Avremmo
dovuto pubblicare quest'articolo il 24 maggio, in occasione del
centounesimo anniversario dell'intervento italiano nella Prima Guerra
Mondiale. Non a caso l'autrice aveva scelto una foto emblematica
d'apporre in testa allo scritto: quella di Antenore Cervi in divisa
da soldato dopo la Grande Guerra. Questo perché l'articolo che andiamo
a pubblicare tratta della misteriosa morte dei sette fratelli di
Gattatico. Vi chiederete cosa c'entri con l'epopea della Grande
Guerra un articolo investigativo sull'esecuzione di quelle che possiamo
definire delle vere e proprie icone della Resistenza? In effetti
nulla. Il nostro semplice intento era quello di rimarcare, una volta
di più, come ogni italiano della più disparata provenienza, fede
politica, estrazione sociale, prese parte ai tragici e gloriosi
eventi che segnarono il '15-'18. E che proprio tra il fango ed il
sangue delle trincee, l'Italia diede prova di una coesione mai prima
così ampiamente sperimentata.
Purtroppo
oggi, tristi figuri anti-nazionali, interessati soltanto a lucrare
sulle sofferenze e le morti altrui per garantirsi il potere,
imperversano ai vertici del nostro sistema politico. Persone che
preferiscono festeggiare i momenti di divisione e di lutto, piuttosto
che quelli che ci uniscono, perché hanno tutto l'interesse a tenerci
divisi e a ricordarci che siamo bianchi, rossi, neri e mai Italiani,
figli di una stessa Terra e di una secolare Storia. Ed è giusto che
noi, finché avremo voce, testimoniamo quello che non vogliono farci
ricordare. Per questo avevamo scelto il 24 maggio come data di
pubblicazione, anche se l'articolo parla di avvenimenti della Seconda
Guerra Mondiale.
Aggiungiamo
poco altro riguardo il testo di Maria Cipriano, che è un onesto
tentativo di far luce su vicende quanto mai difficili da decifrare
per la mancanza di documenti e per la fitta cortina di nebbia che vi
è stata costruita attorno. Molte sono le domande esposte dalla
nostra collaboratrice, che in questo scritto ha dimostrato grande
tatto e pacatezza nell'affrontare un tema così difficile e
scottante. A tutti voi i nostri migliori auguri di una buona lettura
e di una feconda riflessione.
Sandro
Righini
LA FUCILAZIONE DEI 7 FRATELLI CERVI
![]() |
Antenore Cervi, il fratello che non parlava mai, religiosissimo, dedito solo al lavoro e alla famiglia, qui ritratto orgoglioso nella sua divisa dopo la Grande Guerra |
I
fatti della Storia, come quelli della Scienza, sono fatti obiettivi,
ma quasi mai facilmente verificabili e controllabili. Lo scorrere del
tempo, l’assenza o penuria di documenti e testimoni,
l’attendibilità dei medesimi, gli interessi di parte, le passioni,
la difficoltà d’interpretazione e altro ancora, sono fattori
fortemente inquinanti della verità storica, e impongono allo
studioso interrogativi e approfondimenti continui. Da qui la
necessità della critica storica, branca della storiografia deputata
a indagare al di là dei documenti scritti e orali, andando a fondo
nelle questioni.
Entrando
nel merito della seconda guerra mondiale, nonostante essa sia così
vicina a noi nel tempo, le difficoltà aumentano anziché diminuire,
al punto che a tutt’oggi molte domande rimangono senza risposta o
sussistono più versioni di uno stesso fatto. Il Fascismo in
particolare presenta lati oscuri e controversi, mai chiariti. La
Resistenza stessa, riguardata fino a poco tempo fa come una vetrina
di eroismi e integerrima lotta di popolo, si è vista spogliare delle
sue sovrastrutture ideologiche e abbellimenti, mettendo a nudo
lacune, errori, e, cosa che pareva impensabile, delitti e colpe di
svariati suoi protagonisti.
Guardando
soltanto a un singolo episodio di essa, apparentemente incontestabile
come la fucilazione dei sette fratelli Cervi, a tutti nota, la
critica storica avrebbe di che appuntare le sue attenzioni, a
dimostrazione di quanto anche i fatti della Storia più acclarati e
scontati, messi al vaglio di essa, presentano falle e punti oscuri.
Per
decenni i fratelli Cervi sono stati un’icona intoccabile della
Resistenza, eletti a simbolo glorioso della medesima. Per decenni
nessuno ha osato proferir parola su questo altare costruito per
ordine di Palmiro Togliatti intorno a questa famiglia contadina della
provincia di Reggio Emilia, i cui radicati e radicali sentimenti
antifascisti hanno costantemente tenuto banco in numerose
commemorazioni della Resistenza davanti a stuoli di giovani e meno
giovani.
Adesso,
però, di fronte all’ultima generazione di italiani che ha
cominciato a sentire anche l’altra campana e imparato a misurarsi
con la drammatica delusione dei fatti odierni, la storia dei sette
fratelli osannati come partigiani comunisti, fucilati dai sempre
malvagi fascisti il 28 dicembre del 1943, durante il Natale, senza
darne regolare notizia con l'indicazione dei nomi e senza stilare un
certificato di morte, quando la guerra civile era ancora agli albori,
quando erano stati rimandati a casa per le festività una trentina di
antifascisti dallo stesso carcere, in una zona in cui comandava un
prefetto fascista noto per la sua moderazione e che non voleva
rappresaglie (Enzo Savorgnan), e un federale dal carattere
accomodante (Giuseppe Scolari), rende lecito porsi alcune domande.
