Non
è stato facile redigere questa intervista. Tanti gli argomenti da
affrontare, dolorose e ancora vivide le ferite che la storia ha
inferto a questo lembo di terra nominato Dalmazia. Volevo concentrare
l'attenzione sull'esodo e sulle foibe, fare un'intervista più
storica e dettagliata nei numeri e nei particolari. Ma con mia somma
sorpresa mi sono ritrovato a parlare di teatro, dei caffè e dei
giorni che furono e non saranno più in una Zara gaudente e al
contempo triste a cavallo tra '800 e '900. Merito del nostro
intervistato, Giuliano De Zorzi, che ancora oggi testimonia appieno
il carattere peculiare di quei meravigliosi italiani della sponda
orientale. E questo suo racconto, infarcito di ricordi familiari e
curiosi aneddoti, ci dice molto di più su Zara e la Dalmazia di
tanti libri storici. Racconta l'anima di un popolo. Non voglio
aggiungere altro. Solo ringraziare per l'ennesima volta il nostro
intervistato, che ci ha regalato qualcosa d'incommensurabile ed
augurare a tutti voi una buona lettura.
Sandro
Righini
1
- Sono passati appena 12 anni dall'istituzione del Giorno del ricordo
per le vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Ma ce ne
sono voluti più di 60 per riconoscere questa tragedia che ancora
oggi in patria desta tensione e polemiche. Segno triste e tangibile
di un'Italia ancora lacerata e divisa, che non riesce a guardarsi in
faccia. Da figlio di zaratini, anche se non direttamente coinvolti
nelle dolorose vicende dell'esodo - perché emigrati a Bolzano - e da
appassionato studioso di storia dalmata, vuole raccontarci che
atmosfera si respirava sulla sponda orientale prima di quei tristi
avvenimenti? Com'era Zara italiana?
Zara
italiana personalmente non l’ho conosciuta. Ma l’ho vissuta nel
sapore della mia casa, nelle abitudini di famiglia, nelle festività,
nella cucina tipica, nel modo di essere che mi ha fatto crescere un
po’ diverso dai miei compagni di scuola. Mi sentivo meno
“grintoso” degli altri, quando loro erano sempre pronti a far a
gomitate, io preferivo farmi da parte... Loro mi giudicavano un
“figlio di papà”... e non gradivano la mia compagnia. Nel mio
DNA è rimasta una tradizione da Belle Epoque, uno spirito gaudente.
Trovavo sempre a casa mia un sorriso gentile anche se in quei giorni
di dopo guerra tutti crepavamo di fame. I belli e i brutti...
tutti crepavamo di fame. Ma a casa mia non ho mai sentito alzare la
voce. La nonna mi raccontava di teatro come se il teatro
fosse ancora dietro l’angolo. Uno dei miei zii, che a
Zara faceva il barbiere, si dilettava col teatro comico, così
veniva sempre invitato alle feste degli amici (battesimi, matrimoni,
feste di laurea). Non c’era festa a Zara senza quel mio zio. E così,
a casa mia, nel triste dopoguerra, si parlava spesso di quello zio che io mi ero abituato ad amare anche senza averlo mai conosciuto. E
fra i compagni di scuola faticavo a farmi degli amici... non
potevano capirmi.
2
– Nell'immaginario “comune” quando si parla di istriani e
dalmati, viene automatico collegarli ad immagini tristi. Ma al di là
delle dolorose vicende passate, soprattutto nei dalmati, ciò che
risalta del loro carattere è una grande vitalità. Il nostro comune
amico Ferruccio Bravi mi raccontava di una sua zia zaratina, sposina
novella, sempre sorridente e gioviale. Vista la sua precedente
risposta, credo si possa affermare che sia un tratto tipico della
vostra gente. Da dove trae origine, come l'ha chiamato lei, questo
“spirito gaudente”?
Anche
a me Ferruccio Bravi ha parlato della famosa zia di Zara. Secondo me,
posso sbagliarmi, il carattere gioviale dei miei compaesani, forse, è
dovuto dall’essere “misti”... nel senso che ogni uno di noi ha
almeno un parente austriaco, un parente slavo, un parente greco... su
una dominante italiana.
