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martedì 7 gennaio 2014

Parole d'Oro: il Cucco


La famiglia del cucco
Non tutti hanno un rapporto equilibrato con il danaro. C'è chi lo spende come spenderebbe il pensiero   che è inesauri­bile   e chi in­vece fa economie sballate, come andare al la­voro in auto per risparmiare il biglietto del tram. Quando si taglia nelle spese minute e si lar­gheggia nel resto, i fiamazzi dicono tegnir da la spina e molar dal caocon, da intendere: ‘stringere la spina della botte e spillare allegramente il vino togliendo lo zaffo’. Il detto è ben noto dal Veneto all'Engadina.
Il caocón – occorre spiegarlo? – è il tappo della botte o del tino, fatto di legno a tronco di cono e av­volto in tela o canovac­cio. In buona lingua si chiama cocchiume, parola nobile, ma non così espressiva come la fiamazza.
Caocón viene da cucco e ci riporta a età immemorabile: infatti si defi­nisce "più vecchio del cucco" tutto ciò che sfida il tempo e la pazienza della gente. Cucco vuol dire 'cucuzzolo' e ha dato il nome a Montecuccoli, a Moncucco / Guggen-berg e a vari Cucal che sono montagnole a forma di polenta. Un tempo il Cücal di Tesero do­veva essere tondo come quello di Anterivo che pare appena scodellato da un enorme paiolo.
La parola cüco nel senso di 'cuculo' viene in­vece dal richiamo del maschio, dall'insistente "cucù" che risuona canzonatorio quando ci troviamo di­sorientati nel bosco.
Secondo un antico pregiudi­zio, il cuculo occupa il nido altrui e per questo una volta si di­ceva «'l va cüco» se un tale si ammo­gliava e andava a vivere in casa della sposa.
Da cucco a ciucca il passo è breve. Dalle Venezie ciucca si è diffuso in tutta Italia a significare ‘sbornia’.
In Fiemme chi fa la ciüca di festa, e ma­gari pure di sabato, si chiama ciüchèra.
Stando all'etimologia il ciüchera dovrebbe essere imbevuto d'acqua. Invece, lui, l'acqua non la vuol vedere né scritta né dipinta: "infradicia i ponti", dice, "arrugginisce la secchia", insomma fa male e, per contro, il vino esalta la personalità e il senso del dominio. Infatti, quando è in cimbali si sente sicuro, tiene per sé tutta la strada, pendolando da un bordo all'altro.
Già nel suono della parola il ciüchera ha un non so che di solenne e ri­sveglia reminiscenze classiche: me lo figuro ornato di pampini e ghirlandette, scortato da due compari anche loro alticci e canterini.
La solennità gli è conferita dall'efficacia espressiva del voca­bolo, in spe­cie dalla terminazione -èra, degna d'un grande di Spagna.
In passato la gente era devota a Bacco molto più di oggi come conferma una ricca terminologia: accanto all’usuale voce ubriaco, la tradizione allinea sinonimi pittoreschi in parte desueti. Nella lingua comune ve ne sono una cinquantina più un buon numero di locuzioni. Fra i più pregnanti: cotto, concio, incagnato, spran­ghetto, imballato, pinzo, imbronzinato, ciuschero, trincone, ciuschero, in bernecche, alla banda, in gloria, in scilloria.
Nel fiamazzo ne trovo assai meno. Accanto al già ricordato ciüchèra che richiama ciütera, la fiasca (che ben si accorda con ciucciare e chi troppo ciuccia prende la ciucca) troviamo embriaghèra stemperato poi, con una punta di indulgenza, in ‘mbriaghèla che va col toscano bria’ella. Oltre alle varianti ciüchetón ed embriagón non trovo altri sinonimi nel dialetto.

giovedì 2 gennaio 2014

Nel regno di Saturno


PAROLE D’ORO
di
TESERO, FIEMME E «FÖRAVIA»
___________________
Divagazioni fra lingua e tradizione
a cura di:

