano, 1985).
Achille
Ragazzoni: farmacista ligure di Collalbo (Bz) storiografo e
strenuo difensore dell’italianità di Nizza in numerose
pubblicazioni di rilevante valore storico fra le quali, edite dal
Centro: P. Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore, con
appendice poetica e un saggio su Zoldo nel 1848 (Bolzano, 1983),
“Un garibaldino dimenticato: Camillo Zancani da Egna”
(Bolzano,1988).
Nicolò
Rasmo (socio onorario): professore, letterato di vasta cultura,
direttore del Museo Cittadino di Bolzano autore di importanti studi
di storia dell’arte atesina.
Riccardo
Maria degli Uberti: discendente del
Farinata dantesco, prode combattente 1943-45, letterato autore del
saggio Ezra
Pound, da Rapallo a Castel Fontana pubblicato
dal Centro nel 1985.
Fra
le personalità contattate nella mia lunga permanenza in Alto Adige
cito anche la prof.
Livia Battisti figlia del Martire trentino con la quale ebbi un
polemico scambio epistolare in merito alla falsificazione di uno
‘storico marxista’ che aveva espunto da una lettera dell’Eroe -
alla consorte Ernesta, nell’estate del ’15 dal fronte del Tonale
– una esplicita dichiarazione sul-l’italianità del confine al
Brennero. La Livia, affetta essa stessa di marxismo, aveva
maldestramente difeso il falsario che fra l’altro insinuava che il
testo fosse stato manomesso non da chi aveva soppresso la frase, ma
da chi l’aveva fedelmente riportata.
 |
Livia Battisti a Ferruccio Bravi da Trento, 4-I-1967
Estratto da: AA.VV., L'Italia al Brennero - 1918-1988, ediz. de "La Vetta d'Italia" Quaderni della Clessidera, n.8, Bolzano (Presel) III ediz., 1988. |
Ben
altra statura aveva la Ernesta Bittanti, vedova del Martire che
anteponeva l’Italia alla passione politica.
Ricordo
che, una decina d’anni prima della mia breve disputa con la figlia
Livia, mi aveva inviato poche righe per ringraziarmi di averla
divertita con certi epigrammi vignettati che avevo diffuso a Trento
in occasione della prematura erezione dello sconcio suppositorio ivi
innalzato al ‘trentino pre-stato all’Italia’.
Aveva
apprezzato la vignetta in cui Dante, “l’eterno esule”, scendeva
crucciato con una valigetta ventiquattrore
dal piedistallo del suo Monumento brontolando un’invettiva contro i
trentini: «Se preferite a me il
democristiano / faccio fagotto e me ne vo’ a Bolzano
». In particolare le era piaciuta la ‘sfumatura lirica’ d’una
mia quartina su ‘el ròcol del pôr Cesar’ (il Sacrario trentino
del Martire)
“Quando
imbruna, sul Doss Trento
scende
un angelo dal cielo
e,
pietoso, stende un velo
sopra
l’altro monumento”.
18
- Il Centro di Studi Atesini per tanti anni è stato un faro di luce
nella buia notte della cultura italiana. Puoi raccontarci come nacque
e riassumere brevemente la sua lunga e preziosa storia?
Il
Centro di Studi Atesini è nato nel 1982 dalla ristrutturazione del
Centro di documentazione storica per l’Alto Adige da me fondato nel
1977. Fin dalle origini il Centro fu affetto di micragna cronica,
scotto dovuto da chi è determinato ad essere libero. Sotto il sistema autodefinito ‘democratico’ danaro e libertà son diavolo
e acqua santa.
L'istituto operò a lungo con scarse risorse e nell’isolamento
culturale. Ad abbattere la cortina del silenzio giovò il sostegno
d’un illustre amico, il dott. Agostino Podestà, Prefetto di
Bolzano nei difficili anni delle “opzioni”, scampato a nazisti e
partigiani che gli davano la caccia perché di fervidi sentimenti
italiani. Fra l’altro, negli anni ’30, aveva pubblicato tre
splendidi volumi che documentano l’italianità linguistica nel
vecchio Tirolo cisalpino. Fu lui, con il concorso di un facoltoso
parente (l’industriale Pernigotti), a finanziare una vetrinetta per
esporre i nostri studi sull’italianità alto-atesina silenziati
dalla stampa locale.
La
vetrinetta fu piantata a Bolzano, al margine del verde di Piazza
della Vittoria: salda su due massicci paletti d’acciaio cementati
in profondità; e opportunamente corazzata nella facile previsione di
vandalismi da parte dei soliti ignoti che avevano già ripetutamente
fracassato la bacheca d’un periodico monarchico in odore
d’italianità. Fu danneggiata seriamente solo due volte; ma fu un
veicolo di propaganda quanto mai efficace. Non poche pubblicazioni
del Centro – a rigore, di bassa tiratura – furono esaurite in
breve, la cerchia dei Soci superò la quota di 150, le nostre
conferenze erano frequentate.
Nel
2002, in vista degli ottant’anni, passai il ‘testimone’ del
Centro a due giovani che stimavo degni della successione. In soldoni
consegnai un robusto attivo di cassa (una cinquantina di milioni di
vecchie care lirette) e una cospicua scorta di pubblicazioni da
distribuire alle principali biblioteche.
Da
parte mia non tirai del tutto i remi in barca: continuai l’attivita
nel gruppo di studio “Auser” – ora provvidenzialmente diretto
da te, Sandro – e infine nel solo gruppo-fantasma “Aurinaucus”
fondato nel mio buen retiro venezolano.