L’occupazione
austriaca (con tutti i dolori...) ha lasciato anche traccia
indelebile della Belle Epoque. Quello spirito viennese rimane ancora
presente nella Trieste di oggi. Se vai in teatro a Trieste a vedere
un’operetta la troverai ancora fresca come in nessun altro teatro
italiano. E mi pare che anche il pubblico di Trieste sia unico... Qui
stesso, su facebook, abbiamo un sito dedicato alle battute spiritose
di Trieste! Bisogna ricordarsi che alla fine della guerra, con
l’esodo in tutte le parti del mondo, molti zaratini sono riusciti a
fermarsi a Trieste.
3
- Abbiamo parlato di suo zio che si dilettava nel teatro comico e di
come, dopo l'abbandono delle loro città, dalmati e zaratini abbiano
portato con se quello spirito da Belle Epoque che ancora oggi si può
respirare nei teatri triestini. Le domando allora; cos'era per Zara
il teatro?
Il
teatro era importantissimo. Direi più delle chiese. Se si pensa che
oggi i teatri sono sovvenzionati e sono in rosso ugualmente, una
volta i teatri, non sovvenzionati da nessuno, erano gestiti in
proprio dalle famiglie nobili (non solo nobili-araldicamente ma
nobili di generosità). E il giro degli artisti era il giro di
Venezia. Quindi si pagavano fior di quattrini per tutti gli artisti
dell’epoca.
Nel
periodo di carnevale i meno abbienti andavano letteralmente al monte
di pietà a portare i “stramazzi” (= pagliericci) per non mancare
a tutti gli appuntamenti! A carnevale, nel Teatro si toglievano tutte
le sedie del “parterre” per dare posto al ballo. Nei palchi
c’erano le famiglie che cenavano.
Le
cene erano portate da casa, mentre il servizio bar era gestito dal
Caffè Provvidenza dei De Zorzi. Una volta una servetta che portava
la cena in teatro inciampò e tutta la cena rotolò per la strada;
l'indomani tutta la città conosceva il menù di quella famiglia.
I
balli nel teatro di carnevale erano organizzati: c’era il ballo
degli studenti, quello degli ufficiali, e c’era il Wakenball che
era quello senza inibizioni. Si ricorda un costume da spazzacamino
che sul di dietro aveva messo una porticina da cucina economica. Chi
voleva poteva aprire la porticina si trovava di
fronte il
culo! L’ultimo giorno di carnevale era aperto a tutti ma con
l’obbligo della maschera, così si ballava tutta la sera fra
“sconosciuti”. Credo si volesse di proposito che si unissero
copie scompagnate (padroni con le servette e padrone con
gli
stallieri). Naturalmente non era un segreto per nessuno, ma era un
peccato veniale e tutti strizzavano l’occhio. Però c’erano anche
coppie di veri cornuti che a mezzanotte quando si gridava “giù le
maschere”, erano già andate via.
4
– Ha citato il Caffè Provvidenza, fondato e gestito per moltissimi
anni dalla sua famiglia. Ma tutta la città era ricca di caffè.
Quando iniziarono a prender piede e cosa rappresentavano per i suoi
concittadini del tempo?
La
vita del caffè era molto attiva. Mancava la TV, la partita di
calcio, i telefonini. Tutta la vita della città era nel caffè.
Guardando i lavori teatrali di Goldoni si vede tutto bene. In più
(di quello che si vede in Goldoni) nei caffè si giocava. Si giocava
forte. Nel Caffè Provvidenza c’era un intero primo piano di sala
da gioco.
5
– I
caffè furono
anche
punti di ritrovo
per gli irredentisti dalmati?
Finirono
per esser soggetti
all'ostracismo austriaco?
Riguardo
agli irredentisti e all’ostracismo, non so che cosa succedeva,
perché a casa mia non se ne parlava mai. Ricordo solo un episodio
raccontatomi per vero: si dice che in un locale alcuni italiani
“sfegatati” cantavano canzoni patriottiche a tutto volume. Un
GENDARME austriaco, però di fatto era un uomo italiano-zaratino
regolarmente arruolato nella Gendarmeria, si è messo a gridare da
lontano: “Zighè a pian, che se sente!” (= gridate piano, che vi
si sente!).