Ferruccio Bravi e Tarcisio Gilmozzi

Rielaborazione ampliata e aggiornata di alcuni capitoli dell’edizione a stampa (esaurita) in 8°, di 154 pagine + 7 tavole f.ta colori da tempere dell’artista fiemmese
Bepi Zanon
,.
a richiesta sarà inviato in omaggio un estratto deltesto più ampio e
correttamente impaginato (contattare: silvalentauser@hotmail.it)




Preambolo

È una selezione della rubrica "Parole de or" che per molte domeniche ha intrat­tenuto gli ascoltatori di Radio Fiemme 104. Perché parole d'oro? Pre­sto detto: nella parlata del paese di mia Madre ­– Tesero in Val di Fiemme, inclito borgo di circa 3000 anime che gode fama di ‘Patria de i Sapientoni’ – soprav­vivono voci preziose; preziose nel senso che hanno conservato l'antico suono e la carica espres­siva originaria. Alcune di queste voci hanno co­lore e musicalità 'toscana'; altre, come certe bacche mature, hanno un contenuto denso e succoso da valere un discorso. Su questa torta metto ancora una chicca: la s sorda pure ‘toscana’ accanto a quella dolce veneta. È una s quanto mai asperrima a Tesero e solo a Tesero, secondo me la stessa dei mediterranei Reto-Etruschi stanziati in antico sulle Alpi Orientali. Un blasone glottologico, per cui rimando al capitolo Una S con tanto di cappello.
Le parole fiamazze sono da mettere in cornice. E in cornice abbiamo voluto metterle mio cugino Tarcisio e io. Non ci siamo limitati ad allineare una serie di vocaboli con i rispettivi significati e l'indicazione delle origini; ma li abbiamo aggan­ciati, i vocaboli, al quadro d'ambiente con opportuni ri­chiami alla sag­gezza e alla se­rena quiete del buon tempo an­tico. L'oro delle parole, dunque, non sta nel voca­bolo in sé, ma essenzialmente in ciò che esso contiene, vale a dire nel portato ideale ed affet­tivo che vi è racchiuso.
Certe parole sono da salvare perché si avviano a scomparire o, quanto meno, a sopravvivere come gusci vuoti. In questa prospettiva abbiamo recuperato non solo i vocaboli estinti o in via di estinzione, ma anche quelli tuttora vitali in un conte­sto cul­turale che non esiste più.
L'etimologia, risalendo all'origine della parola, comporta un assiduo va-e-vieni da un dialetto all'altro e al tempo stesso un saldo ancoraggio alla buona lingua. In questo campo mi sono sbizzar­rito io, non proprio forèsto in valle benché vissuto altrove più di tre quarti della mia irrequieta esistenza. Il coautore Gilmozzi. è teserano spòtico, innamorato del dia­letto come Dante dell'idioma gentile: e se Radio Fiemme non gli assorbisse tutto il tempo li­bero, state sicuri che vi regalerebbe un poema tutto in fiamazzo. Insomma: siamo due soggetti dissimili, ma bene appaiati nell’interesse culturale.
Per la competenza lessicale abbiamo utilizzato le note raccolte dei due Zorzi, Aldo e Narciso, e di D. Angelo Guada­gnini, affidabili in specie per le voci an­tiquate.

F.B.

 

Saór da ‘sti agni
SAPORE DEL PASSATO


Di Bepi Zanon, illustratore di questa pubblicazione, hanno scritto: «Affabile e dotato di vasta cultura artistica e scientifica è estroverso e brillante nel conversare, quanto solenne e sublime nell’espressione pittorica: non solo nel ritrarre la Natura, ma anche nelle scene d’interno».

 
Scene, come questo Ritorno dalla pesca, vive nella luminosa tessitura dei colori. La luce che nel dipinto seguente si effonde dalla fiamma in un gioco di chiarori e riverberi, qui filtra discreta a illuminare la serena intimità della costumata famigliola rurale.