Che furono poi le domande che si posero gli stessi antifascisti,
messi di fronte a questo episodio che, non diversamente da altri
accaduti nel biennio della cosiddetta Repubblica di Salò, presenta
fastidiosi punti interrogativi. E infatti, nonostante il clima del
dopoguerra fosse tutto improntato a smania di vendetta,
giustizialismo spicciolo ed esaltazione delle gesta dei partigiani,
anche gli antifascisti non poterono fare a meno di porsi questa
semplice interrogazione: perché i fascisti fucilarono i sette
fratelli Cervi senza lasciarne neanche uno vivo, quando essi non
agivano espressamente agli ordini del PCI (né della DC, né del PSI,
né del Partito d’azione), volevano rimanere autonomi, e,
nonostante la conclamata opposizione al regime, si rifiutavano di
ammazzare chicchessia, venendo meno alle direttive e
all’indottrinamento dei commissari politici?
La
“banda Cervi” era una banda “fai da te”, piuttosto libera,
dedita al ricovero di prigionieri fuggitivi, sabotaggi e colpi di
mano senza spargimento di sangue, una banda a cui in verità soltanto
quattro, dei sette fratelli, appartenevano: politicamente ingenua,
mista di comunismo, cristianesimo, pacifismo, altruismo, democrazia,
fede nell’Unione Sovietica e, perfino, nell’Inghilterra, in un
coacervo di ideali in contrasto gli uni con gli altri, buona parte
dei quali possono a mente fredda definirsi chimerici. Il
padre-patriarca Alcide Cervi, antifascista per lunga tradizione,
proveniva dal partito popolare di Don Sturzo, antenato della DC, e
tutta la famiglia risentiva delle sue idee, alle quali aveva
successivamente sovrapposto l’infatuazione per l’Unione
Sovietica, creduta da lui il regno del bene, e altre personali
convinzioni su cui non gradiva essere contraddetto, come quella che
Cristo fu il primo socialista della Storia. A ciò si erano aggiunte
le confuse idee comuniste del figlio Aldo, apprese nel carcere
militare di Gaeta dov’era stato detenuto vari mesi per un episodio
poco chiaro d'insubordinazione nei confronti di un ufficiale
fascista.
Questi
fratelli, gran lavoratori, molto legati tra loro ma non tutti uguali,
alcuni più di altri desiderosi di emanciparsi e di studiare e a cui
la campagna stava stretta, alcuni più di altri anelanti a diventare
proprietari e che in Unione Sovietica sarebbero finiti tutti quanti
dentro un gulag, dettero al regime Fascista nel corso degli anni quel
modesto filo da torcere che, se non corredato da atti rilevanti, non
causava conseguenze. Infatti, tranne qualche ammonimento e fugace
arresto, le autorità avevano sempre lasciato correre, anche quando
il vecchio Cervi infinse una malattia delle sue mucche d’accordo
con un veterinario del paese per ingannare le autorità fasciste, e
quando furono messi in atto i soliti espedienti per non andare in
guerra. Era la classica famiglia contadina di infaticabili lavoratori
ed esperti agricoltori, raccolta intorno al padre-patriarca, le cui
infervorate idee cattoliche e comuniste mescolate insieme erano
corroborate da un irriducibile odio antifascista che non conosceva
ammorbidimento, il che peraltro costituiva l'atteggiamento pressoché
comune degli oppositori del regime.
Prima
del 25 luglio 1943, data dell'estromissione di Mussolini, la famiglia
Cervi visse comunque tranquillamente senza scosse, anche se
l'inquietudine caratteriale ed esistenziale del figlio Aldo, che era
un tutt'uno con quella politica appresa dal padre e rafforzata nel
carcere militare, premeva sui fratelli e sul vicinato con continue
predicazioni politiche e morali. In occasione del 25 luglio fu lui a
organizzare la “pastasciutta antifascista” nella piazza di
Campegine per festeggiare la fuoriuscita di Mussolini, mentre nella
casa colonica di Gattatico cominciarono a essere ospitati prigionieri
fuggitivi di tutte le nazionalità, e, dopo l'8 settembre, fu
allestita una piccola base partigiana in montagna che però non
brillava per numero di adepti, mentre la Resistenza ufficiale seguiva
uno schema ben preciso e precise regole, schema e regole a cui i
Cervi si dimostravano refrattari. Fu per questo, probabilmente, che
il partito comunista con cui erano in contatto li destinò alla
sistematica raccolta di armi in vista di qualche azione militare
futura. Per il resto, la manomissione di un traliccio, la
distribuzione di scritti e volantini, il disarmo di un gruppo
d'ingenui
Carabinieri e il balzano tentativo di sequestrare il federale Scolari
per “rieducarlo” alla democrazia, anche se dal signor Alcide
ingigantiti d'importanza e attribuiti alla conclamata intelligenza e
astuzia del figlio Aldo (che nel libro “I
miei sette figli” viene nominato quasi 200 volte) di contro alla
dabbenaggine dei fascisti presentati sempre come dei cretini, furono
episodi di poco conto se confrontati con i brutali assassini a sangue
freddo perpetrati quasi tutti i giorni contro i rappresentanti del
regime e i loro familiari per mano della nascente organizzazione
resistenziale facente capo al CLN. Nessuno dei fratelli Cervi,
neanche Aldo e Gelindo, pur infiammati politicamente, avrebbe mai
premuto il grilletto a sangue freddo. Proprio la mancata esecuzione
del federale Scolari fu anzi probabile motivo di scontro con la
Resistenza ufficiale, in particolare con il partito comunista, che da
tempo aveva messo alle costole di Aldo una bella comunista dalle
maniere gentili e la faccia d'angelo ma dai ferrei sentimenti
stalinisti, la quale obbediva a ordini precisi: Lucia Sarzi. Di
questo donna silenziosa, perfettamente integrata nella granitica
obbedienza della chiesa comunista e di cui forse Aldo ingenuamente
s'innamorò, ovviamente non si possiedono confidenze, rivelazioni,
interviste
postume, nonostante sia vissuta fino al 1968. E dire che di cose ne
avrebbe avute da raccontare e da spiegare, perché
frequentò assiduamente Aldo, esercitando su di lui un enorme
ascendente, magnificandogli la Russia di Stalin come il paradiso in
terra dei lavoratori, spingendolo a impegnarsi di più nella lotta
antifascista, spronandolo ad ascoltare Radio Mosca, insomma cercando
di convincerlo a diventare un vero comunista tra i comunisti: ma,
alla fin fine, i fratelli Cervi rimanevano i semplici e schietti
ragazzi di campagna che erano, e Aldo stesso, pur imbevuto di utopie
ideologiche, non divenne e non volle mai diventare un vero comunista,
il che rappresentò per la Sarzi e il partito indubbiamente un
insuccesso.