6
– Dopo questa disamina della briosa e vivace vita cittadina nella
Zara della Belle Epoque, passiamo ai “dolori”. Ci spieghi meglio,
se può, il clima politico che si respirava sotto l'impero asburgico?
Beh,
uno era l’ambiente famigliare, dove tutti si conoscevano, tutti
erano amici, come si suol dire anche i cani e porci! Uno era il clima
politico che era estremamente teso! A partire dal 1860 circa, potete
trovare su qualsiasi libro di storia, la posizione dell’Austria era
ferocemente contro la Dalmazia. Tanto per ricordarne una, diciamo che
l’Austria chiuse le scuole italiane, e gli italiani crearono scuole
italiane private. Queste scuole, chiamate “Pro-Patria” e nate nel
trentino, erano mantenute dai cittadini volontari benemeriti... poi
l’Austria fece chiudere anche quelle!
Domanderete
perché!? E’ facile capire. L’impero Austroungarico aveva:
Trieste = porto di Vienna; Fiume = porto ungherese; e Pola = porto
militare. Se l’Italia nascente avesse avuto la Dalmazia, i porti
imperiali rimanevano imbottigliati. Ergo: si dovevano buttare in mare
tutti gli italiani di Dalmazia.
7
- Immagino che dopo la III guerra d'indipendenza, che portò il
fronte in Trentino, si acuirono ancora di più i problemi per gli
italiani di Dalmazia. Possiamo dire che da quel periodo iniziò il
primo, lento esodo e il sempre più massiccio arrivo di slavi nelle
città?
Si.
L’esodo, che si è concluso alla fine della seconda Guerra Mondiale
è cominciato proprio in quegli anni. L’Austria, molto abile nella
sua diplomazia, evitava accuratamente che se ne parlasse. E fomentava
sotto-sotto i contadini slavi a spingere via gli italiani dalle
presunte loro “TERRE CROATE”. In questa propaganda silenziosa
erano fortissimi i preti cattolici croati che erano come altrettanti
Savonarola. Arrivavano a non eseguire i matrimoni fra italiani...
Questa ferocia clericale continuò anche dopo la fine dell’Austria,
anche dopo Tito e anche dopo Tughman... Non ricordo più la data
precisa, ma ci fu un Papa negli anni ‘80 che cambiò i dirigenti
della chiesa croata.
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STEMMA DI ZARA raffigurante San Grisogono |
8
- L'aperta avversione nei confronti degli italiani ad opera del clero
croato presumo che destò sconcerto fra i dalmati, la cui fede si era
temprata nei secoli sotto l'incombente minaccia ottomana. In
particolar modo a Zara, città in cui la devozione ai Santi patroni
era molto radicata. Dico bene?
Riguardo
il culto dei santi dirò che i croati di oggi sono molto più devoti
di noi. Ho visto personalmente più di una volta espressioni
commoventi nelle chiese, direi quasi impressionanti. Cose che non ho
visto mai non solo in Dalmazia, ma in tutta Italia. Nella Zara di
allora, la spiritualità direi che era quella della spiritualità
triestina: porto di mare, diverse Chiese (Cattolici, Greci, Ebrei)
ogni uno si fa i fatti suoi e nessuno disturba nessuno... entusiasmo
spirituale piuttosto scarso. La festa religiosa è sinonimo di grande
pranzo in famiglia. E Basta. Ricordo di Zara la festa della Madonna
Granda (= Ferragosto). C’era una piccola e antica chiesa fuori
porta, circa due chilometri a nord della città di Zara in località
Bellafusa. Al tempo conservavano le angurie per la festa e c’era un
grandissimo piazzale per mangiare all’aperto tutti i prodotti allo
spiedo. La gente comune andava a piedi e i “borghesi” usavano la
carrozza a noleggio. La carrozza che si chiamava “kripize”,
veniva usata raramente. Anzi, quasi solo alla Madonna Granda. Io
credo che quei birrocciai avessero un’altra professione. Oggi a
Bellafusa, a fianco della piccola chiesetta, hanno costruito una
gigantesca chiesa moderna; chissà, forse vorranno fare un’altra
Mejugorie...