Nel regno di Saturno
Falciare a mano è un'arte sempre meno pra­ticata. E in un certo senso è un rito: c'è chi at­tribuisce un significato magico-reli­gioso ai ge­sti che accompagnano l'opera del falciatore o ai sim­boli che ne decorano gli attrezzi.
A Trodena – villaggio di lingua tedesca integrato nella Magnifica Comunità di Fiemme – è tuttora viva la tradizione di fal­ciare ‘a ruota’ disegnando spirali e vor­tici. È un riflesso del culto solare. Così pure le croci, le stelle, le corna, le teste di serpenti, in­cise sui foderi dove si riponeva la falce fienaria per tenere lontane le streghe e le serpi. E il far "cantare" la lama, prima d’iniziare il la­voro e nelle pause, scaccia i folletti che mandano a male il fieno appena tagliato. Folletto o gigante, si riconduce al culto del sole anche il salvanèl che a Tesero bada ai fatti suoi, ma altrove fa dispetti e guasta i lavori dell'uomo. Se ne parlerà più avanti a proposito di Silvano, divinità solare prima che silvestre.
Credenze agresti e residui del culto antichissimo di Saturno sono penetrati nelle nostre valli in età più recente, quando i Romani intro­dussero nella Rezia le loro tecniche, i loro attrezzi e la termino­logia della fienagione.
Ad es. secare: in latino vuol dire anche ‘tagliare’ in particolare il foraggio; ne derivano sia il trentino siegar che lo spagnolo segar, ambedue col significato di ‘falciare’. Segare si usa con tale accezione anche nella buona lingua: «La gente che sega le magre sue messi» (D’Annunzio).
Mi par di ravvisare un riverbero del culto di Saturno nel Latercolo del Sator, cioè del seminatore. Questo latercolo, definito ‘quadrato magico paleocristiano’, è diffuso in una vasta area del nostro continente; in Italia in particolare dalle Alpi alla Campania. L’attestazione più recente l’ho rinvenuta nella ritirata di un corridoio di ronda di Castel Mareccio a Bolzano. Risale al XVI secolo e fu nota ben prima di quella pompeiana (graffito anteriore all’eruzione del 79 d. C., rivenuto nel 1936).
Il quadrato contiene cinque parole così disposte e leggibili nei quattro sensi:

S A T O R
A R E P O
T E N E T
O P E R A
R O T A S

Formano una frase latina traducibile letteralmente: ‘il seminatore Arepone tiene con l’opera le ruote’. Il senso sfugge, tanto che le interpretazioni, in quasi quasi venti secoli, non si contano e fanno a pugni fra loro. La zuffa più accanita infuria sul nome Arepo accaparrato dai tedeschi in una con Aribone ed Arbeone, personale di là da venire, ma presente in Italia fino alla Sicilia.
Un po’ per celia e un po’ per non mancare, sparo qui la mia interpretazione che non sfigura troppo rispetto alle altre: ‘Saturno Creatore governa le ruote del creato col suo operare’ (arepo < mediterraneo *ar- ‘fare, creare’ da cui anche Aremia epiteto di Reitia creatrice, la Madre Terra dei Reti e dei Veneti).
Sulla matrice cristiana del quadrato gli esperti sono divisi da evidenti contraddizioni. Nondimeno negli Anni Venti due studiosi, Sigurd Agrell e Felix Grosser, l’uno all’insaputa dell’altro, disposero in croce le lettere del latercolo in modo da leggere due volte "Pater Noster" con l'avanzo di due A ed O significanti l'alfa e l'omega, il principio e la fine:

A P Ω
A
T
E
R
P A T E R N O S T E R
O
S
T
E
A R Ω
Il mistero perdura. Per un panorama delle infruttuose indagini segnalo lo studio, ‘quadrato’, – sì. per acume ed esattezza d’informazione –di Rino Cammilleri: Il Quadrato Magico, un mistero che dura da duemila anni, Milano (Rizzoli, BUR) 2004.