Il
problema storico che sorge a proposito dei leggendari fratelli è
dunque questo: perché la fucilazione? Perché non risparmiarne
neanche uno? E soprattutto: perché nascondere la fucilazione e
seppellirli in segreto? Oltretutto senza un certificato di morte,
obbligatorio per legge. Quando, un mese dopo, nello stesso luogo
vennero fucilati 8 partigiani e un prete, si venne subito a risapere,
e anzi c'era l'interesse a farlo risapere affinché fungesse da
esempio e deterrente. Perché per i Cervi non si venne a risapere? A
quale scopo lasciar venire i parenti a chiedere notizie in carcere e
altrove presso le autorità, per rimandarli a casa senza un’adeguata
spiegazione, dicendo loro che non facessero tante domande e avrebbero
saputo le risposte a guerra finita? Non era il modo di procedere dei
fascisti, e perché siano stati impartiti simili ordini bizzarri non
è dato sapere, tanto più che la vicenda dei Cervi, dopo l'arresto,
era seguita dal Procuratore della repubblica, dunque sembrava
presentare un iter processuale regolare.
Purtroppo,
colui che più di tutti poteva far luce sulla questione, il Prefetto
Enzo Savorgnan, finì fucilato senza processo nei giorni
immediatamente successivi al 25 aprile '45, mentre il federale
Scolari morì nel suo letto senza dire una parola sui fatti, cosicché
quando qualche antifascista andò in cerca di spiegazioni tra i
fascisti superstiti, non trovò che risposte perplesse: i fratelli
Cervi non potevano che esser stati fucilati di nascosto dal Prefetto
Savorgnan, senza che lui lo sapesse. Ma com’era possibile che il
Prefetto ignorasse la fucilazione dei sette fratelli nel Poligono di
tiro di Reggio Emilia, che era il luogo ufficiale delle fucilazioni?
E ancora: com'è possibile che i sette fratelli fossero stati
fucilati il 28 dicembre al Poligono di tiro, situato a un tiro di
schioppo dal carcere di San Tommaso ov'erano stati trasferiti dal
carcere dei Servi, senza che nessuno lo facesse sapere al padre che,
rimasto nello stesso carcere fino al 7 gennaio, non seppe nulla, e
anzi stette poi ad aspettarli per molti altri giorni ancora a casa?
Com'è possibile che i comunisti e i vari resistenti con cui la
famiglia Cervi era in contatto, le cui spie erano infiltrate ovunque,
non siano venuti subito a conoscenza che i fratelli Cervi erano stati
fucilati all'alba del 28 dicembre dentro la città, quando anche il
giornaletto locale “il solco fascista” ne aveva dato notizia lo
stesso giorno, pur senza farne i nomi?
Per
inciso, bisogna dire che anche l’eccidio dei fratelli Cervi rientra
nella complessa e misteriosa vicenda dell’occultamento dei
fascicoli riguardanti gli eccidi nazi-fascisti, fascicoli che le
autorità antifasciste del dopoguerra a un dato punto “sotterrarono”
nell’armadio di Palazzo Cesi a Roma, verosimilmente mentre era
Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e ministro di grazia e
giustizia Togliatti. Il magistrato che appose il timbro
dell’archiviazione provvisoria fu premiato con un’altissima
onorificenza della Repubblica, e altri premi probabilmente vennero
elargiti a chi prese parte senza protestare alla “congiura del
silenzio.”. Il materiale documentario relativo ai crimini dei
mortali nemici in camicia nera veniva dunque improvvisamente fatto
sparire senza una ragione apparente dagli antifascisti stessi, e
quella che doveva essere un’esemplare vendetta iniziata con gran
rumore, spiegamento di processi sommari e fucilazioni, vasta
partecipazione popolare, titoli sui giornali, schiere di testimoni a
carico (solo contro la Legione M Tagliamento ne sfilarono ben 317
davanti al Tribunale Militare di Milano, nel 1952), si concluse nel
buio di uno scantinato, chiusa a chiave dentro un armadio, sigillata
dal silenzio di estese complicità istituzionali e giudiziarie.