19
– Tra le pubblicazione del CSA, mi piace ricordare quella che fu
per me la prima lettura di un tuo testo: “Il Sacro dei
Mediterranei”. Un lavoro a mio modesto parere importante, non solo
perché fra i pochi che affrontano il misterioso mondo degli antichi
Reti, ma perché getta lo sguardo sul loro primordiale universo
religioso e ci pone di fronte a quelle essenziali domande, che
nonostante millenni e millenni, sono ancora infisse nel cuore d'ogni Uomo.
Ti domando ora, al di là della triste parentesi infantile
nell'istituto religioso, qual'è stato il tuo rapporto con il Sacro
durante la tua lunga vita?
Premetto
che «Il Sacro dei Mediterranei» è esaurito e che è imminente la
diffusione in rete di una seconda edizione riveduta, integrata da
nuovi elementi e da un tuo testo in Appendice.
Quanto
al mio rapporto con il Sacro nel corso della mia lunga esistenza il
discorso si fa lungo e tortuoso. A dirla breve: sono nato in una
famiglia di tradizione cattolica, cresciuto al tempo di una Chiesa
apostolica e romana che non dava scandalo, ero credente e praticante.
Questo perché nell’anteguerra le tre autorità cardinali –
Chiesa, Stato, Famiglia – non davano scandalo e parlavano lo stesso
linguaggio. Restai cattolico anche dopo lo sfascio del ’45,
malgrado il voltafaccia del Vaticano che turibolava l’ “Uomo
della Provvidenza” finito, ben disse Pound, “due volte
crocifisso” (dalla Chiesa e dai mercenari rossi al soldo
dell’invasore oltre che dei grossi capitalisti). Benché recalcitrante rimasi cattolico anche negli
anni precedenti il sacrilego ribaltone del Vaticano II; non per amor
di Dio – un dio ridotto a contraddittorio pretesto di simonia e
voltafaccia – ma per affetto alla mia adorata sposa, praticante e
coerente, che seguiva anche un tredicesimo comandamento: subire un
torto piuttosto che farlo ad altri. Ricordo lo sgomento suo nel
tornare dopo il sermone di un disinvolto pretacchiolo in ‘clergyman’
sulla coscienza individuale: a sentirlo, ognuno di noi è giudice
incontrastato delle proprie azioni. “E allora – mi disse sgomenta
– allora con i miei scrupoli, con i miei sensi di colpa sono
destinata alla dannazione eterna!”. Fu il colpo decisivo che aprì
la mente alla riflessione. Capii che le tre ‘religioni’ del
deserto – incoerenti, assurde e perfino sterminatrici sono uno
specchietto per le sciocche allodole che vuotano la borsa per
arricchire la sacra bottega. E il mio Dio – possente, sapiente e
clemente in assoluto – sono andato a cercarmelo nella Natura e l’ho
trovato. Come il nostro nobile antenato latino che nel silenzio della
selva mormorava “Deus inest’.
20
– Siamo in conclusione Ferruccio. Nel ringraziarti per averci
regalato questa lunga e ricca intervista, in cui abbiamo attraversato
quasi un secolo di storia, vorrei chiederti di dedicare un ultimo
pensiero al futuro della nostra Patria. Cosa ti senti di dire alla
nostra gioventù?
Sul
futuro della nostra Patria? Considerata spassionatamente lo stato
attuale dell’Italia – peggio di così è impensabile – è
lecito coltivare una speranza di riscatto. Le disavventure del nostro
popolo dalla catastrofe del ’45 a oggi sono paragonabili alle
esperienze di Pinocchio, il burattino che ascolta il gatto e la volpe
invece che la saggia fata dai capelli turchini di fugace e vana
apparizione: la testa di legno si trova a suo agio nel paese dei
balocchi dove muta in testa d’asino venduta dal gestore che canta
“la notte gli altri dormono, ma io non dormo mai”. Tutt’uno con
l’imperversante demagogo marpione. Infine: il naufragio e il
ravvedimento. L’Italia sprofonda ma è da sperare un ravvedimento
del popolo ingannato.
Quanto
al sermone da rivolgere alla nostra gioventù mi trovo a disagio
essendo bacucco ultranovantenne. L’anziano è misoneista e
morbosamente condizionato dal clima della sua gioventù. Può
acclimatarsi ai tempi nuovi solo se coerente con il clima del tempo
anteriore, come già il mio nonno paterno, prode ufficiale di
cavalleria, il quale aderì con entusiasmo al Fascismo che
considerava logico epilogo del Risorgimento. Ora, al contrario, il
regime fascista è in netta antitesi con ciò che si definisce
‘sistema democratico’, di fatto dispotico, inetto e corrotto. .
La
gioventù è smarrita, demotivata, abbandonata a se stessa da
genitori irresponsabili, educatori e insegnanti immaturi o
degenerati; la disoccupazione giovanile va oltre il 50%. Vittima
della noia, vegeta e si stordisce con droghe e musica parossistica.
Ciò malgrado è sorta spontanea una crescente minoranza di giovani
italiani che ha fede nei grandi valori e ricerca nel passato ciò che
si nega o si vieta, ma dà un senso all’esistenza. Come si diceva
dei baldi ragazzi degli anni ‘30 sono la primavera della vita, la
speranza della Patria, la certezza del domani.
Tutto
scorre e ho fede nel nostro riscatto. Chi vive a lungo vede le cose e
il contrario delle cose: sono vissuto giovane negli anni ruggenti,
maturo e anziano in quelli depressi e forse farò in tempo ad
assistere alla Redenzione.
Immagini di Ferruccio Bravi
2009 1976 1948