giovedì 19 dicembre 2013

LE RADICI PRECRISTIANE DEL NATALE


DIES NATALIS SOLIS
DIES NATALIS CHRISTI
di Ferruccio Bravi – 11 XII 13

Il Natale ha radici precristiane. In antico non era una novità in Italia dove, ab immemorabili, si celebrava il dies natalis Solis.
La sovrapposizione del dies natalis Christi’ non è l’unica acquisita e consolidata nel nuovo culto che poco alla volta si è appropriato di riti e consuetudini pagane 1. Questa assunzione di elementi del Sacro altrui è definita ‘o-blitteratio’; riguarda precipuamente la figura del Cristo figlio di Dio accomunato a Krišna, il figlio di Višnù dal parto divino, dall’assonanza del nome e dalle vite parallele: nascita nel solstizio invernale, padri putativi e despoti infanticidi (Kamsa ed Erode) 2.
L’identità Sole-Dio era saldamente radicata nei popoli dell’antichità. Perfino i cristiani credevano che il loro Dio fosse il Sole «essendo noto che noi preghiamo rivolti verso il Sole che sorge e nel Giorno del Sole ci diamo alla pazza gioia». Così Tertulliano 3. Anche Papa Leone I deplorava «che certi cristiani, prima di entrare nella basilica di San Pietro dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegata la testa s’inchinano in onore del fulgido astro» 4.
Nel culto di Mitra ritroviamo altri riscontri, a cominciare dal Sole che nasce da una vergine in una grotta; per cui taluni autori sostengono che il Cristianesimo è una derivazione del Mitraismo, “padre di tutte le religioni” contaminato dal credo giudaico 5.
All’Almo Sole si riconduce anche il nimbo, l’aureola sul capo del Cristo, della Ma­donna, de­gli angeli e dei santi: nelle raffigurazioni delle divinità solari era distintivo di potenza e dignità 6.
L’identificazione del Sole con la divinità suprema è esplicita nell’area reto-italica. Nell’Agro Veronese vennero alla luce lapidi che menzionano «Iuppiter Felvennis» e «Silvanus Fel»: nella “interpretatio” romana la dea retica solare Felvenne corrisponde a Giove e il Sole dei Reti (Fel) a Silvano divinità solare poi retrocessa a silvestre 7.
La data della Natività fissata al 25 dicembre da papa Liberio nel 360 è arbitraria e non senza incongruenze bizzarre, come la veglia dei pastori scombinati all'addiaccio con le pecore in pieno inverno. Anche l’anno è inesatto: presumibilmente il 747 a.U.c e non il 755 8.
Per finire, accenno all’albero di Natale la cui tradizione si definisce “alpino-germanica” ma è di fatto mediterranea: l’uso an­tico di appendere oggetti votivi alle piante è accennato dai poeti classici, come Tibullo che rievoca l'età felice della Roma agreste, quando si ve­devano le giovenche pascere pla­cide sul Palatino e «pendebat vagi pastoris in arbore votum» 9.

PALCHI CERVINI da MAGRÉ
CON DEDICA VOTIVA A REITIA

 
Reitia era la Madre Terra dei Reti e dei Veneti, versione femminile della divinità suprema solare. Era invocata con l’epiteto estuale, conguagliabile etimologicamente con istanu, teonimo solare ittita. Col nome di Esta o Vispa era venerata come protettrice del focolare (cfr. la Vesta romana, l’Estia greca e la Ostara germanica).
Ecdotica ed ermeneutica dei tre corni di Magré Vicentino
1: r. i θ i e k e r r. i nake: p. iθ i e. ker r. inake «Reitiae (hoc) sacrum (donarium quidam) devovi(t)» o sim. Il perf. r. i nake sta per θ i nake ‘ha dato in voto’. L’incisore, di solito, non sapeva leggere e non di rado confondeva i segni alfabetici del modello). 2: ritamne helanu « Reithanae (divae) Velanus (conscravit)». 3: u s t i θ u d. e d e v e «Ustido dedit». Dedica in alfabeto etrusco-venetico e lingua gallo-italica; il nome dell’oblator, Ostidone, è forse gallico, dedeve riflette, più che il venet. doto, il lat. dedit arrangiato sul perf. in –vi. – Bravi 1980 II, 61.