Franco Giustolisi, il defunto giornalista dell’Espresso che tanto
s’interessò alla vicenda, non giunse a nessuna spiegazione
convincente dal punto di vista razionale, a maggior ragione essendo
chiaro che non erano i Fascisti ad aver nascosto i documenti, e
dunque non poteva accollarsi a loro la colpa dell’insabbiamento dei
medesimi. Su questo spinoso argomento, tempo fa ho scritto un
articolo dal titolo“Una strage misteriosa: Sant'Anna di Stazzema”.
Per
quanto riguarda i Cervi, la cosa più curiosa è che tutti quelli
catturati assieme a loro, cioè gli stranieri che tenevano nascosti
nella casa colonica, nonché un partigiano italiano loro amico che si
finse francese, furono liberati o riuscirono tranquillamente a
scappare dal carcere di lì a poco, addirittura rientrando nelle
unità partigiane. Anche il padre Alcide riuscì a scappare il 7
gennaio, approfittando del bombardamento su Reggio Emilia, e nessun
fascista lo andò a riprendere per riportarlo dentro, segno che c’era
già l’intenzione di liberarlo. Niente da fare, invece, solo per
gli sfortunati fratelli, prelevati la mattina del 28 dicembre e
condotti bruscamente alla fucilazione quando tutto dava a credere
s’intendesse far loro un processo: i verbali degli interrogatori lo
dimostrano. Lo dimostrano le lettere che scrissero a casa, così come
lo dimostra il fatto che furono portati via dalla cella che
condividevano col padre proprio con l’annuncio del trasferimento a
Parma per il processo (è il padre stesso che lo riferisce nel suo
libro “i miei sette figli”), anche se un particolare tradì il
figlio minore Ettore, il quale prima d'andarsene lasciò il suo
maglione bianco di lana nonostante il padre lo rimproverasse perché
faceva freddo (il maglione era un indumento prezioso a quei tempi,
che i proiettili avrebbero irrimediabilmente rovinato), segno che con
tutta probabilità il ragazzo sapeva che sarebbero stati fucilati, il
che però suona strano per non dire incredibile: qualcuno aveva
avvertito i fratelli, e in particolare il più piccolo, che li
avrebbero fucilati? Con il rischio d'innescare una reazione emotiva
incontrollabile, tanto più che essi non se l'aspettavano? E come mai
allora proprio il figlio minore invece se l'aspettava, ma si congedò
dal padre senza una particolare agitazione, con un sorriso, sapendo
che tutti e sette sarebbero stati ammazzati di lì a poco? Il padre,
ripensando a questo particolare, concluse che i figli, pur sapendo
che sarebbero stati fucilati, fecero finta di nulla per non recargli
dolore, ma francamente pare un po' strano. Tutta la Resistenza è
piena di condannati a morte che sapevano che sarebbero stati fucilati
e dunque poterono in qualche modo prepararsi al passo estremo,
scrivendo a casa, pregando, confessandosi, meditando, etc. Ai Cervi
venne negata anche questa possibilità? E perché mai?
La
cosa ancor più strana è che in realtà fu la sera del 27 dicembre
che le guardie fasciste si presentarono nella cella del carcere di
San Tommaso per prelevare i fratelli, i quali stavano dormendo e
furono svegliati e fatti uscire, mentre il padre che voleva andare
con loro fu spinto via dicendogli che era vecchio (come se la
fucilazione fosse cosa solo di giovani). Poco dopo, però, furono
ricondotti dentro la cella dicendo loro: “E' per domattina. Tornate
a dormire.” Che cosa avrebbe dovuto svolgersi la sera che venne
rimandato alla mattina? La fucilazione? Parrebbe di sì. Ma com'era
possibile, in tal caso, dire “tornate a dormire” a dei condannati
a morte che avevano poche ore di vita davanti a sé? Il modo di
esprimersi della guardia dà quasi l'idea che i fratelli sapessero di
cosa si trattava, ma, sapendo che sarebbero stati fucilati da lì a
poche ore, come facevano a tornarsene tranquillamente a dormire?
Proprio in quel frangente il primogenito Gelindo -così come
riferisce il padre nel suo libro- si lasciò scappare una
considerazione ironica sul “sonno eterno”, il che lo riconfermò
nel fatto che i figli sapessero della fucilazione. In realtà, se
Gelindo avesse avuto la certezza assoluta della fucilazione, non
credo avrebbe spiccato una battuta, la quale lascia intendere
piuttosto che la fucilazione potrebbe essere stata ventilata a lui e
ai fratelli durante l'ultimo interrogatorio, al che Gelindo si sarà
senz'altro offerto come capro espiatorio, e dunque lui non aveva
affatto la certezza che sarebbero stati fucilati ma poteva, tutt'al
più, considerarla un'ipotesi. Tra la minaccia della fucilazione e la
fucilazione, infatti, ne corre di differenza. E comunque si rimise a
dormire, segno che la morte non gli appariva punto vicina.