9
– Poi scoppiò la prima guerra mondiale. I dalmati, ma in
particolar modo gli zaratini, come reagirono di fronte all'imminenza
del conflitto? Furono in tanti a disertare ed arruolarsi volontari
nel Regio esercito? Ci fu anche qualche suo familiare?
Sì.
Furono in tanti a “disertare” per arruolarsi in Italia. Nicolò
Benzoni, fratello di mia nonna, geometra che lavorava al comune,
scappò in modo rocambolesco portandosi appresso tutte le carte
topografiche che potevano essere utili all’Esercito Italiano.
Irredentista,
massone, pittore di quadri a olio e fantastico giocatore di scacchi
fu ricordato anche in qualche libro di memorie. Forse, sfogliando
queste letture per altre ragioni, ti salterà fuori qua e là qualche
Nicolò Benzoni non meglio identificato.
Nel
giorno del ritorno, in mezzo ad una folla in delirio, Nicolò
Benzoni, grande e grosso, in uniforme da ufficiale entrava a Zara a
cavallo.
10
- Con la Vittoria italiana - la Vittoria Mutilata - gran parte della
Dalmazia non rientrò nei patrii confini. Zara invece, finalmente,
vide l'avvento del tricolore. Ci piacerebbe capire quali furono i
rapporti tra connazionali e slavi durante quel periodo? Perché molti
storici tendono ad accusare, in modo fazioso, gli italiani di aver
fomentato l'odio e la rivalsa dei croati. Sarebbe utile fare alcuni
chiarimenti in merito.
Il
mio punto di vista è estremamente limitato per cui poco attendibile,
ad ogni modo è quello che è. L’odio dei “fascisti” contro i
croati è fazioso, falso e bugiardo, in mala fede... e ancora di più.
Si sa che a guerra inoltrata (II guerra mondiale) soldati italiani di
occupazione sposavano ragazze croate. NON STUPRAVANO!!! Sposavano
ragazze croate. Sono morti più croati-normali assassinati dai
croati-comunisti di Tito che non quelli morti per eventi bellici.
Altra
cosa. In tempo di pace, sia in epoca asburgica che in epoca fascista,
la borghesia italiana aveva le servette croate. Venivano di solito
dalle isole di fronte e diventavano di famiglia. Quando i bambini
tornavano da scuola, facevano i compiti con la servetta che così
imparava a scrivere e a tener di conto.
I
genitori delle servette, venivano a trovale nella casa dei padroni.
Portavano olio e ortaggi e uscivano con caffè e zucchero.
Alla
fine della guerra, con l’esodo, molte servette non sono ritornate a
casa, sulle isole, ma sono partite verso l’ignoto con i loro
“padroni”.
11
– Possiamo dire che la vera e aperta conflittualità è sfociata in
tutta la sua violenza con l'arrivo dei partigiani titini. Ne hanno
fatto le spese i croati stessi. Zara subì inoltre i devastanti
bombardamenti alleati. Se non erro ben 54, che ne hanno stravolto la
fisionomia. Com'è cambiata la città dopo la guerra?
Dopo
la guerra è successa una cosa ridere! A Zara, fra morti nei
bombardamenti ed esuli, gli italiani sono andati via tutti. A parte
gli operai della azienda elettrica perché obbligati a restare. I
croati non sapevano lavorare. Ma l’opinione pubblica jugoslava
rimaneva nella convinzione che Zara era fascista, e basta. Così,
negli anni a seguire, tutte le spese per la ricostruzione sono andate
a Spalato, mentre a Zara, ormai Zadar di nome e di fatto, era
lasciata in misera!!!
Solo
durante la guerra del 1995, quando dall’interno la popolazione
slava scappava verso il mare si sono resi conto che Spalato era
diventata una città sovraffollata e in disordine, mentre Zadar era
una città abbandonata. Quindi dal 2000 circa, anche a Zadar
arrivarono un po’ di soldi e le novità (come l’organo del mare)
sono roba attuale.
12
– Torniamo sul personale. Ci racconti adesso quando fu la sua prima
volta a Zara? Che impressioni ne riportò?
La
mia prima volta... fu ancora in Zara italiana, durante la guerra. Ero
piccolissimo ed eravamo andati a fare i bagni. La mamma mi buttava in
mare come un sacco di patate dal pontile di Puntamica, e si tuffava
per ripescarmi. Ho questi ricordi come in un sogno... sogno
meraviglioso... come incredibile.