 
DUE OGGETTI VOTIVI CONSACRATI A DIVINITÀ PRECRISTIANE

LA PALETTA DI PADOVA
Transunto da F.BRAVI, 1980, II, 58-59 e passim
 
 
Spatola votiva in bronzo (28 x 6.5/9.4) ora al Museo cittadino di Padova. Rinvenuta nel 1899 nell'area del "Santo", frequentatissima assai prima dell’attuale culto di Sant’Antonio dai fedeli di Reitia Estuale.
Ecdotica ed ermeneutica della dedica in alfabeto etrusco-venetico (scrittura retrograda):
Traslitterato: < et.sualeutikukaian/nakinatarisakvil/t.i.t.i.a.p
Trascr. interpretativa: estuale utiku kaian nakina (a)tari sakvil ti(u?)ti(s?) ap(nu?)
Traduzione: "alla dea estuale (è) offerto questo alla Gran Madre dono consacrato”; . dono votivo della comunità" (o sim., o altro).
note lessicali: estuale , cfr. gr.cEστία, ittito Istanu (divinità solare), germ. Ostara (Magna Parens), Ateste ( > Esta + Atesis, tipo Tergeste). In altri titoli: estua, es-tual-, estas. ■ utiku 'dedicato', 'offerto', conguagliabile con etr. uti- 'do'. ■ kaian dimostrativo, cfr. etr. cehen 'questo qua'. ■ nakina (a)ta risponde all'etr. ati nac-na 'madre grande' cui si dà anche il significato di 'nonna'; è un tipo di area mediterranea che sopravvive in qualche dialetto del Mezzogiorno (mammaruossa e mossa 'nonna', ambedue da mamma grossa) e nei calchi transalpini grand-mère, Großmutter. ■ sakvil 'dono votivo' (devotio, sacrificium) riconoscibile in etr. sac 'sacer' e cvil 'donum'; altro composto etrusco è tinscvil 'mattutino dono', nel senso di dono della luce o di Morgengabe e comunque anche personale (Tanaquilla) . ■ tiutis 'comunità', salvo diversa lezione (se unito alla siglia attigua, magari anteposta: apnu tinaχe 'donum dicatum'?). – Bravi 1980, II 58-59 .