All'alba
del 28 dicembre i Cervi furono dunque nuovamente svegliati e stavolta
portati via in tutta fretta, tant'è che il padre fece appena in
tempo a salutarli. Ebbene: perché tanta fretta? Forse per evitare
che qualcuno se ne accorgesse e potesse trovar da ridire sulla
fucilazione? Non pare, dal momento che lo stesso giorno il
giornaletto locale “Il solco fascista” a pag.2 riportava
chiaramente l'annuncio della medesima: “questa notte si è riunito
di urgenza il Tribunale Straordinario il quale ha pronunciato la
sentenza capitale a carico di otto elementi rei confessi di violenze
e aggressioni di carattere comune e politico...etc...la sentenza è
stata eseguita all'alba di oggi 28 dicembre.”, il che ha fatto
supporre che la fucilazione fu decisa precipitosamente all'ultimo
momento e addirittura di notte da un tribunale straordinario di
fascisti estremisti del Reggiano per vendicare l’ennesimo omicidio
di un loro collega (in questo caso si tratterebbe del segretario
comunale di Bagnolo in Piano, ucciso alle ore 18 del giorno prima), e
poi, per la vergogna o il timore di dar pubblicità all’atto
compiuto, il Fascio di Reggio non l’abbia rivendicata, ma l’abbia
anzi tenuta volutamente nascosta, seppellendo segretamente in fretta
e furia i cadaveri senza firmare alcun certificato di morte. Ma se si
voleva tener tutto segreto, perché mettere l'annuncio sul giornale,
seguito da un aspro articolo intitolato “fine della sopportazione”,
il quale alludeva proprio ai Cervi? E inoltre: quando i sette
fratelli furono svegliati la prima volta, era già stata decisa la
sentenza di morte? E nel caso fosse stata già decisa e li avessero
svegliati per portarli alla fucilazione (cambiando però idea nel
giro di pochi minuti), come faceva il fratello minore a saperlo in
modo da lasciare, poi, all'alba, il suo maglione di lana? Gli fu per
caso detto in quel momento che sarebbero stati fucilati oppure lo
capì da solo e se ne tornò poi incredibilmente a dormire? E ancora:
perché vendicarsi contro i fratelli che non c’entravano e non
avevano commesso nessuna violenza e aggressione tanto meno di
carattere comune? Perché riunirsi con tanta urgenza di notte? E
infine: chi erano i fantomatici fascisti estremisti che si sarebbero
riuniti nottetempo a decidere questa fucilazione? Nessuno li ha
trovati, nessuno li ha identificati, non si è trovata traccia di
alcuna riunione notturna. Dopo la guerra finì davanti al plotone
d’esecuzione un fascista che aveva preso parte alla cattura
notturna dei Cervi la notte del 25 novembre 1943, ma con la
fucilazione non c'entrava nulla.
Una
parziale giustificazione alla pena capitale è che la notte della
cattura (avvenuta il 25 novembre), i Cervi (non tutti, ripeto)
avevano reagito alle intimazioni dei militi fascisti sparando, come
riferisce il Podestà Cantarelli nella sua relazione scritta al Capo
della provincia, relazione dalla quale emerge la presenza di armi e
munizioni nascoste nel fienile, nonché il reato di macellazione
clandestina, abbastanza comune a quel tempo. Ma era sufficiente tutto
ciò per giustificare la fucilazione di tutti i fratelli in blocco
senza l'ombra di un processo? La sparatoria, poi, era stata una
scaramuccia di poco conto, senza feriti di alcun genere, e anche papà
Cervi riferisce nel suo libro che proprio Aldo depose subito le armi,
accollandosi poi tutte le colpe assieme a Gelindo. Non resta che la
tesi della rappresaglia per l'uccisione del segretario comunale di
Bagnolo in Piano, ma anche questa appare oltremodo esagerata, con il
rapporto di 8 a 1 che i fascisti mai applicarono nel corso di tutta
la RSI. E poi: nelle carceri di Reggio Emilia c'erano solo i fratelli
Cervi su cui sfogare l'ira della rappresaglia? E con tutte le
informazioni e i nomi di cui essi erano in possesso, come mai non
furono interrogati dalla polizia politica?
Stando
a quel che riferisce papà Cervi nel suo libro che è la fonte
documentale primaria, a lui fu poi raccontato (ma non dice da chi)
che alla fantomatica riunione notturna dei fascisti era presente il
federale Scolari il quale aveva già un elenco di nomi da fucilare,
ma qualcuno (chi e perché?) intervenne dicendo che per la
rappresaglia andavano bene i fratelli Cervi. Come storico rimango
scettico, poiché mi pare un racconto di comodo fatto al signor Cervi
da qualcuno che, volendo dargli a tutti i costi una spiegazione
logica dell'accaduto, se la inventò, prendendo in mezzo il federale,
quando proprio la frettolosità e segretezza della vicenda danno
invece l'idea che si volesse agire contro o malgrado le autorità
fasciste superiori, sbrigando le cose velocemente in modo da non
suscitare opposizioni, anche se ciò è contraddetto dal fatto che le
autorità fasciste furono comunque avvertite né poteva essere
altrimenti, ragion per cui tutta questa segretezza non è comunque
giustificabile.
Circa
la cattura, poi, c'è da sospettare essa sia avvenuta su denuncia
anonima di qualcuno che temeva che l'attivismo antifascista di quella
inquieta famiglia, in particolare il via vai notturno di prigionieri
stranieri dentro la casa colonica, avrebbe scatenato prima o poi una
reazione, magari dei tedeschi, contro il resto del paese, e dunque
pensò di mettere le mani avanti. A tal proposito, l’ingenuità e
presunzione politica di Aldo e Gelindo –i due fratelli veramente
politicizzati- era tale che essi credevano che tutti dovessero
pensarla come loro. Per anni, con il suo zelante presenzialismo, Aldo
aveva seminato la “sua” personale propaganda fra i contadini del
circondario, certo di venir corrisposto da tutti e che tutti fossero
antifascisti come lui, ma forse non era così.