La
Zara di oggi è “moderna”, nel senso che i giovani croati sono
uguali ai giovani italiani di qualsiasi spiaggia (telefonini piccoli
e grandi con luci e colori, tavole con le rotelle, ... sanno anche
qualche parolaccia in italiano...) vedono la televisione italiana e
vanno a fare “la stagione” come camerieri nelle spiagge
romagnole.
Quando
io sono andato a Zara negli anni intorno al 1990 c’erano ancora in
circolazione vecchi slavi comunisti-duri-e-puri. Quando noi parlavamo
per la strada ad alta voce, i vecchietti, con gli occhi cattivi ti
rimproveravano PARLANDOTI IN ITALIANO! Dicevano che qui si deve
parlare croato! Per dire la verità, non ho avuto nessun altre
seccature.
Riguardo
la città bombardata, avevo già visto moltissime fotografie, così
non mi sono meravigliato più di tanto. Così sono andato a cercare
piccolissimi dettagli che mi sono stati suggeriti dai miei vecchi.
Qualcuno l’ho trovato! Per esempio, sono riuscito a trovare
l’esatto percorso che la mia mamma bambina faceva dalla scuola al
vaporetto...
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STEMMA DALMAZIA |
13
- Ci siamo per lo più concentrati sulla città natale dei suoi
genitori, a cui è profondamente legato e che conosce meglio. Ma i
suoi studi si sono rivolti anche alla Dalmazia intera, che ha più
volte visitato fino ai suoi estremi confini. Cosa ricorda di quei
viaggi e cosa la colpì di più?
A
dire il vero ho ben poche piccole memorie e non mi pare di parlarne.
Ne tiro fuori una... tanto per fare.
In
tutta la Dalmazia i ristoranti sul mare offrono pesce quelli sulla
terra ferma offrono spiedi. A volte il terreno è stretto, così da
una parte della strada vedi spiedi e dall’altra pesci. Tutti in
fila in fila. Si dice che i migliori spiedi siano vicino la Fortezza
di Clissa (Spalato). Quando ci sono passato ho visto moltissimi
ristoranti uno sull’altro e alla fine mi sono fermato. Forse era
una giornata no, o forse gli ero antipatico, non ho mai avuto uno
spiedo così cattivo. Immangiabile. Il giorno dopo, al mio ristorante
di Zara, mi lamentavo che non tutti gli spiedi sono buoni. Il
cameriere, risentito, mi disse che forse qualche volta potrebbe anche
essere, ma se vuoi gli spiedi buoni devi andare a Clissa.
14
- Esiste sempre una piccola comunità d'italiani in Dalmazia. E'
ancora in contatto con i connazionali rimasti in loco?
A
Zara ci sono due indirizzi importanti:
DANTE ALIGHIERI DI ZARA –
Kovacka Ulica, 2 – 23000 ZADAR;
COMUNITA’
DEGLI ITALIANI – Zajednica Talijana Zadar – Rina Villani –
Ulica Borelli, 8/1 – 23000 ZADAR.
Sono
vivi anche La comunità degli italiani di Spalato, l'isola di Hvar (
= Lesina ) e Cattaro (Montenegro). E poi ci sono molti privati in
Istria che comunicano giornalmente qui su Facebook.
15
- Siamo in conclusione. Come da lei testimoniato poc'anzi, grazie ad
internet sono ripresi i contatti con gl'italiani rimasti in Istria e
Dalmazia. Inoltre è cresciuto l'interesse intorno alla questione del
confine orientale, alle terre irredente, alla tragedia dell'esodo e
delle foibe. Cosa dobbiamo augurarci per il futuro?
Bella
domanda! Bisogna pensare alle novità in atto: La Croazia cosa farà
nell’unione europea? E cosa faremo noi con il nostro Capo del
Governo? Come finiranno gli sbarchi dei fuggiaschi? Addirittura
vorrei sapere che cosa farà l’ISIS... Ci metteranno tutti il
BURKA? Tutta la nostra storia passata pare una favola lontana che si
ricorderà solo nei racconti al caminetto...