 
IL CINTURONE DI LOTHEN
Transunto da F.BRAVI, 1980, II, 74-75 e passim
 
Cinturone “alla tirolese” in bronzo laminato (23 x 10.5). Arte delle situle e stile figurativo d'area venetica, elementi in comune con la Situla di Nesazio 1). Rinvenuto nel 1941 in Alto Adige (Lothen/Campolino, p. Brunìco), ora al Museo di Bolzano. Dedicato a Felsoria divinità ctonia, nell’aspetto funebre di Reitia divinità solare suprema: il teonimo conserva l’etimo originario *φel- ‘sole’.
Ecdotica ed ermeneutica della dedica in alfabeto etrusco-venetico (scrittura progressiva):
Traslitterato: > camφelsuries.kalaheprušiahil * / klanturus
Trascr. interpretativa: (i)cam φelsuries-kala heprusiahil ap(nu?) klanturus
Traduzione: "io (sono il cinturone) di Felsoria e Cala; dono veprusiale di Clanturo" (o sim.) 2.
note lessicali: estuale , cfr. gr.cEστία, ittito Istanu (divinità solare), germ. Ostara (Magna Parens), Ateste ( > Esta + Atesis, tipo Tergeste). In altri titoli: estua, es. (i)χam 'io' per cui cfr. etrusco arcaico ikam 'io' e ika 'questo' 3. ■ φelsuries gen. dedicativo 'di Felsoria' l’anzidetta divinità ctonia in relazione con l'etrusca Suri, consorte del dio infero Calu 4 riscontrato dal kala seguente che con φelsuri costituisce la diade infera dei Reti. ■ heprusiahil ( = veprusia-vil) 'veprusiale', di Veprusia o, veneticamente, Februsia, con vago richiamo al tipo etrusco tinscvil ‘Tanaquilla’ lett. ‘dono del mattino’. Il segno a cravatta, traslitterato š, è da influsso gallico in area noricense 5. ■ apnu (?) 'dono votivo' conguagliabile con etrusco alpnu ‘dono’ documentato a Chiusi e a Suessula in Campania. ■ klanturus gentilizio o patronimico. Il suffisso -turricorrente anche a Sanzeno in Anaunia (laturus) richiama etr. -θur, indicante appartenenza a collegi e famiglie.
______
1 Nesactium: attuale villaggio di Altura fra Pola e Fiume, già castelliere e capitale degl'Istri, poi munici-pio della X Regione Venezia ed Istria. Necropoli venetica di tipo atestino con tracce di preesistente castelliere degli Istri. Culto di divinità paleovenete quali Eia e Trita, questa comparabile con la Trìava reto-ve­netica.   A. Gnirs, Histria Praeromana, 1922.
2 Giovan Battista Pellegrini, glottologo principe approfondito nel venetico, cabotando fra questa lingua e l’etrusco, legge e interpreta: χam.φel suries-kalahe prušiahil /LI/ kla.n.turus"(cinturone) di Campe (morto d'anni) 51: (la moglie) Prusiaquilla a Suri e Calu (l'ha consacrato); di Clanturo", i lessemi presupposti etruschi, non trovano riscontro in altri titoli retici. Irrisolto il corismo χamφel...LI klanturus fin dal primo tentativo ermeneutico. – G.B. Pellegrini, I rinvenimenti poreistorici di Lothen, II, in “Cultura atesina”, V, Bolzano, 1951, 11-15).
3 Secondo l'uso etrusco e venetico, gli oggetti dedicati parlano in prima persona. Tuttavia in etrusco il distacco fra 'io' e 'questo' non è netto, sì che il personale mi (da *ika-mi 'egomet' da cui anche i-ka 'hoc') fu dapprima inteso dagli ermeneuti come dimostrativo: mi qutun karkanas 'questo (è) il gotto di Carcanas' invece che 'io (sono)...'etc.
4 In Etruria il riscontro di Felsoria, anche etimologico, è Fersu (φersu); in Grecia è Persefone, per noi Proserpina, che fa coppia con Plutone. Il teonimo φelsuri- è composto di φel 'Sole' e di un radicale *sur- 'inferi' o sim. da cui il Suri etrusco. Cfr. φelna-vinutalina nella “Situla di Cembra 1 e φelvinuale nell’anaune “Placca di Meclo (Tn). Per le relazioni teonimiche: Bravi 1994, 29, 31-32.
5 ll Norico fu colonizzato da paleoveneti e celti. A frequentazione e insediamenti venetici risalirebbero i titoli della Val di Zeglia (Gurina e Würmlach).



NOTE
1 L’origine pagana, negata soltanto dall’Unione Cristiana Cattolici Razionali, è accettata pacificamente anche da Benedetto XVI che ha testualmente affermato: «Molto presto i cristiani rivendicarono per loro il 25 dicembre il giorno natale della luce invitta, e lo celebrarono come natale di Cristo, come giorno in cui essi avevano trovato la vera luce del mondo».Joseph Ratzinger, Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo, Queriniana 2006, 97 sgg.
L'obliterazione del preesistente, ossia l'imposizione di una ben congegnata patina cristiana ad una tradizione saldamente radicata nella coscienza dei 'convertiti', fu più rigorosa dove il nuovo credo stentava ad affermarsi. Così nell’Etruria alla quale si attribuirono falsamente una precoce entu­siastica conver­sione, il primo succes­sore di Pietro (Lino da Volterra) e il privilegio della più antica pre­dicazione apostolica in Italia.
Vero è che il Cristianesimo si impose in territorio etrusco e in ogni altra parte d’Italia appropriandosi di forme o parvenze di culti preesi­stenti. – Ivi, 59.
2 Bravi 1994, 28 e 35. Più concorrenziale a quello cristiano fu il culto indo-persiano di Mitra «col quale il Cristianesimo si fuse sincreticamente. A proposito, anche Mitra era stato partorito da una vergine, aveva dodici discepoli e veniva soprannominato “il Salvatore”. […] Il dio sole inca Wiracocha veniva celebrato nella festa del solstizio d’inverno Inti Rajmi (festeggiata il 24 giugno perché nell’emisfero sud, essendo le stagioni rovesciate, il solstizio d’inverno cade appunto in giugno»). – Savino 2004, 55.
3 Ad nationes, apologeticum, de testimonio animae.
4 Settimo sermone nel Natale 460, XXVII, 4.
5 In argomento il Carpenter rileva «analogie tra i miti dei vari salvatori divini: Dioniso ellenico, Ercole romano, Mitra persiano, Osiride, Iside e Horus in Egitto, Baal e Tammuz dei Semiti orientali. Più o meno si asseriva che questi “redentori” fossero nati, esattamente o circa, nel giorno del Solstizio:
·         Da madre vergine.
·         In una grotta in un vano sotterraneo.
·         Affaticati da una vita dura.
·         Invocati con epiteti o epiclesi salutiferi.
·         Tentati dal Maligno.
·         Scesi agli Inferi.
·         Risuscitatori di defunti e guide al mondo celeste.
·         Santificatori tramite il battesimo.
·         Commemorati alla mensa eucaristica.