In
conclusione, spiegare la fucilazione dei Cervi non è facile, al
punto che la
questione
è riemersa ai giorni nostri fra i celebratori che ogni anno
commemorano l’evento. Fra gli studiosi di sinistra ha recentemente
preso piede la tesi che i sette fratelli furono traditi dai
comunisti, i quali sarebbero ricorsi a un loro agente che faceva il
doppio gioco -fingendosi fascista mentre era comunista- per disfarsi
della loro ingombrante presenza. Ma era davvero ingombrante la loro
presenza, oppure essi invece facevano comodo al partito proprio per
il loro generoso prodigarsi e la candida ingenuità politica che li
spingeva a esporsi e rischiare mettendo a disposizione la propria
stessa casa e a repentaglio le vite di tutti i familiari? E siamo
sicuri che tutti i fratelli fossero d'accordo con questa esposizione
a un così alto rischio? La tesi del tradimento dei comunisti, poi,
non spiega sufficientemente l’accaduto, anche perché,
pure
ammesso che volessero disfarsi dei Cervi, non si capisce il motivo
per il quale i Fascisti di Reggio Emilia avrebbero dovuto dar retta a
un così drastico suggerimento senza che ne ricorressero gli estremi,
esagerando smisuratamente nella rappresaglia, riunendosi
frettolosamente di notte, facendo le cose di nascosto (e però
eseguendo la fucilazione in un luogo ufficiale, il Poligono di tiro,
dove facilmente potevano esserci testimoni), senza contare che
dovevano rendere conto ai superiori e al Governo. Ed è infatti anche
qui che emerge un altro particolare anomalo dalla pur scarna
documentazione a disposizione, da cui risulta che i Fascisti locali
avvertirono l'autorità superiore della Repubblica a cose fatte, a
esecuzione avvenuta, il che potrebbe anche passare inosservato se non
fosse che sul verbale inviato a Brescia dove si erano insediate le
istituzioni della Repubblica Sociale, i fascisti di Reggio provvidero
a informare i superiori che la fucilazione si era svolta nel Poligono
di tiro “lontano da occhi indiscreti”. Perché
questa precisazione che pare una rassicurazione? Chi erano gli occhi
indiscreti che non dovevano assistere? Forse il medico legale e il
prete? Il primo fu quasi sicuramente assente, dal momento che non fu
firmato nessun certificato di morte. Ma perché
la fucilazione dei Cervi doveva essere circondata da un particolare
alone di riservatezza? In risposta, le autorità fasciste di Brescia
rimandarono sottolineata in rosso una domanda meravigliata: “sette
fratelli”? La quale era superflua, trattandosi di una esecuzione
già avvenuta. Se voleva essere una specie di rimprovero o una
richiesta di maggiori informazioni, dal momento che i fratelli erano
già stati uccisi, risultava del tutto inutile.
Contornata
com'è da varie stranezze, la fucilazione dei 7 fratelli Cervi,
assieme a quella dell’ex milite fascista Quarto Camurri che venne
fucilato con essi, rimane dunque avvolta, se non nel mistero,
perlomeno in un grosso punto interrogativo. Anche la testimonianza di
Don Stefano -cappellano del carcere di probabili idee fasciste con il
quale i Cervi durante la detenzione mostrarono di non andare punto
d'accordo- il quale riferì di aver assistito alla fucilazione,
lascia perplessi, se non altro per il poco tatto e la scarsa
sensibilità che dimostrò nel riferire ai genitori che i fratelli
erano morti come dei cinici, senza confessarsi. Era tutto quello che
aveva da dire sulla fucilazione di sette baldi uomini nel fiore degli
anni, alcuni dei quali lasciavano figli piccoli? Si può piuttosto
sospettare che Don Stefano non assisté
proprio a nulla, ma, conoscendo il cristianesimo-comunista di
quell'ostinata famiglia
che
interpretava il Vangelo a modo suo, abbia parlato in tal modo quasi
per un dispetto. Del resto, un parente dei Cervi, cui di sfuggita
accenna papà Alcide nel libro, gli avrebbe detto in faccia: “Ben
vi sta.”. Non tutti, dunque, condividevano la linea “pasionaria”
della famiglia, anzi la criticavano fortemente.
Circa
Quarto Camurri, figura sfocata che rimane sullo sfondo, egli era un
milite fascista passato dalla parte opposta, il che non presenta
granché di strano, giacché di questi passaggi ne avvenivano con una
certa frequenza. Ma, a parte il fatto che i passaggi avvenivano anche
in senso contrario (anche se mai lo si racconta), ciò che risulta
strano è il tempo e il modo in cui Quarto Camurri avrebbe compiuto
il “salto” dal fascismo all’antifascismo: arruolatosi con
entusiasmo a ottobre nella Repubblica Sociale, a novembre ha già
cambiato idea, anzi l’ha completamente ribaltata. Da solo (ma
solitamente questi passaggi avvenivano in gruppo per prudenza)
aspetta i Cervi fuori dalla loro piccola base partigiana di montagna
(e chi aveva dato l'indirizzo a lui che era un fascista?), anziché
approcciare i canali ufficiali della Resistenza, dopo aver buttato
l'otturatore della sua arma nel canale per convincerli di non essere
un doppiogiochista. Nutriva il Camurri una particolare simpatia per i
Cervi? Voleva aggregarsi proprio a loro? Pare di sì, dal momento che
egli diventò il loro compagno ideale, docile a tutte le direttive,
con loro fino alla fine. C’è da notare che il Camurri aveva la
stessa età del fratello più piccolo, Ettore, il quale, di tutti, è
la figura più difficile da mettere a fuoco, in quanto, oltre forse a
non sprizzare gioia nel fare il contadino (quando invece per il padre
l'argomento era fuori discussione), si era dimostrato capace di
sottrarsi al condizionamento politico familiare nell'aver voluto,
unico fra tutti i fratelli, partire per la “guerra fascista”, il
che doveva essere tutt’altro che facile in una casa come la sua. In
tempo di pace, si sa, il regime offriva ai giovani molte opportunità,
anche di viaggiare coi suoi vari raduni e le sue mille iniziative,
esercitava sui ragazzi una grande attrattiva senza badare alle classi
sociali e facendoli sentire uguali davanti allo Stato, e sarebbe
strano che Ettore, il più giovane e dunque il più esposto
all'influsso fascista, fosse rimasto del tutto immune da
quest'attrattiva, pur circondato a casa da un ambiente politicamente
ostile. E se per caso il Camurri fosse stato un suo compagno d'armi?