Ancora: la nascita di Gesù fu annunciata dalla cometa come quella di Buddha, di re Mitridate, di Giulio Cesare e altri. Dei quattro Vangeli solo quello di Matteo ne parla e nessun vangelo pone un bue e un asinello nel Presepe. Questo particolare lo si ritrova nei miti pagani. Cumont 1913, passim.
6 Il Cristianesi­mo adottò anche segni so­lari fra i quali il demonizzato svastica, o croce gammata. Tale simbolo sapienziale, noto in Italia ben prima di essere assunto dal Cristianesimo costantiniano, lo si vede tuttora in absidi e pavimenti di chiese paleocristiane ad Aquileia e altrove.
Caduto in disuso, fu riesumato nel secolo scorso e interdetto come simbolo antisionista. La ‘svastica nazista’ apparsa nella Germania guglielmina già prima di essere adottata dal Terzo Reich – ha gli uncini rotanti a rovescio ed è propriamente un sauvastica, visibile anche in decorazioni etrusche e campane.
Si riconosce, preciso, in una immagine vietnamita di Buddha (santuario in una grotta p. Danang. – Foto Aisalla, VE). Nel primo ‘900 l’aveva già adottato la mondialistica «Società Teosofica» di N.York che – “ahi, fiera compagnia!” lo inserì nel proprio stemma in­sieme con la stella di David. – Ivi, 58.
7 Bravi 1980, I 25 213, II 164 174. Ulteriori dettagli in D’Ambrosio 1995, 7 e sgg.:
«Iovi Soli» è la dedica incisa in un cilindretto d’argento rinvenuto nel 1979 a Stufles nel Brissinese fra i ruderi d’un insediamento retico d’età romana. La o di soli è contornata da una corona di raggi che rappresenterebbe «il disco fiammeggiante del sole, dispensatore di vita in tutto l’universo» con un ideogramma invece che con raffigurazione antropomorfica usuale in altri supporti, specie sulle monete».
8 G. Sermonti, Il grano dal loglio, 2012 – http:// www. rinascita.eu/index.php?action=news&id=16465
9 «All’albero infatti si appendeva l’oggetto votivo se il luogo di culto era all’aperto. Nei boschi, fin da tempi antichissimi, si innalzavano tempietti lignei a Diana alla quale i cacciatori consacravano palchi cervini; era una pratica [italica]assai diffusa presso i Veneti e anche presso i Retoetruschi […]. Quest’uso è oggi del tutto profano, limitato alle locande alpestri e alle taverne della Tuscia dove si appendono corna per tutti i gusti». – Bravi 1975, 55.


FONTI
Bravi Ferruccio, Il Sacro dei Mediterranei (Reti ed Etruschi): genesi, evoluzione, sopravvi­venze, Bolzano (CSA) 1994.
stesso, La lingua dei Reti, I-II, Bolzano (CDS) 1980.
stesso, I Retoetruschi, Bolzano (CDS) 1975.
Carpenter Edward, Pagan and Christian Creeds, 1920.
Cumont Franz Valery Marie, Les mystères de Mithria, Bruxelles 1913.
D'Ambrosio Luigi, Un culto solare nel Brissinese Romano,Bol- zano (CSA) 1995.
Savino Elena, Le radici pagane del Natale, 2004 –www.ri-flessioni.It/testi/radicinatale.htm