O comunque un amico che, per non dispiacere i suoi, non poteva
appalesare per diversità politiche e sociali? La famiglia Camurri,
del resto, si manterrà sostanzialmente distaccata dalla girandola
mediatico-politica che coinvolgerà i Cervi nel dopoguerra, non
facendosi praticamente mai vedere.
Nel
cimitero di Villa Ospizio (allora una frazione di Reggio Emilia), a
suo tempo servito da sepoltura a centinaia di soldati della Grande
Guerra lì ricoverati e deceduti per malattia, furono seppelliti i
cadaveri dei Cervi e di Quarto Camurri, i cui resti, non si sa fino a
che punto identificabili, furono recuperati separatamente solo a
guerra finita.
Papà
Cervi (come riferisce lui stesso nel libro), scappato dal carcere il
7 gennaio approfittando del bombardamento sulla città, tornò a casa
dove trovò le nuore, i nipotini e la moglie, cui chiese dov'erano i
figli. “Se non lo sai tu. Noi non sappiamo niente.” gli rispose
questa. Passò così un mese e mezzo (!), durante il quale papà
Cervi li aspettava, anzi quasi sentiva che erano vivi, come lui
stesso riferisce. Dopodiché un giorno la moglie gli svelò invece
che erano stati tutti fucilati. A questo punto egli nel suo libro
spiega che in casa tutti sapevano la terribile verità fin
dall'inizio, ma gliel'avevano tenuta nascosta tutto quel tempo per
non dargli un così grande dolore e farlo rimettere dall'ulcera. Ma
possibile che proprio lui fosse tenuto all'oscuro della morte dei
figli? E poteva una madre soffocare per un mese e mezzo una notizia
così tremenda? E le nuore cui erano stati ammazzati i mariti
potevano far finta di nulla? Secondo me la signora Genoveffa e le
nuore il 7 gennaio davvero non sapevano niente, e lo vennero a sapere
anche loro dopo, poco prima di svelarlo a lui. Non solo: ma papà
Cervi si contraddice, giacché, dopo aver detto di aver avuto la
conferma che i figli erano stati portati a Parma per il processo
dall'avvocato Mariani (suo compagno di cella) e dal capoguardia
Pedrini del carcere di San Tommaso con cui si era instaurata
un'amichevole confidenza (ma chi ci dice che il gentile e
assecondante capoguardia Pedrini non obbedisse a precise disposizioni
dei Fascisti per acquietare il buon vecchio Cervi?), riferisce che la
notizia della fucilazione l'avrebbe data proprio il capoguardia
Pedrini a suo nipote, e che anche i compagni di carcere sapevano, ma
gli avevano nascosto la verità. Non sembra molto credibile che tutti
gli nascondessero tutto, e comunque non è affatto chiaro come,
quando e da chi i Cervi appresero la tragica notizia; ma certamente
il signor Alcide per lungo tempo non seppe nulla, al punto che aveva
pensato anche che i figli fossero stati deportati in Polonia.
Altri
particolari che sarebbe di vitale importanza conoscere per uno
storico, non sono stati resi noti, e la versione più completa rimane
quella del libro, scritto sotto l'attenta supervisione del partito
comunista, e omissivo in vari punti. Conoscendo il caratterino del
signor Cervi che, come dice lui stesso, se avesse saputo che gli
fucilavano i figli “avrebbe urlato in faccia ai fascisti come
sempre faceva, e allora forse non sarebbero morti”, i comunisti
potrebbero aver messo le mani avanti onde evitare la sorpresa di
qualche rivelazione scomoda o inopportuna, cosicché il libro risulta
essere la classica versione ufficiale senza spigoli.
Resta
l'ultimo particolare di tutta la vicenda: la mancata consegna da
parte dell'autorità fascista dei cadaveri, i cui resti furono
recuperati a guerra finita, omaggiati da solenni funerali, come
sempre avveniva a quei tempi per i partigiani morti. La mancata
consegna fu spiegata col fatto che il bombardamento del 7 gennaio
aveva colpito anche il cimitero, in particolare proprio il punto
dov'erano sepolti i Cervi, scoperchiando le bare e disperdendo i
resti. In effetti una bomba era caduta sul cimitero di Villa Ospizio,
anche se, da una fotografia militare scattata dopo il bombardamento,
è visibile un cadavere supino, emerso integro dalla fossa, nel quale
la Polizia scientifica attuale, con una serie di sofisticati esami
presentati qualche anno fa a una pubblica conferenza, avrebbe
identificato Gelindo Cervi, il più anziano dei fratelli. Dunque, se
almeno Gelindo era integro e riconoscibile, perché non consegnare
almeno il suo cadavere alla famiglia?
E
veniamo ai nostri giorni. La casa colonica di Gattatico da anni è
stata trasformata in un Museo tirato a lucido, visitato in media ogni
anno da 15.000 persone, e corredato da un'interessante biblioteca
donata a suo tempo dal deputato e studioso comunista Emilio Sereni,
ma la cui visita sarebbe più interessante se l’antifascismo non
mettesse ripetutamente in mostra la martellante visione di “quelli
che hanno scelto la parte giusta”, respingendo qualunque altra
interpretazione, osservazione, o, peggio, domanda. Più che da
storici e osservatori, Casa Cervi è percorsa da schiere di fans,
vagamente somiglianti ai pellegrini di Medjiugorie, in linea con la
demonizzazione del Fascismo e la santificazione dell'antifascismo
messa in atto da Togliatti fin da quando egli compì la sua prima
visita al signor Alcide Cervi, il che ha imposto anche agli eredi un
ruolo ben preciso di continuatori di questa linea. Del resto, proprio
questa “canonizzazione” dei fratelli martiri allestita a suo
tempo dal PCI con l’aiuto dello scrittore Italo Calvino e del
giornalista dell’Unità Renato Niccolai che ebbe con papà Cervi
molte conversazioni, la stesura del libro “i miei sette figli”
cui si dette la massima pubblicità fino a farlo diventare un
best-seller, corredata dalla concessione di sette medaglie d’argento
e una d’oro, e dal solenne ricevimento di papà Cervi al Quirinale
nel 1954, dà l’idea di una speciale premura da parte delle
istituzioni verso il signor Cervi in particolare, proprio mentre i
parenti delle vittime degli altri eccidi nazi-fascisti venivano
“dimenticati” in fondo all’armadio di Palazzo Cesi assieme ai
loro cari, e senza una lira di risarcimento. Una premura che si
spiega forse con il timore che l’inquieto personaggio, abituato a
dir le cose in faccia e alzare la voce, lasciato a sé era una “mina
vagante” che, in giro fra i parenti delle vittime di altri eccidi
nazifascisti alle cui commemorazioni spesso presenziava, rischiava di
lasciarsi sfuggire qualche parola di troppo che poteva innescare ciò
che l’autorità costituita voleva evitare per non creare polemiche
e complicazioni: l’approfondimento delle questioni, il rivangare
dentro di esse, facendo insorgere domande, dubbi, ragionamenti,
sospetti, nonché la spinosa questione dei risarcimenti. Da qui il
gran daffare che si dette Togliatti in persona, il quale emanò
precise direttive, recandosi lui stesso in visita alla casa colonica
per “appropriarsi” dell’intera vicenda, facendo diventare i
sette fratelli la sacra icona della Resistenza comunista.
In
ogni modo, quale che sia la verità assoluta, la famiglia Cervi,
proprio per le sue contraddizioni ed emotività, per le sue prese di
posizione e la sua ingenua irruenza, le sue virtù e i suoi difetti,
la sua fiducia in quel comunismo da favola cui tanti italiani e
perfino chi scrive aveva creduto, è tipicamente italiana, e in tal
modo va riguardata, come un simbolo di questa italianità che volente
o nolente è parte di tutti noi, e in cui ci riconosciamo. La
simpatia verso questa famiglia viene dunque istintiva, nonostante le
diversità ideologiche che uno possa nutrire, perché in essa c'è un
po' di tutti noi. La visita a casa Cervi è perciò un percorso
obbligato della nostra Storia, che ci invita a riflettere non per
demonizzare e idealizzare, non per criminalizzare gli uni ed esaltare
gli altri, non per erigere steccati ma piuttosto per abbatterli,
prendendo obiettiva coscienza che nella Storia è insita una logica
che esige un ragionamento rigoroso che raramente i partecipi diretti
delle vicende sono in grado di fare. A questo compito assolvono gli
storici che, lontano dalle passioni, come da una terrazza
sovrastante, osservano gli eventi, e, molto più correttamente, li
riferiscono. Il compito dello storico è perciò prezioso e
insostituibile proprio perché dove riportare i fatti nella loro
realistica cornice e spiegarli alle generazioni future nella maniera
più obiettiva possibile.
Dopo
settant’anni, perciò, avendo arrecato all'Italia molti più danni
che vantaggi la divisione tra fascisti-antifascisti, sarebbe ora che
gli Italiani maturassero una visione equilibrata degli eventi,
abbandonando l’irrazionalità che li pervade, e facessero
lucidamente i conti con il passato. Ammettere che anche gli
anglo-americani e gli altri stranieri ( jugoslavi, francesi, etc.)
furono invasori e non liberatori, e causarono lutti, danni e
devastazioni, senza dire che comandavano a bacchetta il Regno del Sud
tanto quanto i tedeschi comandavano la Repubblica del Nord, non
sarebbe difficile, ma è che non lo si vuole ammettere, perché ciò
significherebbe un cambio di registro,di mentalità, di contenuti
scolastici ed extrascolastici, nonché di propositi, di spirito e di
comportamento, e insomma un vero e proprio venir meno dei fondamenti
sui quali questa repubblica si regge. Nessuno di coloro che
comodamente vi ci si sono installati ha interesse a un tale
sommovimento: meglio continuare a perpetuare all’infinito il dogma
della divisione tra “fascisti e antifascisti”. Ma tutto ciò
ormai stride con la Storia, e anche con il buon senso, la logica, e,
soprattutto, con la tragica realtà dei fatti odierni nei quali
proprio l'antifascismo ha messo in mostra il proprio sonoro
fallimento e il venir meno dei suoi tanto sbandierati ideali.
Sarebbero
i 7 fratelli Cervi, e molti altri come loro, morti sognando un mondo
di giustizia e libertà, contenti di vedere ciò che vedono, oggi? E
a chi darebbero la colpa del clamorosamente fallito traguardo: ai
fascisti, forse?
Maria
Cipriano